The Book of Sheen Il memoir di Charlie Sheen tra grande cinema e la lotta contro le dipendenze

The Book of Sheen – Il memoir di Charlie Sheen tra grande cinema e la lotta contro le dipendenze

Recentemente protagonista anche di una miniserie documentaria pubblicata da Netflix, Charlie Sheen è stato uno dei figli d’arte più acclamati e al tempo stesso più turbolenti dell’ultimo scorcio di Novecento hollywoodiano. Primo figlio di Martin Sheen, nome d’arte di Ramón Estévez, Charlie Sheen ha preso parte a capisaldi del cinema americano come Platoon e Wall Street di Oliver Stone e La recluta di e con Clint Eastwood, a commedie di grande successo come i due Hot Shots! e vari capitoli di Scary Movie, alla seguitissima sitcom dei primi anni duemila Due uomini e mezzo e a numerosi altri titoli di ogni genere sul grande o sul piccolo schermo – incluso un cameo nei panni di sé stesso in Essere John Malkovich di Spike Jonze e Charlie Kaufman.

Col passare del tempo, hanno fatto più notizia le vicissitudini della sua vita privata anziché le sue interpretazioni, tra scandali legati a droga, rehab, avventure sessuali bizzarre e giri di prostituzione. Arrivato in libreria pochi mesi dopo la pubblicazione della miniserie di Netflix che già si addentrava senza timidezze nel wild side della vita di Sheen, The Book of Sheen è un memoir molto franco, coinvolgente e accattivante che racconta in toto la vita dell’attore, dai primi ricordi sui set dei film interpretati dal padre – uno su tutti Apocalypse Now – alla serenità faticosamente conseguita con l’abbandono definitivo della droga e la nascita dei primi nipoti. In Italia il libro è edito dalla Baldini e Castoldi, per la traduzione di Stefano Travagli.

The book of Sheen. Un memoir
The book of Sheen. Un memoir

 

Dedicato “a mamma e papà e a tutti i posti-gangster che ancora inseguono l’alba” e aperto da una nota ai lettori che chiarisce come “alcuni nomi e dettagli relativi a persone citate nel libro sono stati modificati per impedirne l’identificazione”, The Book of Sheen è folgorante sin dall’incipit, che racconta la difficoltosa nascita del futuro attore: “sono nato morto il 3 settembre 1965, alle 22.58, ora di New York. Sto proprio dicendo che avevo già il cartellino sull’alluce, ero già sul carro funebre. Il medico che seguiva il parto aveva già iniziato la manovra della sculacciata tipicamente anni Sessanta per i bambini cianotici da strangolamento ombelicale. La mia povera mamma Janet fu costretta a osservare quel pestaggio con un sentimento a metà tra «Non si fermi!» e «La smetta, gliene ha già date abbastanza!» Mio padre Martin Sheen, cattolico di professione – o «cattalcolico», come mi piace dire – stringeva in mano il rosario e recitava una preghiera (ne sono certo, molto breve); era lì lì per chiedere di andare a chiamare un prete per l’estrema unzione. Pronto per il suo primissimo primo piano, l’ostetrico-ginecologo Irwin Shaybone si girò con fare drammatico verso di lui. Come frecce infuocate scoccate dal suo ippocratico arco, e sfrigolanti tra i fumi dell’incenso e dell’angoscia, le sue parole riempirono la stanza: «Lei faccia il Suo lavoro che io faccio il mio!». E fu così”. Fu così che il neonato venne battezzato come Carlos Irwin Estévez – e il secondo nome era quello del dottore che gli aveva salvato la vita al momento del parto. “Essere nato morto ha avuto un effetto su di me per moltissimo tempo”, è il commento di Sheen. “Sono affascinato dalla mia bizzarra venuta al mondo quanto sono tormentato dalla sua ombra. Okay, tormentato forse è un po’ forte. Sconcertato è senz’altro un termine più adatto”.

