Michael recensione film di Antoine Fuqua con Jaafar Jackson, Miles Teller e Colman Domingo
di Giorgio Maria Aloi

Michael, diretto da Antoine Fuqua, è un biopic che sceglie con chiarezza la strada dell’omaggio, costruendo un racconto che privilegia la celebrazione rispetto all’analisi. Il film ripercorre l’ascesa di Michael Jackson dagli esordi nei Jackson Five fino al raggiungimento dello status di icona globale, fermandosi volutamente all’apice della sua carriera.
Questa scelta narrativa definisce fin da subito l’identità dell’opera: non un ritratto completo, ma un’esperienza emotiva costruita attorno al mito. La struttura è lineare, accessibile, e accompagna lo spettatore attraverso le tappe fondamentali della vita dell’artista, includendo il rapporto complesso con il padre Joe Jackson e accennando alle fragilità personali senza mai approfondirle fino in fondo.
Elementi come la filantropia, il lato più tenero e infantile e il legame simbolico con Peter Pan e Neverland Ranch vengono trattati più come suggestioni evocative che come veri percorsi di analisi, contribuendo a costruire un’immagine coerente ma inevitabilmente parziale.
La performance di Jaafar Jackson è uno degli aspetti più interessanti del film. La somiglianza fisica è notevole, ma è soprattutto il lavoro sul corpo a convincere: movenze, postura e presenza scenica sono ricostruite con grande precisione. La sincronizzazione con la voce originale di Michael è tecnicamente impeccabile e permette di mantenere intatta l’identità sonora dell’artista. Tuttavia, sul piano emotivo, l’interpretazione resta controllata, più orientata alla riproduzione che all’interiorizzazione. È una scelta coerente con il tono generale del film, che non cerca di reinventare il personaggio ma di restituirlo nel modo più fedele possibile, privilegiando il riconoscimento rispetto alla rilettura.
Il cuore pulsante del film è rappresentato dalle esibizioni musicali, ricostruite con una cura quasi maniacale. In queste sequenze, Michael trova la sua vera forza: la regia, il montaggio e la fotografia si allineano per restituire l’energia e la potenza scenica dell’artista. La musica diventa protagonista assoluta, guidando il ritmo e l’emozione del racconto. È in questi momenti che il film smette di essere un semplice biopic e si trasforma in un’esperienza immersiva, capace di coinvolgere anche chi conosce già ogni dettaglio della carriera di Jackson.

La regia di Fuqua si mantiene sempre controllata, evitando scelte troppo audaci e privilegiando una narrazione fluida e coerente. Lo stile romanzato contribuisce a rendere il film accessibile, ma allo stesso tempo ne limita la profondità, mantenendo tutto su un piano più levigato e uniforme.
Il confronto con Bohemian Rhapsody è inevitabile, ma qui la componente celebrativa è ancora più marcata. Se quel film cercava un equilibrio tra spettacolo e conflitto, Michael abbraccia completamente la dimensione dell’omaggio, rinunciando consapevolmente a esplorare le zone più controverse della vita dell’artista. Questa scelta può essere vista come un limite, ma anche come una precisa dichiarazione d’intenti: il film non vuole essere definitivo, ma evocativo. La decisione di concludere il racconto nel momento di massima gloria rafforza questa idea, trasformando il finale in una sospensione che cristallizza Michael Jackson come icona, più che come uomo.
Ne emerge un’opera che funziona proprio perché accetta la propria natura, costruendo un tributo coerente, visivamente potente e musicalmente coinvolgente. Non è un film che scava, ma è un film che sente, e che riesce a trasmettere quella sensazione allo spettatore con una certa efficacia.


