Dolor y Gloria

Dolor y gloria recensione: il ritratto e l’autocritica di Pedro Almodovar

Pedro Almodovar torna al cinema con Dolor y gloria, film capace di emozionare tanto quanto fece 20 anni fa il capolavoro del regista, Tutto su mia madre.

Mentre prosegue, a suon di proiezioni e flash sul red carpet, la 72esima edizione del Festival di Cannes, lungo la Croisette una considerazione sembra aver messo d’accordo tutti: Pedro Almodovar è tornato nel migliore dei modi, dove per “tornare” intendiamo dire che proprio a Cannes il regista spagnolo ha presentato il suo ultimo lavoro, Dolor y gloria, e per “migliore dei modi” intendiamo invece dire che il film in questione arriva dritto al cuore ed esalta lo stile e il talento di Almodovar come non accadeva dai tempi di Tutto sua mia madre, suo capolavoro indiscusso, arrivato nelle sale esattamente un ventennio fa.

In questo lasso di tempo sono stati girati film di grande successo, vedi Volver e Gli Abbracci Spezzati, nonché Parla con lei e La mala educaciòn, ma quello che da giovedì scorso tutti hanno la possibilità di vedere in sala rappresenta un vero e proprio gioiellino della filmografia almodovariana.

Antonio Banderas in stato di grazie in Dolor y gloria

Dolor y gloria, recensione: l'analisi autocritica di Pedro Almodovar

Dolor y gloria costituisce un film imperdibile per tutti coloro che nel corso degli anni hanno imparato a conoscere e amare Pedro Almodovar. Proprio loro, infatti, possono rivedere in quest’opera l’anima del regista raccontata a 360 gradi. Qui Almodovar si mette a nudo, mostra le sue fragilità e condivide con il pubblico momenti intimi della sua esistenza. Per farlo, non poteva che affidare la sua figura ad un attore che tante volte ha condiviso il set con lui: Antonio Banderas. In un certo senso, Dolor y gloria ci permette di ritrovare il talento dell’attore spagnolo, ormai più facilmente ricollegabile ad uno spot televisivo che ad un’interpretazione di buon livello sul grande schermo.

Un film di sostanza, ricco di significato e di rimandi al passato in ogni suo frangente. Nessun dettaglio viene lasciato al caso e sono tante le testimonianze dell’affetto e l’ammirazione che lega Almodovar all’Italia: dal dvd di Mamma Roma poggiato sul tavolo al poster di 8 e mezzo attaccato alla parete, passando per il brano Come Sinfonia di Mina che fa da colonna sonora alla seconda parte del film. Una canzone delicata come l’anima del regista, analizzata in ogni suo aspetto attraverso i sentimenti, le gioie e le angosce che hanno scandito la sua vita: dal bambino ricco di curiosità e voglia di imparare al ragazzo pronto a girare il mondo e a portare avanti il proprio sogno senza guardare in faccia niente o nessuno. Dolor y gloria si concentra sul protagonista che è invece l’uomo che quel bambino è poi diventato: ha perso la curiosità, non riesce più ad intravedere la luce che lo ha guidato per anni, dominato ormai dalla noia e dalla disillusione.

Penelope Cruz è la “super” mamma di Salvador

Dolor y gloria, recensione: l'analisi autocritica di Pedro Almodovar

Al centro di tutto c’è poi il rapporto tra Salvador e sua madre, narrato soprattutto attraverso l’infanzia di lui. L’interpretazione della donna è stata affidata, neanche a dirlo, a Penelope Cruz, una vera e propria musa per Pedro Almodovar. L’attrice spagnola non si smentisce e conferma di essere la prescelta assoluta per riuscire a valorizzare al meglio il lavoro di scrittura del regista. La Cruz, che qui a tratti ricorda la Sophia Loren de La Ciociara, ci mette di fronte ad una donna forte e resiliente, apparentemente inscalfibile ma allo stesso tempo capace di aprirsi a momenti di grande tenerezza con il suo unico figlio. Non vuole che Salvador diventi come suo padre, ovvero un uomo costretto a sottomettersi e ormai impossibilitato a concedersi qualche sogno per il futuro.

Anche questa voglia di non deludere le aspettative della madre spinge Salvador verso un’esistenza vissuta al cento per cento. Quando però la donna viene a mancare, è come se dentro di lui si spegnesse tutto: un blackout emotivo che lo porta a vivere tutto passivamente, finché in suo aiuto non arriva ancora una volta il cinema. Una serie di circostanze gli permettono poi di rincontrare Federico, l’amore della sua vita. Un bacio di pochi secondi tra loro due, quasi come fosse quello tra un principe azzurro ed un bello addormentato, lo riporterà in vita e riaccenderà la luce nei suoi occhi e nel suo spirito, ormai da anni intrappolato in un corpo costretto ad arrendersi allo scorrere del tempo.

In conclusione, durante il film viene più volte ripetuta la frase “l’amore non basta a salvare le persone che amiamo” ma con Dolor y gloria Almodovar ci dice e ci dimostra che l’amore può invece bastare a salvare noi stessi.

Sintesi

L'anima di Pedro Almodovar raccontata a 360 gradi: un film ricco di significato, condiviso con il suo alter ego Antonio Banderas e la sua musa Penelope Cruz. Imperdibile per tutti coloro che nel corso degli anni hanno imparato a conoscere e amare il regista spagnolo.

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