Mother Mary recensione film di David Lowery con Anne Hathaway, Michaela Coel e Hunter Schafer [Anteprima]

Mother Mary ha attirato l’attenzione soprattutto per la musica: il racconto dell’immaginaria superstar Mother Mary (Anne Hathaway) è infatti corredato dalle canzoni originali di Charli xcx. L’artista britannica si era già affacciata al cinema, nel pieno di questa incredibile rinascita artistica, con The moment e poi con Wuthering Heights, da cui era derivato l’album omonimo.
Con Mother Mary crea, insieme allo sceneggiatore e regista David Lowery, un’artista di successo che è credibilissima: una Taylor Swift più dark, un’aureola che la contraddistingue e un alone di spiritualità che definisce il suo personaggio, ricordata come una Giovanna D’Arco ferita.
Il personaggio prende vita ed esce dal film, tanto che il 17 aprile troviamo su tutte le piattaforme l’album Mother Mary: Greatest Hits cantato da Hathaway e scritto da Charli xcx. Il film appare quindi una diretta conseguenza, sprofondato in una perfetta architettura: per due ore noi, spettatori, siamo convinti che Mother Mary esista e che potremmo ascoltare la sua canzone finale, Spooky Action.
Una volta creata questa solida barriera di credibilità, David Lowrey può lasciare spazio alle colonne sonore di Daniel Hart, compositore che già l’aveva accompagnato in precedenti lavori come Old Man & The Gun e Storie di un fantasma, molto più minimal, molto più legate alle immagini, alle sensazioni, ai battiti del cuore che diventano una colonna portante del film insieme ai silenzi.

Il personaggio musicale spirituale ed elevato diventa un perfetto stratagemma per un film ricco di elementi onirici, metaforici e teatrali senza che essi risultino stucchevoli. La storia che vuole raccontare, infatti, non è legata affatto alla musica, anche se racconta il rapporto di due artiste. Il personaggio di Hathaway si ritrova al momento di maggior successo della sua carriera in cui tutti la amano, tranne la sua stylist originaria, colei che l’ha aiutata a creare il suo personaggio artistico, Sam Anselm (Michaela Coel).
La loro storia diventa il fulcro del film, la relazione tra due persone che cercano nell’altra una parte di sé: Sam cucendole addosso parti della sua storia, Mother Mary cercando ciò che rappresenti davvero sé stessa al di là del suo personaggio. Sam non ascolta più la sua musica da quando le due per motivi lavorativi si sono allontanate. Il lavoro su questo personaggio le riguarda profondamente e la musica, quella che tutti amano, diventa il luogo del non detto, dei mi dispiace non giustificati. Perciò Sam decide di non ascoltare più la sua musica, neanche Spooky Action, la nuova canzone per cui la cantante le ha chiesto di idearle un vestito.
Il loro confronto è intenso e poggiato su dialoghi pensati nel silenzio, da cui non si può scappare. Ogni parola, ogni metafora è analizzata, confrontata, ogni tono viene indagato per scoprirne un’invidia non dichiarata o qualche sentimento nascosto. Il loro incontro appare come la terapia di cui avevano bisogno, la necessità di far uscire qualcosa che per tanto tempo hanno represso dietro lavoro e ferite. È il lavoro artistico che chiede di tornare umano, di cercare il confronto e non solo l’approvazione e l’egocentrismo negli altri. Questi meravigliosi scambi sono accompagnati dalla fotografia superba e profondamente performativa di Andrew Droz Palermo e Rina Yang. Come se l’arte, musicale e di styling, rompesse la quarta parete per diventare narrazione. Così la scenografia, di Francesca Di Mottola, i costumi, di Bina Daigeler, diventano elementi di narrazione, metafore di questa relazione.
Mother Mary attira per la musica, ma diventa luogo di equilibrio. La teatralità delle scene, supportata dalla profonda credibilità e dalla centralità dell’arte, raramente ha trovato un’espressione così convincente e interessante come in questo film. Nonostante i molti elementi e i lunghi dialoghi tiene gli spettatori incollati allo schermo, dilettandoli con una resa visiva e sonora che non solo accompagna la narrazione, ma la rappresenta.



