Amarga Navidad recensione film di Pedro Almodóvar con Leonardo Sbaraglia, Bárbara Lennie e Aitana Sánchez-Gijón

Come un grande campione che sente il corpo rallentare e si interroga sul momento giusto per ritirarsi, Pedro Almodóvar affronta in Amarga Navidad il rapporto complicato con la fine della propria carriera. Più che un film sul Natale, è una riflessione sull’amarezza del “dopo”: quel momento in cui il bisogno di continuare a creare si scontra con i limiti dell’ispirazione e con le conseguenze morali del proprio lavoro.
Il regista Raúl (Leonardo Sbaraglia) è in crisi creativa e scrive la storia di Elsa (Bárbara Lennie), una donna che perde la madre durante le feste e si immerge nel lavoro per evitare il lutto. Progressivamente i confini tra finzione e realtà si confondono: Raúl usa il dolore di chi gli sta intorno per alimentare la sceneggiatura, come un campione che prolunga la carriera chiedendo un ultimo sforzo eccessivo a sé stesso e agli altri. Almodóvar rende questo meccanismo metaletterario, mostrando come il cinema possa intrappolare e ferire oltre che raccontare.
Il tema della procrastinazione del tramonto invoca sicuramente il viale tormentato percorso da Norma Desmond, aggrappata a una gloria ormai svanita, ma trova corrispondenze in altri grandi campioni che hanno avuto difficoltà a scrivere una volta per tutte la parola fine: Muhammad Ali, Francesco Totti e una lista sterminata di persone che hanno scelto un lungo e doloroso prolungamento. Anche qui i personaggi faticano ad accettare che il loro tempo di massimo splendore sia passato, forse perché terrorizzati dall’abbandonare ossessioni e aspetti intorno a cui hanno costruito personaggi e/o carriere. O forse, perché convinti di avere tra le mani l’unico mezzo con cui portare avanti la propria vita
Nel film Raúl arriva a definire la propria opera un “film minore”, un’autoironia che sembra riflettere la consapevolezza dell’autore stesso: Amarga Navidad non cerca di essere un nuovo grande classico, ma un’opera più dimessa e riflessiva di spietata consapevolezza.
Questo approccio riprende elementi già presenti in Dolor y Gloria, dove Almodóvar aveva consegnato allo spettatore la propria vita e i propri dolori con coraggio, ripercorrendo l’esistenza sotto il segno dell’amore come unica forza in grado di trascendere il tempo. Lì l’artista guardava al passato per ritrovare slancio; qui si chiede invece se abbia ancora il diritto di continuare a raccontare, quasi graffiando una tavoletta di cera ormai consumata, in attesa di una possibile tabula rasa. Il risultato guadagna in complessità etica sul tema del “vampirismo” creativo, ma perde parte dell’intensità emotiva dei lavori precedenti.
Visivamente il film resta fedele allo stile del regista spagnolo, con i suoi colori saturi e la sua teatralità. Tuttavia emerge una certa freddezza che non sempre riesce a coinvolgere. Amarga Navidad è un’opera matura e per una volta disincantata, ma non del tutto riuscita: alcune scelte narrative risultano calcolate e il bilanciamento tra dramma e ironia non sempre convince.