Il racconto dell’infanzia dell’attore alterna ricordi dei set del padre alla rievocazione delle prime amicizie, che Sheen Jr. si portò dietro per gran parte della sua vita, e delle difficoltà legate alle origini spagnole (e irlandesi) – “ve lo auguro di andare in giro per Malibu nei primi anni Settanta chiamandosi, Emilio, Ramón e Carlos. «Ottimo, siete qui per sistemare la staccionata?»… forse è vero che non ci scegliamo la nostra famiglia”. A cavallo tra infanzia e adolescenza Charlie Sheen lega con Miles C. e con i gemelli Heath e Chris Penn, nella cui casa alto-borghese fu sorprendentemente accolto anche dai genitori, il regista Leo Penn e sua moglie Eileen, attrice – sullo sfondo compare anche il futuro tre volte premio Oscar Sean Penn, figlio maggiore della coppia. La passione per il cinema nasce in Charlie – e in Emilio, che a differenza del padre e del fratello più grande ha mantenuto nella sua carriera il cognome anagrafico di Estévez – inevitabilmente grazie al padre, e nello specifico con il regalo di una cinepresa Super 8 Movexoom 2000 ricevuto in Irlanda da Martin Sheen mentre girava il film televisivo Catholics, noto in Italia come Il conflitto. “La cinepresa era una misera scatoletta color argento con tre pulsanti e una mezza manovella collegata a una lente fissa, ma noi la adoravamo”, rievoca Sheen nel libro, e subito assieme ad Emilio iniziò a sperimentarci. “La prima volta che avvicinai l’occhio al mirino restai meravigliato: non riuscivo a credere quanto quella scatola magica facesse apparire buio il mondo. Emilio si avvicinò e tolse il coperchio della lente. Ottimo inizio, Carlos”, racconta ancora Sheen. Presto si unì alle loro sperimentazioni filmiche anche Chris Penn, e immaginarono una casa di produzione affettuosamente chiamata PennEstevez Films con cui realizzare i loro progetti.

La prima parte di The Book of Sheen è inevitabilmente ricolma di aneddoti legati ai set del padre Martin: durante le riprese di Cassandra Crossing Sheen Jr. giocò una partita a ping-pong con O.J. Simpson sotto gli occhi di Sophia Loren, Burt Lancaster ed Ava Gardner; sempre nello stesso periodo, grazie a una proiezione a casa di Carlo Ponti che coproduceva il film, la visione di Quel pomeriggio di un giorno da cani e in particolar modo l’interpretazione di Al Pacino invogliò Charlie a perseguire il sogno di fare l’attore. I capitoli centrali nella prima parte del memoir di Charlie Sheen sono però quelli relativi al set di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, dove il futuro attore, che assieme alla madre e ai tre fratelli accompagnò il padre per gran parte del periodo delle travagliatissime riprese, ci tiene a ribadire di aver visto “cose che la maggioranza degli adulti non vedrà mai in una vita intera”. Chiamato a sostituire a riprese già avviate il protagonista inizialmente designato Harvey Keitel, nell’epopea bellica di Coppola, Palma d’Oro a Cannes nel 1979, Martin Sheen riveste il ruolo più impegnativo della sua carriera, quello del capitano Willard, mandato dai suoi superiori a risalire il fiume Ming per individuare il colonnello Kurtz, ufficiale disertore o re della giungla impazzito a seconda dei punti di vista, e ucciderlo o quantomeno “porre fine al suo comando”. Liberamente ispirato a Cuore di tenebra di Joseph Conrad, Apocalypse Now è tuttora considerato uno dei più importanti film della storia del cinema.

Charlie Sheen apre la sua rievocazione del set del film di Coppola nelle Filippine con una sorta di excusatio non petita: “Apocalypse Now è uno dei film più documentati e studiati di tutti i tempi. Io ci capitai in mezzo che avevo dieci anni, e ho visto cose che la maggioranza degli adulti non vedrà mai in una vita intera. La cronologia degli eventi non è perfetta, ma non è il mio obiettivo. Questo è compito dei giornalisti veri e delle loro brutte copie”. Ci tiene anche a ribadire che “il principale equivoco relativo al mio periodo sul set di Apocalypse Now è che avessi un posto in prima fila per assistere ai momenti più iconici di quell’incredibile spettacolo. Mi dispiace dovervi deludere, ma non andò così. Mi sono perso tutti i momenti migliori di papà, di Brando, di Hopper, di Larry Fishburne e di Robert Duvall. Erano troppo pericolosi, troppo incomprensibili per me, o troppo tardi la sera. Ma ho assistito alla distruzione del ponte Do Lung”. A differenza della vulgata comune, Charlie Sheen non ha che da dire cose positive riguardo all’incontro sul set di Apocalypse Now con Marlon Brando, che giganteggia nella parte finale della pellicola quando finalmente il capitano Willard riesce a scovare il colonnello Kurtz. Sempre durante la lunghissima lavorazione di Apocalypse Now Sheen fu esposto a una precoce visione di Easy Rider, introdotta dal regista Dennis Hopper che aveva a sua volta una parte nel film di Coppola: in Easy Rider, pellicola-simbolo della controcultura americana a cavallo tra anni sessanta e settanta, il giovane Charlie Sheen fu colpito in particolare dal “continuo riferimento a una certa ‘erba'”, argomento su cui negli anni a venire sarebbe diventato fin troppo esperto.

