Smart Working recensione film di Svevo Moltrasio con Maccio Capatonda, Alessandro Tiberi e Maurizio Nichetti
di Gregorio Spiritosi

E dopo Gli Ospiti, rarità nell’industria cinematografica perché nata e distribuita grazie a un crowdfunding, Svevo Moltrasio torna dietro la macchina da presa, questa volta con una produzione cinematografica, per Smart Working dove, assieme a Maccio Capatonda, Sara Lazzaro, Alessandro Tiberi e Maurizio Nichetti, mette in scena una commedia che cerca in tutti i modi di far ridere ma che non lo fa quasi mai.
Giuliano (Maccio Capatonda), Laura (Sara Lazzaro) e il loro figlio si sono appena trasferiti dalla caotica Milano alla più tranquilla Torino, approfittando della possibilità di lavorare in smart working.
Tutto sembra perfetto finché il capo non gli confessa che lui è l’unico ad aver tratto giovamento della nuova metodologia, mentre i suoi colleghi abbassano il rendimento e, se questo non dovesse cambiare, tutti dovrebbero tornare a Milano.
Ormai, per nessuno della famiglia, è più pensabile tornare a vivere a Milano. Così Giuliano decide di aiutare i suoi colleghi a familiarizzare con la tecnologia, iniziando da Stefano (Svevo Moltrasio), irriverente romano sempre pronto alla battuta, e proseguendo con Gianni (Maurizio Nichetti), storico problem solver dell’azienda ormai in pensione. Ma un collega tira l’altro e, ben presto, un dipendente dopo l’altro finisce per invadere la loro casa, trasformando l’appartamento nel nuovo ufficio.
Tra detrazioni dello stipendio per ottenere qualche comfort in più e soste in doppia fila, Giuliano riuscirà a evitare che la sua famiglia sia costretta a tornare a Milano?
Smart Working è un film che, purtroppo, scricchiola sotto quasi tutti i punti di vista, fatta eccezione per la recitazione di Alessandro Tiberi, Maurizio Nichetti e Maccio Capatonda con quest’ultimo che, pur non ritrovandosi con il tipo di personaggio, riesce comunque a farlo suo.
Per il resto il film fa acqua da tutte le parti: la regia è praticamente composta solo da camera a mano che crea piani sequenza immotivati, percepiti come una ricerca del modo più veloce per chiudere una scena.

La scrittura, sia dei personaggi sia della storia stessa, è allo stesso tempo tanto banale quanto confusionaria, con pochissime scene che si concludono con un rilancio, quasi fossero indipendenti sia da quella successiva sia da quella precedente. Anche le battute, soprattutto quelle del personaggio di Svevo, finiscono per affidarsi al dialetto come unico espediente comico, risultando, a lungo andare, stucchevoli.
Un problema molto importante è anche l’assenza di audio di fondo, quasi come se i nostri protagonisti fossero separati dal mondo esterno, rivelando così la finzione cinematografica. Quindi possiamo dire che la frase “tutti i film italiani sono uguali” ha un fondo logico… giusto?
Ovviamente no, anche perché possiamo ritrovare opere interessanti anche nel contemporaneo come: C’è Ancora Domani di Paola Cortellesi, pellicola che è riuscita a far breccia sia in Italia che all’estero, Le città di Pianura di Francesco Sossai che ha dominato i David di Donatello, Orfeo di Virgilio Villoresi dove si sfruttano sia riprese dal vivo sia animazione stop-motion, e si potrebbe continuare con grandi artisti contemporanei.
Quindi, in conclusione, si può affermare che sì, il cinema italiano stia soffrendo una grossa crisi, quasi ormai in simbiosi con questo concetto, ma si può anche dire che esistano artisti disposti a mettersi in gioco, sfidando le stesse regole del mercato e proponendo qualcosa di fresco al pubblico, riuscendo a stupire e divertire, a far piangere ma anche a far riflettere; insomma, il cinema italiano straborda ancora di arte!


