Resurrection

Resurrection recensione film di Bi Gan con Jackson Yee

Resurrection recensione film di Bi Gan con Jackson Yee, Shu Qi e Mark Chao

Resurrection di Bi Gan (Credits: RESURRECTION official weibo)
Resurrection di Bi Gan (Credits: RESURRECTION official weibo)

Il regista cinese Bi Gan, inaspettato campione di incassi in patria nonostante la forte autorialità delle sue opere, alla sua quarta regia ci presenta con Resurrection la sua opera linguisticamente più radicale e produttivamente e artisticamente più ambiziosa, premio speciale al Festival di Cannes 2025 e presentato anche fuori concorso al Torino Film Festival.

Con una durata di due ore e quaranta del tutto giustificate dal complesso dispositivo narrativo alla base del film, Resurrection è ambientato in un mondo distopico in cui l’umanità ha rinunciato a sognare in cambio della longevità, una donna dà la caccia a un mostro noto come Delirante che si nasconde dentro i film per continuare a sognare.

All’interno di un film muto, lo trova mentre mangia papaveri in una fumeria d’oppio per alimentare disperatamente i suoi sogni, che però lo stanno uccidendo. Non riesce a comprendere questa sua ossessione, ma, trovando un proiettore cinematografico dentro il Delirante, lo carica con pellicole cinematografiche per permettergli di rivivere la sua vita passata, in quattro sogni che ne precedono il decesso.

Nel primo sogno, ambientato in una città devastata, un uomo è trascinato in una fuga carica di tensione, tra musica cifrata, ossessioni e violenza, fino a un tragico confronto con il comandante che lo insegue. Nel secondo sogno, un ex monaco si trova a fare i conti con i propri rimorsi quando emerge uno spirito legato al dolore e al suo passato familiare, costringendolo a confrontarsi con il senso di colpa. Nel terzo sogno, un truffatore e una bambina sua complice mettono in scena un inganno ai danni di un potente boss criminale, ma tra promesse non mantenute e rivelazioni amare affiorano i temi dell’abbandono e dell’illusione. Nel quarto sogno, tra l’ultimo giorno del 1999 e l’alba del 2000, in una città portuale un giovane ribelle si innamora di una misteriosa vampira, dando vita a una storia intensa e passionale, destinata però a consumarsi rapidamente.

Grandiosa celebrazione del cinema e del suo rapporto con l’immortalità, Resurrection è un film a episodi atipico e lirico a cui si potrebbe applicare una sorta di schema Linati à la Joyce applicando all’incipit, ai quattro capitoli centrali e all’explicit da un lato i sei sensi riconosciuti nel pensiero buddhista – vista, udito, olfatto, gusto, tatto e mente – dall’altro vari generi cinematografici spesso sovrapposti tra loro, in un continuo e originalissimo rimasticamento.

Il cinema muto; il noir storico nel primo dei quattro sogni; una dimensione più da apologo allegorico, morale e religioso, in una sorta di Kieslowski buddista, nel secondo; il fantasy magico nel terzo, ma anche il film di formazione; un certo romanticismo millenarista à la Wong Kar-Wai di fine secolo nell’ultimo, con componenti anche da horror movie che del resto caratterizzano anche la figura del Delirante; una forma di vero e proprio cinema metafisico nel finale, con ulteriori rimandi al muto nell’ultima inquadratura che mostra una congerie di spettri in una sala cinematografica che gradualmente si svuota e si brucia. Se il filosofo francese Jacques Derrida definiva il cinema “l’arte di evocare i fantasmi”, una delle battute-chiave di Resurrection enuncia che “le illusioni sono forse dolorose, ma incredibilmente reali”.

La donna utilizza  l’antico e dimenticato linguaggio cinematografico per parlare con lui un’ultima volta, Resurrection è una cornucopia di citazioni opportunatamente digerite e trasfigurate, non solo cinematografiche ma anche letterarie: La signora di Shangai di Orson Welles, ma anche Il bacio dell’assassino di Kubrick, vengono prepotentemente citati nel primo capitolo.

La frase per cui il protagonista non riesce a distinguere se è lui ad essere il mostro o la persona riflessa allo specchio sembra presa a pié pari da un racconto di Borges; il radicale virtuosismo tecnico del quarto capitolo, giocato tutto sul piano sequenza, è un incontro tra il già citato cinema di Wong Kar-Wai e quello di Gaspar Noè – senza dimenticare Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmusch – nel raccontare una storia di criminalità e amor fou. L’attenzione alla componente materica del fare-cinema e del mostrare-cinema incarnata nelle bobine di pellicola testimoniano il potere terapeutico e catartico del medium cinematografico e del grande schermo, ulteriormente enfatizzato dal magnifico e misterico finale.

Resurrection è un film capace di mettere continuamente in discussione le sue teorizzazioni, le sue influenze e i suoi valori, come nel dialogo, all’interno del quarto sogno, tra il ragazzo braccato e la ragazza-vampiro: lui sogna di arrivare a vedere il primo raggio di sole del nuovo secolo, lei gli chiede “cosa ha di speciale? È solo un’alba” – ma si saprà ricredere.

Sintesi

Resurrection si presenta come un oggetto cinematografico unico, un omaggio al cinema e al tempo stesso una notevole espansione delle sue capacità narrative e concettuali.

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