Le riprese di Apocalypse Now nelle Filippine andarono incontro a talmente tanti impasse, inconvenienti tecnici e logistici e ritardi che sul set, come ricorda divertito Charlie Sheen, la troupe iniziò a riferirsi al progetto come Apocalypse Never. La situazione creatasi nelle Filippine fu però particolarmente dura per il padre Martin Sheen, che a un certo punto delle riprese ebbe un misto tra un esaurimento e un infarto: “mentre aspettavamo che papà ci raggiungesse a un tavolo all’aperto alla luce delle candele, iniziò a spargersi la voce che se ne andava in giro nudo per strada”, ricorda Sheen nel libro. Dopo una pausa di qualche settimana sul piano di lavorazione, le riprese ricominciarono utilizzando come stuntman per i campi larghi il fratello minore Joe Estévez, ribattezzato scherzosamente da Charlie e i suoi fratelli Willard-light. A lungo i fratelli Estévez/Sheen si formarono a una scuola privata co-gestita dalla loro madre Janet Templeton e dalla madre di Larry Fishburne, ma nell’ultima parte delle riprese vennero rispediti a casa in America e affidati alle cure di una giovane tata, che non riuscì a impedire che Charlie avesse la sua prima esperienza con la marijuana in compagnia di Chris Penn e Miles C.; qualche tempo dopo il giovane Sheen ebbe anche la sua prima esperienza sessuale, “con una bellissima escort dai capelli rossi di nome Candy”, in un weekend a Las Vegas in compagnia del cugino Joey.

L’adolescenza di Sheen proseguì prevedibilmente turbolenta: finì per essere espulso dalla scuola Monica High School, ma si presentò comunque alla consegna dei diplomi, per poi decidere di dedicarsi alla recitazione. Al momento di iscriversi ai primi casting Charlie decise di mantenere il “cognome d’arte” Sheen, con il beneplacito del padre: “Avevo fatto una chiacchierata con papà la sera prima e lui mi aveva dato la sua benedizione. La trasformazione da Estévez a Sheen andò molto più liscia per me di quanto non fosse andata a lui con suo padre. Gli avevo detto che era importante per me onorarlo portando avanti il suo nome. Emilio lavorava già come attore usando Estévez, e mi sembrò perfettamente sensato che due dei suoi figli rappresentassero entrambe le sue origini. Una cosa però non gliela dissi: usando Sheen mi sarei potuto lasciare definitivamente alle spalle i recenti fallimenti scolastici e sportivi a cui mi legava il cognome Estévez”. Il suo primo lavoro per il grande schermo fu il ruolo di “camperista numero 3” – poi ribattezzato Lance – nel film di serie B Grizzly II: Revenge, in cui si trovò a recitare in una breve scena splatter al fianco dei giovanissimi George Clooney e Laura Dern; le riprese di questo horror di bassa categoria si sovrapposero con quelle di Karate Kid, per cui Sheen era stato scelto come protagonista, ma dopo un confronto con il padre Martin il giovane Charlie si trovò a mantenere la parola data partecipando al B-movie per cui aveva firmato prima il contratto anziché al cult action che tuttora riveste grande popolarità.

Un momento di "Platoon"
Un momento di “Platoon”

La svolta nella carriera di Charlie Sheen arrivò comunque appena tre anni dopo Grizzly II, con un’altra pluripremiata epopea sul Vietnam, Platoon di Oliver Stone, in cui peraltro l’attore si trovò a fare un ruolo per cui inizialmente era stato scelto il fratello Emilio prima che uno slittamento in avanti delle date di ripresa del film non rendesse impossibile per questi prendervi parte. Ripartito nuovamente verso le Filippine, una traversata del Pacifico in cui “le quindici ore di volo si erano trasformate in un party alcolico ad alta quota organizzato da me e Johnny Depp”, che aveva un ruolo secondario in Platoon, Charlie Sheen e tutto il cast del film di Stone venne sottoposto a un addestramento intensivo condotto da veri militari: “eravamo spersonalizzati, tutti si riferivano a noi soltanto con il nome del nostro personaggio: al campo, sul set, in hotel. Non c’era spazio per l’ego o le stronzate da diva“. Dopo riprese decisamente ardue e rocambolesche, ma mai quanto quelle di Apocalypse Now, il film di Oliver Stone sul Vietnam vinse quattro Oscar e innumerevoli altri riconoscimenti in giro per il mondo, lanciando definitivamente la carriera di Charlie Sheen: “Platoon cambiò tutto. Segnò l’inizio della mia battaglia con la fama. Quella fama che per i trent’anni successivi avrebbe cercato di uccidermi”.

