Club Kid recensione film di e con Jordan Firstman Reggie Absolom e Cara Delevingne
Club Kid ha già ricevuto numerosi consensi al suo esordio al Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard. Il film è scritto, diretto e interpretato da Jordan Firstman.
Il film è un ritratto della scena queer newyorkese, oltre che un racconto di formazione che, dopo aver ottenuto un buon riscontro da parte della critica, potrebbe trovare il favore del pubblico.
Il protagonista è Peter, famoso per organizzare feste queer in cui abbondano sesso, droga e musica. Per dieci anni la sua vita è all’insegna dei vizi, fino a quando si troverà di fronte a una notizia sconvolgente: durante una delle sue “avventure”, ha concepito un figlio di cui ora è chiamato a occuparsi.
La storia riprende gli schemi del classico racconto di formazione: il bambino troverà in Peter una figura di riferimento, ma sarà soprattutto quest’ultimo a cambiare, l’ingresso di suo figlio gli permetterà di scoprire dei sentimenti che lo faranno maturare da un punto di vista emotivo.
Nella prima parte Club Kid si muove con grande agilità nell’underground queer newyorkese, presentando una serie di personaggi straordinari e preparando il terreno per le situazioni paradossali che scatenerà l’arrivo del figlio di Peter. È proprio l’accurata caratterizzazione della vita di Peter a creare degli sketch comici di grande livello, generate dall’ingresso di un bambino all’interno della vita di un uomo che conduce una vita sregolata.
Grazie alla venatura più comica lo spettatore riesce a empatizzare con il protagonista e a immergersi nella sua incredibile vita.
Quello che più delude è la virata, nella seconda parte, verso schemi narrativi più prevedibili che appesantiscono non poco il ritmo del film. È un grande peccato che alla freschezza della prima parte subentri una seconda decisamente più scolastica e ridondante.
Club kid è comunque un’ottima opera prima, sincera e appassionata, sostenuta da ottime interpretazioni e da una sceneggiatura solida, capace di immergerci in un mondo e di raccontare una storia di grande dolcezza.
Proprio grazie a queste virtù si possono perdonare dei passaggi in cui si sente la naturale inesperienza di un regista che si confronta con un’opera prima.

