Masters Of The Universe recensione film di Travis Knight con Nicholas Galitzine, Jared Leto e Idris Elba
di Mario Penniello

Dopo quasi quarant’anni da una prima trasposizione in live action, Masters of the Universe ritorna nelle sale, con una nuova pellicola firmata dal regista Travis Knight, promettendo di ridare lustro e visibilità all’omonimo franchise di giocattoli della Mattel.
Il blockbuster è un connubio di tanti generi ed elementi ispirati alle epopee di opere cult, strizzando però l’occhio al possibile nuovo pubblico, svecchiando e smussando canoni appartenenti al passato, prendendosi spesso in giro ma mai perdendo la grinta che ha sempre contraddistinto le avventure dei protettori di Eternia, questo magico mondo dove la magia antica e le armi arcane si fondono con astronavi e colpi di laser.
La trama vede la fuga del piccolo principe Adam da una Eternia ormai preda delle forze del male, guidate dal malvagio tiranno Skeletor, messo in salvo dalla madre e dalla Sacerdotessa del Castello di Greyskull assieme alla Spada del Potere, con la promessa di proteggere il segreto in essa contenuto. Diviso dall’arma, quindici anni dopo, Adam è un giovane uomo escluso da un posto, la Terra, che non lo ha mai davvero accolto, credendolo un folle dalla fervida immaginazione, esiliatosi in un reame immaginario fatto di guerrieri dai nomi discutibili. Il destino però lo ricongiungerà presto al cammino ed al ruolo che gli sono sempre spettati, tornando a casa come He-Man, il Campione di Greyskull.

L’opera è un ineccepibile punto di incontro tra i fan del franchise ed il pubblico neofita, narrando in quella che è a tutti gli effetti un racconto delle origini di una buona fetta del mondo dei Masters, mostrando i tanti personaggi iconici ed appaganti scene action ricche di pathos. Sebbene la narrazione sia pulita e lineare, il cliché in questo caso non rappresenta un difetto bensì una mossa in grado di rendere la visione fruibile a tutti, divertendo ed intrattenendo per la sua intera durata. Gli effetti speciali danno vita ad una Eternia, forse un po’ troppo disabitata, ma riccamente viva nella sua natura che ridanno un colpo d’occhio davvero piacevole, sebbene in alcuni frangenti ricevano dei cali qualitativi in contesti lasciati, forse di proposito, al margine.
La regia di Knight lo conferma come un professionista in grado di lavorare a progetti destinati alla spettacolarizzazione, senza la ricerca di troppi fronzoli ma comunque donando la giusta epicità alla messa in scena.
Il protagonista, interpretato in maniera impeccabile da Nicholas Galitzine, si mostra subito come una persona insicura, cresciuto con l’etichetta del debole e poco mascolino, il cui sviluppo sulla Terra aiuta noi spettatori ad empatizzare con la paura di restare esclusi, del non sentirsi abbastanza ed è qui che il film riesce, spesso con ironia, a modernizzare il canone dell’eroe a cui non serve sempre e solo usare la forza bruta ma a cui basta accettarsi ed attingere al potere dentro di sé.
Jared Leto, altra faccia di questa medaglia, è lo Skeletor perfetto, iconico e sopra le righe ma comunque pericoloso e malvagio come pochi villain lo sono negli ultimi anni. Non ha bisogno di spiegazioni, non ha vissuto alcun trauma, ha un teschio al posto della testa e tanto gli basta per raffigurare una letale minaccia all’intero universo.
La colonna sonora e le canzoni scelte, infine, incorniciano egregiamente ogni frangente del film con i colpi di chitarra del leggendario Brian May, rendendo godibile anche gli elementi del comparto sonoro.