Forte del successo di Platoon, Oliver Stone mise subito in cantiere il suo nuovo film, Wall Street, ambientato nel mondo dell’alta finanza: tuttavia, leggiamo nel memoir di Sheen, “Wall Street non è un film a cui ripenso con affetto o con nostalgia. Non c’entrava niente con nessuno dei membri del cast. In una carrellata di leggende e grandi professionisti, se avessi letto la sceneggiatura prima di accettare alla cieca di farlo, è molto probabile che avrei rifiutato. Non c’era nulla in quel mondo o nel personaggio che mi ispirava”, tanto più che “ispirato dal successo del periodo di addestramento nelle Filippine, Oliver aveva sostituito le buche con i cubicoli sperando che un corso accelerato di finanza mi aiutasse a farmi le ossa in quel mondo”. In Wall Street, Charlie Sheen interpretava il ruolo di Bud Fox, giovane broker finanziario rampante ma idealista che si trova diviso tra due padri, uno naturale e l’altro putativo: e se il padre putativo, e manipolatorio, era interpretato da Michael Douglas che per la sua interpretazione dell’immaginario squalo della finanza Gordon Gekko si sarebbe portato a casa un Oscar, nel ruolo del vero padre del protagonista, dirigente sindacale in una compagnia di aerei, Stone chiamò lo stesso Martin Sheen. Il fatto di trovarsi per la prima volta a dividere lo schermo con il padre è una delle poche cose che Charlie Sheen ricorda con piacere della lavorazione di Wall Street, in particolare per una scena di confronto acceso tra i due personaggi in cui, a detta dell’attore, finzione e storia personale si intrecciarono profondamente: “parecchie volte ero stato furiosamente rimproverato per «questioni di soldi», e il me ragazzino (ancora acquattato in un angolo buio) forse pensava che quella scena fosse un’occasione per riuscire finalmente a tenere testa a mio padre. È uno dei momenti migliori di papà nel film, e sono sicuro che qualunque cosa avesse combinato Charlie quel giorno per irritarlo, Bud l’aveva pagata. È quando le storie personali si riversano sullo schermo che il Metodo appare in tutto il suo splendore, che sia stato convocato oppure no”.

Michael Douglas e Charlie Sheen in Wall Street
Michael Douglas e Charlie Sheen in Wall Street

Sempre nel racconto del periodo di lavorazione a Wall Street si inserisce anche il passaggio-simbolo del libro, la cui frase finale è riportata anche nel retrocopertina. Durante la preparazione del film sull’alta finanza Sheen aveva ritrovato John C. McGinley, che già aveva una parte rilevante in Platoon, e “la sera prima del primo giorno di riprese, invitai McGinley a rivedere le nostre scene, bere qualcosa e – se ci fosse rimasto un po’ di tempo – vedere che cosa avevano da offrirci le Pagine gialle sul fronte appuntamenti. John cercò di essere la voce della ragione: mi ricordò che ci aspettava una lunga giornata e che non esiste alleato migliore del sonno. Ma io chiamai comunque e John se ne andò sbadigliando prima che arrivassero le ragazze”, sottolinea divertito Sheen. “Spero che quelle otto ore di sonno a John siano servite. Le storie possiamo viverle o farcele raccontare. Io preferisco viverle”.

La seconda parte di The Book of Sheen, che inizia con un rehab quasi forzato impostogli dal padre e da Clint Eastwood poco dopo il termine delle riprese de La recluta, è sincera, toccante e a tratti sconvolgente nel suo essere unfiltered, anche rispetto alle vicissitudini professionali affrontate dall’attore a seguito delle varie notizie scandalistiche apparse su giornali e tabloid, una su tutti l’allontanamento da Due uomini e mezzo. L’autobiografia di Sheen risulta così equamente divisa tra aneddotica in prima (o seconda nel caso dei film del padre) persona di grande cinema e sincera rievocazione della lotta contro svariate forme di dipendenza – droga, alcol, sessualità, inclusa la diagnosi di AIDS. The Book of Sheen si aggiunge a una ormai nutrita serie di memoir di attori – per limitarci a due esempi: Sunny Boy di Al Pacino, edito in Italia da La Nave di Teseo, ed È andata bene, ragazzino di Anthony Hopkins, pubblicato da Longanesi – che negli ultimi tempi hanno offerto al pubblico appassionanti e sincere narrazioni della loro carriera e delle loro vite personali.

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