Supergirl recensione film di Craig Gillespie con Milly Alcock, Matthias Schoenaerts, Eve Ridley e Jason Momoa
di Bianca Tordera

Un salotto sottosopra, vestiti sparsi, oggetti gettati a terra in maniera disordinata fanno da apertura a questa nuova pellicola targata DC: un ambiente caotico che rispecchia l’animo di un’eroina del tutto lontana dalla solida moralità e dall’incrollabile ottimismo che caratterizzano Kal-El (Superman). È infatti la cugina del celebre eroe, Supergirl, ad essere protagonista di questa nuova avventura che si colloca in un’era di rinascita per l’universo cinematografico DC.
Con l’impronta autoriale segnata dall’intervento di James Gunn, regista che ha già conquistato il pubblico Marvel con perle di intrattenimento brillanti e spassose come la trilogia de I guardiani della galassia, il macrocosmo supereroistico DCU, che per molto tempo ha faticato a trovare una propria identità narrativa forte e convincente, sembra ora aver imboccato una direzione decisamente più efficace.
In passato si è visto l’alternarsi di tentativi d’autore come Joker o The Batman, per poi passare al filone dei blockbuster che tentano di prendersi meno sul serio (sulla falsariga della Marvel), quali Shazam e Black Adam, saltando quindi da un tono cupo e tenebroso a un tono più scanzonato e ironico, nella speranza di incrociare i gusti di un pubblico disposto a dare sempre meno credito ai nuovi progetti.
Anche se non diretto personalmente da Gunn, ma da Craig Gillespie, il film risulta da lui prodotto; ciò significa che la sceneggiatura è comunque passata sotto la sua supervisione. Craig Gillespie è il regista di Tonya e Cruella, lavori dai quali emerge una spiccata attenzione per l’analisi di personaggi femminili dal passato tormentato, spesso spigolosi, con un’alternanza tra luci e ombre, sarcastici e disillusi.
Kara Zor-El, alias Supergirl (Milly Alcock) appartiene decisamente a questa famiglia di personaggi: un passato segnato dal dolore per la perdita dell’intera famiglia che ha dato la propria vita per permetterle di salvarsi dalla distruzione del loro pianeta, Krypton, mandandola sulla Terra insieme al cugino Superman.
Al contrario di Kal-El, la ragazza è cresciuta con il vivo ricordo della morte del proprio mondo e l’adattamento alla vita sulla Terra è stato per lei molto più complesso; non è mai riuscita a considerare questo luogo come “casa”. Ed è proprio la ricerca di un luogo a cui sentire di appartenere che la spinge a viaggiare incessantemente per la galassia, accompagnata dal fedele cane Krypto, la sua intera famiglia.
Durante il viaggio, la sua vita si incrocia con quella della giovane Ruthye Marye Knoll (Eve Ridley); le due si trovano, loro malgrado, a dover unire le forze contro un nemico comune, il malvagio Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts).

Un’avventura che mira ad espandere l’universo DC, presentando nuovi pianeti e bizzarri personaggi, come il cacciatore di taglie Lobo, un eccentrico Jason Momoa, che si suppone sarà coinvolto in progetti futuri DC. Il world building, le atmosfere e la scelta della palette di colori ricordano parecchio quelle de I guardiani della galassia, con ricostruzioni e effetti visivi piuttosto materici e consistenti, una scenografia che sembra possibile toccare con mano, con l’obiettivo di portare in scena un coraggioso (e personale) approccio alle classiche prerogative del genere fantascientifico.
Un’eroina caotica, irriverente, disincantata, che tenta di affogare il dolore e il vuoto nell’alcol, convinta di riuscire a guardare la realtà per come effettivamente si presenta in tutto il suo squallore, senza vedere solo “ciò che è bello” come fa Kal-El, ma vedendo ciò che, secondo lei, è vero. Un cuore appesantito dal dolore, che però mostra di essere forte quando serve, lottando per i più deboli.
Un approccio alla vita che incide sia sulle relazioni che ha con i vari personaggi sia all’interno dei combattimenti, ricchi di umorismo, sarcasmo e caos costanti. Una personalità sicuramente originale per l’universo DC, un raggio di luce coperto da un velo di malinconia, che non si prende sul serio e fa dell’imperfezione la sua forza, come testimoniano i lunghi capelli biondi perennemente spettinati portati con fierezza (dettaglio non comune per i personaggi femminili dotati di superpoteri, il cui trucco e capelli sono sempre sistemati alla perfezione).
Il film riflette su temi quali dolore e vendetta, su come quest’ultima abbia un pericoloso potere distruttivo che si ripercuote, in primo luogo, proprio su chi la prova. Conflitti interiori, di fatto, visti e rivisti che, narrativamente, hanno sempre accompagnato le storie degli eroi e che non rappresentano certo una novità in un prodotto del genere.
Le novità assolute sono di fatto rappresentate proprio dall’energia unica della protagonista e dalle atmosfere del film, nel quale non mancano certo dinamismo e azione, che rendono la pellicola piacevolmente godibile, anche se gli sviluppi narrativi risultano piuttosto limitati e spesso scontati. Nonostante questo, però, Supergirl mostra di avere un’identità forte e riconoscibile con una buona caratterizzazione dei personaggi, confermando quindi una continuità stilistica con la nuova visione creativa conferita da Gunn, senza renderlo un mero spin-off di Superman, ma bensì un tassello autonomo nella costruzione del nuovo universo DC.


