No Other Choice recensione film di Park Chan-wook con Lee Byung-hun, Son Ye-jin e Park Hee-soon presentato in Concorso a Venezia 82
Nel corso delle ultime due decadi quello coreano è stato senza dubbio alcuno uno dei terreni più fecondi per lo sviluppo di un cinema dalla forte connotazione politica, che andasse a carpire e poi mettere in scena le storture più evidenti del sistema capitalistico.
Ai vari autori coreani che hanno seminato in tal senso va certamente riconosciuta una spiccata eterogeneità in termini di registri e generi utilizzati, il che ha permesso alla cinematografia coreana di divenire un punto di riferimento impossibile da ignorare per chiunque abbia voglia di esperire il tema relativo agli esiti di quello che a partire dal diciannovesimo secolo è divenuto il sistema economico dominante.
Tra i registi più attivi in quest’ottica ecco certamente Park Chan-wook, il quale sbarca alla 82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con No Other Choice, il nuovo esponente della propria lussureggiante filmografia. Il regista della Trilogia della Vendetta giunge in concorso alla kermesse veneziana con un’opera perfettamente in linea con la precedente produzione, scegliendo di narrare la vita di una famiglia travolta dalle più feroci logiche di mercato di una struttura economica che alcuni scelgono di definire spietata.

Park Chan-wook fa Park Chan-wook… e lo fa benissimo
Sul piano prettamente tematico le premesse appena fatte dovrebbero suggerire un lungometraggio dalle marcate striature tragico-drammatiche, tuttavia, come ormai da tradizione per il cinema coreano del terzo millennio, Park Chan-wook sceglie la strada della commedia nera dal ritmo serratissimo, in grado di fornire allo spettatore una lunga serie di quadri ricchissimi di dettagli e immagini dal significato stratificato.
No Other Choice è infatti una sequela di sequenze dall’altissimo tasso di eloquenza, tanto a livello formale quanto contenutistico, che fa della comicità una potente arma di espressione di quel particolare grottesco derivante dal disagio di una borghesia decadente.

Impossibile dunque per il protagonista accettare il declassamento a proletariato, a cui seguirebbe la rinuncia alle lezioni di tennis, al comodo SUV, alle abbondanti dosi di carne nella zuppa, all’abbonamento a Netflix e persino ai cani… in poche parole un’inevitabile regressione delle condizioni di vita.
La soluzione in questo caso non è un tentativo probabilmente sterile di attentare dal basso al sistema vigente, ma piuttosto quella di ricorrere ad ogni più disumana condotta pur di riconquistare il proprio ruolo all’interno della società, alimentando e divenendo succube della forma più malsana di concorrenza.
Da parte di Park, tuttavia, non vi è alcuna forma di moralismo nei confronti del proprio protagonista, a cui non sono riservati ne trattamenti di favore ne di condanna. A completare un’opera sostanzialmente priva di sbavature ecco un finale dove vi è persino lo spazio per una tagliente e puntuale riflessione sull’intelligenza artificiale, che si fonde con fare sublime al tessuto narrativo del film, rafforzandone la presa sull’attualità.

