After the Hunt recensione film di Luca Guadagnino con Julia Roberts, Ayo Edebiri, Andrew Garfield, Michael Stuhlbarg e Chloë Sevigny
Quando si parla di arte – in questo caso della settima -, vi è più di qualcuno fermamente convinto che i temi più universali, e dunque anche i più efficaci in termini di longevità all’interno della memoria collettiva, siano già stati ampiamente sviscerati dai classici e che, attualmente, il rischio sia da una parte quello di ripetere più o meno pedissequamente approcci e tematiche di opere oramai consolidate nel moderno immaginario socio-culturale, dall’altra, affrontando questioni e problematiche strettamente legate all’attualità, quello di rimanere congelati nel proprio tempo e, dunque confezionare opere che, a prescindere dalla qualità dell’esecuzione, sono destinate a perdersi nel marasma di prodotti sfornati ogni anno.
Vi sono tuttavia alcuni abili autori capaci di declinare l’attualità a tema universale, così da risultare puntuali per i coevi e interessanti per i posteri. Tale esito è raggiunto attraverso diversi piani, partendo da quello prettamente contenutistico, fino ad arrivare a quello formale. Luca Guadagnino è senza dubbio alcuno un nobile esponente di quel ristretto club di creativi in grado di ottenere ciò e la sua ultima fatica ne è l’ennesima dimostrazione.

After the Hunt è infatti una tagliente provocazione che Guadagnino e Nora Garrett – la sceneggiatrice – rivolgono alle nuove generazioni. Non fraintendeteci… il film non accenna neanche timidamente a quello sterile senilismo brontolato tipico di una vecchiaia scarsamente illuminata, ma è piuttosto il contrario, dato che l’esito filosofico-politico della sceneggiatura è un plateale sberleffo al sempre più diffuso moralismo da Tik Tok.
Una volta qualcuno disse: “Tempi duri formano persone forti, persone forti creano tempi tranquilli, tempi tranquilli creano persone deboli e persone deboli creano tempi duri”. Ecco… il fine percorso drammaturgico solcato dal regista di Queer non tenta neanche per un fotogramma di travestirsi da analisi obiettiva dei tempi moderni, ma, piuttosto, svela con grazia e intelligenza una tesi ben precisa sui rapporti tra la Generazione X, Millennial e i cosiddetti Zoomer (starà a voi nel corso del lungometraggio comprendere a chi Guadagnino affibbia l’etichetta di “forti” e a chi quella di “deboli che creano tempi duri”).

Il risultato è un dipinto in cui ogni pennellata ha un peso specifico ben preciso, in grado di comporre un’immagine complessa che guadagna valore avvicinandosi a osservarne i dettagli. In tal senso risulta piuttosto inevitabile menzionare l’utilizzo della virtuosa compagine di interpreti a disposizione, diretta magistralmente da un abile direttore dei corpi in grado di esprimere persino più delle parole – compito piuttosto ostico in un film pregno di dialoghi impegnati – attraverso la posizione in scena, il movimento e le espressioni dei propri strumenti in carne e ossa.
Ogni attore presente in scena, infatti, sembra vivere il proprio stato di grazia interpretativo, a partire da Roberts e Garfield – entrambi a proprio agio in ruoli fascinosamente diversi da quelli ricoperti sino ad oggi -, fino ad arrivare a Michael Stühlbarg (protagonista di quella che con grande probabilità è la scena più elegante e allo stesso tempo feroce dell’intera opera) e Ayo Edebiri. Unica nota apparentemente dissonante risiede in un finale che scontenterà molti, per via di una scelta sin troppo audace, grazie a cui il sublime equilibrio conquistato a suon di soluzioni virtuose, viene bruscamente alterato.
Dunque, maneggiando un soggetto a dir poco delicato e attuale come quello della violenza sulle donne, il talento siciliano ottiene un testo audiovisivo dalla sorprendente orizzontalità, a cui il passare del tempo non dovrebbe sottrarre nulla in termini di incisività, tanto sul piano della messa in scena, quanto su quello del messaggio squisitamente politico.

