40 secondi recensione film di Vincenzo Alfieri con Francesco Gheghi, Enrico Borello, Francesco di Leva, Maurizio Lombardi e Sergio Rubini

Ancora una volta, durante la Festa del Cinema di Roma, il cinema italiano sorprende. Questa volta è il turno di Vincenzo Alfieri che, con 40 secondi, porta sullo schermo la storia dietro l’omicidio di Willy Duarte Monteiro.
Il film si inserisce nella tradizione del nostro cinema che continua a confrontarsi con la cronaca nera e con la provincia italiana, coacervo di violenza repressa, sogni infranti, nichilismo e modelli tossici. In questo caso lo sguardo si posa sulla provincia romana, dove nel 2020, più precisamente a Colleferro, si consumò uno degli episodi di cronaca più sconvolgenti degli ultimi anni: Willy, giovane di ventun anni, durante una rissa venne ucciso in soli 40 secondi dai fratelli Bianchi.
Il film, attraverso l’arco temporale di una giornata, racconta l’episodio dai diversi punti di vista delle persone coinvolte, direttamente o indirettamente, nella vicenda. Una formula narrativa nella quale i diversi racconti si incrociano, spesso si sfiorano (per esempio con delle ripetizioni di voci fuori campo), ma non si uniscono mai fino al finale, culmine della tragedia.
Un modello narrativo sicuramente già visto, soprattutto in prodotti commerciali, basti pensare a due delle serie tv più importanti degli ultimi tempi, Avetrana di Pippo Mezzapesa e il Mostro di Stefano Sollima. Uno stile che in 40 secondi trova una nuova forma e che, grazie ad una sceneggiatura asciutta e degli attori di primissimo piano, riesce a calare lo spettatore all’interno delle atmosfere della giornata che precede la morte di Willy, avvenuta alle 3 del mattino. Un arco temporale già simbolo di una violenza repressa ma sempre presente, pronta a esplodere come una mina vagante.

Il grande merito del film di Alfieri sta nella sobrietà dello sguardo: senza sbavature la macchina da presa si sottrae per lasciare spazio ai giovani attori, scelti con un attentissimo street casting, di cui la maggior parte esordienti. Questa scelta conferisce all’opera un’impronta realista, quasi documentaristica, restituendo un ritratto autentico della provincia romana in tutte le sue sfaccettature.
40 secondi però non cerca mai la lacrima facile, grazie a un’intelligente costruzione narrativa, arriva a creare una metafora profonda e non scontata sul tempo e sul destino del protagonista che, oltre alla vita, vedrà infrangersi anche i suoi sogni. In questo modo, il film ottiene sul pubblico un effetto catartico, arrivando a toccare la sensibilità di ognuno di noi.
Un’opera all’apparenza semplice, senza nessuna pretesa autoriale, ma che fa della sua sobrietà stilistica un punto di forza, un’orchestra armonica, in cui tutti gli elementi, dagli attori alla sceneggiatura, dialogano tra loro per ottenere un effetto drammatico profondo e maturo. Ancora una volta il cinema italiano, anche quello più commerciale, si trova particolarmente a suo agio nel raccontare le viscere della provincia italiana. Un film fondamentale per chi vuole comprendere l’origine del caso Willy attraverso un racconto cinematografico calibrato ed efficace, in cui è difficile non commuoversi.


