Marty Supreme

Marty Supreme recensione film di Josh Safdie con Timothée Chalamet [Anteprima]

Irriverente, brillante e provocatorio: arriva finalmente Marty Supreme, il film che lancia Timothée Chalamet verso l’Olimpo dei grandi.

Marty Supreme recensione film di Josh Safdie con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow e Odessa A’zion [Anteprima].

Marty Supreme di Josh Safdie (Credits: I Wonder Pictures)
Marty Supreme di Josh Safdie (Credits: I Wonder Pictures)

Tra i film più attesi di quest’anno spicca sicuramente Marty Supreme, diretto da Josh Safdie, fresco di separazione artistica da suo fratello Benny.

La pellicola segue le vicende di Marty Mauser, giocatore di ping-pong che cerca di rimanere a galla con piccole truffe e raggiri. Il film non è un vero e proprio biopic, ma è ispirato alla storia di Marty Reisman, sportivo statunitense e campione di ping-pong.

Ci troviamo agli inizi degli anni Cinquanta, nella brulicante New York: Marty è un ventenne ambizioso che vuole diventare campione mondiale di ping-pong. Nel frattempo, però, cerca di guadagnarsi da vivere facendo il commesso in un negozio di scarpe, ma anche con alcune piccole truffe. Partecipa al British Open di Londra, convinto di vincere, ma perde la finale contro il rappresentante giapponese, che lo straccia in tre set e lo rimanda a casa.

Ma quello di Marty non è solo un sogno: è un obiettivo, un’ambizione, una strada tracciata ben precisa da non poter abbandonare a nessun costo.

E così seguiamo questo 23enne durante la lotta per il raggiungimento del suo obiettivo, tra truffe, estorsioni, risse, furti e liaison amorose, tra le quali troviamo quella con una famosa ex attrice, pronta a ritornare alla ribalta.

Protagonista di questa pellicola è Timothée Chalamet, il giovane d’oro di Hollywood, alla ricerca del suo primo premio Oscar, dopo due nomination per Chiamami col tuo nome e A Complete Unknown.

Se, a una prima occhiata, sembra un classico biopic (ispirato o meno) di un personaggio realmente esistito, Marty Supreme dimostra di non esserlo.

La pellicola inizia come la più classica delle storie, con un giovane che vuole vivere il grande sogno americano, diventando il campione mondiale di uno sport forse ancora poco conosciuto, ma in grande crescita, soprattutto in Oriente.

Ed è qui che si apre un’altra questione: ci troviamo all’inizio degli anni Cinquanta, la guerra è finita da poco, ma rimangono i dissidi tra Stati Uniti e Giappone, ancora isolato politicamente. Marty e l’atleta giapponese non rappresentano solo loro stessi, bensì lo scontro tra due potenze mondiali

Dopo la sconfitta al campionato mondiale, potremmo aspettarci la ricerca di una rivincita da parte del protagonista, allenandosi giorno e notte per poter migliorare, ma è qui che capiamo che non si tratta di un semplice film sportivo, bensì di un coming of age tardivo. Il protagonista non si allena mai, non cerca di superare i propri limiti, ma vive la sua vita sregolatamente, alla continua ricerca di soldi per poter partecipare, facendo completamente affidamento sul suo talento e non sul duro lavoro.

Marty è un antieroe: un protagonista per cui non sai se tifare veramente. È giovane, a tratti immaturo, cresciuto troppo velocemente e senza una gran quantità di amore o affetto. Ha sempre fatto affidamento su sé stesso e vuole arrivare in cima da solo.

Dopo un inizio che strizza l’occhio ai film sportivi più classici, Marty Supreme cambia volto e si scende nel vero e proprio caos, richiamando a gran voce i precedenti lavori dei fratelli Safdie, come Good Time e Uncut Gems.

Il film è, quindi, una vera e propria rappresentazione del caos: nella regia, ad esempio, con cambi di scena veloci e serrati, ma anche nella trama, con il protagonista che passa da una partita di ping-pong a una truffa per recuperare un cane scomparso.

Il tutto può essere rappresentato proprio da una pallina da ping-pong, che rimbalza da una parte all’altra, senza alcun apparente filo logico, ma con una regolarità scadenzata.

Safdie ci regala una regia caotica e rumorosa: da un momento all’altro sembra che stia per perdere il controllo, ma riesce comunque a rientrare nei binari, creando una catena perfetta che trascina lo spettatore tra le scelte del protagonista. Quello del protagonista è il viaggio dell’eroe, anche se non in maniera tradizionale. Il suo sogno di diventare campione mondiale di ping-pong è solo il fine ultimo, ma il nucleo della storia si concentra tutto su ciò che fa mentre cerca di diventarlo.

Chalamet è un completo mattatore: il film si poggia quasi totalmente sulla sua interpretazione. Gli altri personaggi (ad esclusione di Gwyneth Paltrow, che interpreta un’attrice lontana dai riflettori ormai da anni) assumono contorni sfocati e quasi indistinguibili, tutto in favore del protagonista. L’attore dimostra di essere versatile e, smesse le vesti di Bob Dylan, nel quale aveva dato prova di una recitazione in sottrazione, dimostra di poter eccedere nei panni di un personaggio tanto carismatico, quanto distruttivo.

Menzione speciale per la colonna sonora: nonostante il film sia ambientato negli anni Cinquanta, il regista sceglie di usare una colonna sonora con brani iconici degli anni Ottanta (come Forever Young o Everybody Wants to Rule the World), che regala una sensazione di modernità, ma anche un’atmosfera più unica.

In Marty Supreme, vediamo le convinzioni della giovinezza e del sogno americano schiantarsi contro la realtà: la povertà, la mancanza di soldi, l’assenza di una famiglia. Il protagonista non si fa scrupoli con niente e nessuno, neanche con sé stesso, per raggiungere il proprio obiettivo, ma deve fare i conti con la sua identità.

recensione marty supreme
Marty Supreme Film di Josh Safdie con Timothée Chalamet [Anteprima]

Sintesi

Marty Supreme è un film che utilizza lo sport come mezzo per costruire una storia adrenalinica, capace di lasciare lo spettatore senza fiato e di affrontare qualcosa di più profondo: l’accettazione del fallimento e dei limiti personali.

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