Un semplice incidente recensione film di Jafar Panahi con Vahid Mobasseri, Mariam Afshari e Ebrahim Azizi [RoFF 20]

Un semplice incidente di Jafar Panahi (Credits: Les films pelleas)L’Iran rappresenta uno dei movimenti cinematografici più importanti dei nostri tempi. Proprio da uno dei paesi più oppressivi, in cui vige la legge della shari‘a, stanno emergendo una serie di registi straordinari, capaci di dar vita a un cinema rivoluzionario, politico e profondamente umano. Tra i più rappresentativi di questo movimento vi è Jafar Panahi, autore di un cinema di denuncia fortemente metaforico. Il suo ultimo film, Un semplice incidente, si inserisce perfettamente in questo percorso, aggiungendo un tassello fondamentale alla sua filmografia.
Il film, vincitore della Palma d’Oro a Cannes, si apre con quello che sembra un semplice incidente, da cui appunto prende il titolo. Il padre di famiglia si rivolge a un’officina per riparare il danno all’auto, ma uno degli operai sembra riconoscere la voce e il suono della protesi di Eghbal — elemento fondamentale del film — un feroce guardiano della rivoluzione da cui aveva subito numerose torture. Da questa premessa si sviluppano risvolti inaspettati che danno il via a una commedia degli equivoci tanto esilarante quanto inquietante.
In questo modo nasce un film che attraversa diversi generi, da Hitchcock ad Aspettando Godot, dalla farsa al thriller, trasformandosi in un’operazione divertente ed equilibrato, in cui la componente politica e sociale rimane sempre sullo sfondo, sottilmente accennata ma pronta ad esplodere in un finale memorabile.
Durante tutto lo svolgimento narrativo Panhai non si dimentica mai della forma, conosce l’importanza della macchina da presa e sa quanto sia evocativo e penetrante il mezzo cinematografico. Sarà proprio da questa consapevolezza che nasce un’opera imprescindibile, in cui la morale e l’etica del pubblico viene messa in discussione.

Ma come può un film così attaccato agli stilemi di genere, all’intreccio e all’equivoco, dar vita ad un’opera fondamentale sulla politica iraniana e, ancor di più, sulla filosofia nei suoi risvolti più legati alla morale umana? La risposta è più semplice del previsto, Un semplice incidente riesce ad essere tutto questo grazie alla forza del cinema in tutta la sua essenza, all’armonia di tutti tecnici e artistici
Al regista basta pochissimo per mettere in scena tutto ciò, sia in termini economici ma anche grazie alle poche ambientazioni che fungono più come fondali astratti. Tutto il resto spetta alla sceneggiatura, alla regia, agli attori e al montaggio. La sceneggiatura, ad esempio, costruisce sapientemente una serie di personaggi sfaccettati, ognuno dei quali rappresenta uno spaccato sociale dell’Iran più potente di qualsiasi discorso sul tema (la voglia di ricominciare, la fede, la rabbia, il confronto tra diverse élite e la diversità di un paese così complesso). Una struttura sorretta anche dagli attori, coerentemente in linea con l’evoluzione psicologica, che offrono una prova d’insieme straordinaria, capace di penetrare nelle coscienze del pubblico.
Un semplice incidente è uno dei film più importanti della nostra epoca, in cui Panhai ci ricorda il ruolo catartico e metaforico della settima arte, in un’opera che diventa una riflessione sulla vita, sul bene e sul male. Di fronte a queste domande il film non dà risposte, ma preferisce mettere lo spettatore di fronte all’assurdità dell’esistenza, lasciando spazio all’immaginazione e all’interpretazione. Un capolavoro.


