El Jockey recensione film di Luis Ortega con Nahuel Bèrez Biscayart, Úrsula Corberó, Daniel Giménez Cacho e Daniel Fanego
di Simone Luciani

El Jockey segue la storia di Remo Manfredini, un celebre fantino ormai completamente dipendente da droga e alcool. Depresso e incapace di gareggiare, Remo riceve un’ultima possibilità dai suoi capi, ex criminali, e un ultimatum dalla sua amata. Dopo un grave incidente, intraprenderà un folle e personale viaggio verso la propria rinascita.
Il regista Luis Ortega porta sugli schermi una folle commedia che, tra i suoi molti deliri, si muove tra Guadagnino e Kaurismäki. Si rimane ammaliati nel seguire le avventure del suo caotico e fantastico fantino, un personaggio che incarna perfettamente il suo film.
Il Remo Manfredini di Bèrez Biscayart è imprevedibile e delirante, ma al contempo straordinariamente profondo ed umano. L’attore porta una forte e mutevole interpretazione, prestando questo suo corpo mingherlino a un ruolo comico estremamente fisico e chiaramente ispirato dal cinema muto e quello demenziale. Ma in questa storia di dipendenza e rinascita, Remo riesce, viaggiando attraverso il delirio, a portare cuore e coesione al film.
Fantastica anche la sua amata Abril, interpretata da una splendida Úrsula Corberó. Una grande co-protagonista che riesce a rubare la scena, mentre nasconde la sua dolcezza dietro un guscio di rude sensualità. Man mano che assistiamo alla rottura di questo guscio ci si prostra davanti una donna che deve far testa ai propri dubbi, che siano questi di tipo sessuale, morale o amorosi.
Peccato invece per un cast secondario piuttosto dimenticabile, a partire dal capo di Remo e i suoi scagnozzi. Il gruppo, ormai stanco di Remo, finisce su tutte le furie all’ennesimo errore di quest’ultimo, dando vita a una caccia all’uomo che riesce a divertire in più momenti. Ma se nel complesso riescono a funzionare, ai singoli membri difficilmente viene dato qualcosa di particolarmente interessante da offrire al pubblico.

Luis Ortega con El Jockey gioca col cinema. Sperimenta e si diverte, senza necessariamente inventare qualcosa di nuovo o perfezionare qualcosa di già visto, semplicemente con una grande voglia di realizzare qualcosa di suo. E, nonostante un secondo atto che appare in parte incerto, dilungato e non altrettanto brillante, porta in scena qualcosa di veramente memorabile.
La meravigliosa fotografia firmata dal grande Timo Salminen riempie lo schermo cinematografico di colori e idee. La camera si muove libera nel mondo di Ortega, immergendo il pubblico al suo interno e andando a presentare ogni idea ed ogni sorpresa con grande ingegno e inarrestabile creatività.
Splendida è anche la variegata colonna sonora, che mette in contrasto passato e futuro, proprio come fa il protagonista con sé stesso. Un contrasto che prende forma anche attraverso un grande montaggio, mai statico: prorompente nel primo atto, più delicato nel terzo
Ma El Jockey prende pienamente vita grazie a una sceneggiatura che si evolve scena dopo scena, muovendosi tra commedia e dramma psicologico con una naturalezza tale da rendere quasi impercettibile il passaggio. Dialoghi brillanti e colpi di scena imprevedibili danno forma a una storia mai banale, anzi: implacabile e ricca di sfumature.
Viviamo un viaggio sospeso tra sogno e realtà, che racconta un percorso sorprendentemente attuale e profondamente umano.


