La ragazza del coro – Little Trouble Girls recensione film di Urška Djukić con Jara Sofija Ostan, Mina Švajger, Saša Tabaković e Nataša Burger
Presentato alla Berlinale del 2025 e in numerosi altri festival internazionali, candidato agli European Film Awards come migliore rivelazione e distribuito nelle sale italiane dalla Tucker Film, La ragazza del coro – titolo originale Kaj ti je deklica, titolo internazionale Little Trouble Girls – è il lungometraggio d’esordio della Urška Djukić. Frutto di una coproduzione tra Slovenia, Italia, Croazia e Serbia, con il sostegno tangibile della Friuli Venezia Giulia Film Commission, il film è ambientato prevalentemente a Cividale del Friuli ed è stato recentemente incluso nella sezione Wild Roses della trentasettesima edizione del Trieste Film Festival, curata da Nerina Kocjancic dello Slovenian Film Center per l’ormai storica kermesse triestina.
La ragazza del coro è un intenso coming-of-age che segue la timida e sensibile Lucija, sedicenne introversa che frequenta una scuola cattolica slovena. Per assecondare il desiderio della madre e aprirsi a un’esperienza nuova, Lucija entra a far parte del coro femminile della scuola, dove incontra Ana-Marija, coetanea carismatica e sicura di sé. Durante un ritiro di prova di tre giorni in un convento di campagna, la ragazza comincia a sperimentare impulsi fino ad allora inespressi: osserva con curiosità non solo l’amicizia con Ana-Marija, ma anche il mondo esterno – uomini al lavoro nei dintorni, sguardi, desideri che mettono in crisi la sua educazione religiosa e la sua fragile idea di sé. L’attrazione per l’oscuro restauratore incaricato dei lavori al convento e i turbamenti interiori che ne derivano incrinano l’equilibrio del gruppo e la sua fede, costringendo Lucija a interrogarsi sul proprio ruolo e sulle proprie convinzioni.
La regia della Urška Djukić adotta una narrazione fluida e immersiva, in cui la quotidianità del coro — prove, silenzi, piccoli rituali e dinamiche relazionali — diventa metafora del tumulto interiore della protagonista. Le lunghe inquadrature su volti e corpi adolescenti, gli sguardi furtivi e una diegesi fortemente sonora fatta di respiri, vibrazioni e canti costruiscono un’estetica sensoriale che restituisce l’adolescenza come esperienza complessa, attraversata da desideri contrastanti, pulsioni fisiche, fede e ribellione. Il suono e la musica non accompagnano semplicemente le immagini, ma ne costituiscono l’ossatura emotiva, dando forma a ciò che Lucija non riesce ancora a nominare. Molto forte la grammatica simbolica del film, spesso sessualmente allusiva – da un punto di vista archetipico, il film oscilla tra l’immaginario cristiano, incarnato da una statua della Madonna con una mano rotta presente nel convento di Cividale, e rimandi a un matriarcato arcaico e pagano. Un po’ come succede in Bugonia di Yorgos Lanthimos, un film per ogni altro verso diversissimo se non sul piano strutturale, l’ultimo quarto d’ora de La ragazza del coro propone allo spettatore un grosso scarto sul piano narrativo e stilistico, immergendo pienamente la protagonista in quella dimensione onirica e simbolica alla cui il film fino a quel momento aveva riservato frequenti ma solo istantanei rimandi: e anche sul piano della narrazione in senso stretto qualcosa si perde per strada nell’ultimo atto del film, è proprio il finale il momento di maggior fascino e forza visiva de La ragazza del coro.

In termini di cinema contemporaneo italiano ed europeo, La ragazza del coro si inserisce in una linea autoriale che dialoga con il lavoro di registe attente alle tensioni interiori dell’identità femminile e ai processi di formazione. In particolare, la poetica della Djukić può essere accostata a quella della Laura Bispuri, apripista in questo genere di narrazioni di genere con film come Vergine giurata e Figlia mia, in cui il racconto si concentrava su relazioni femminili profonde e ambigue, attraversate da conflitti identitari, regole sociali e legami affettivi complessi. Come la Bispuri, la Djukić costruisce un cinema intimo e sensoriale, fatto di silenzi, sguardi e dettagli corporei, dove l’interiorità dei personaggi emerge attraverso una messa in scena attenta alla psicologia e ai sottotesti emotivi. Tuttavia, mentre la Bispuri nei suoi primi due film, così come nel successivo Il paradiso del pavone e nell’ultima stagione de L’amica geniale da lei integralmente diretta, ha privilegiato una drammaturgia più “domestica” e familiare, centrata sulle eredità emotive e sui rapporti genitoriali, la Djukić nel suo film d’esordio concentra il suo sguardo sulla soglia dell’adolescenza, mettendo in tensione desiderio, disciplina e dimensione spirituale, con una struttura narrativa che assume tratti quasi rituali e in cui la musica diventa un vero e proprio motore espressivo.
Il film può essere avvicinato anche al cinema della Laura Samani, in particolare per l’attenzione al percorso di crescita come processo di trasformazione profonda. Nel suo primo film Piccolo corpo, ambientato anch’esso nella regione liminare tra Friuli e Slovenia ma sul finire dell’Ottocento, e con una protagonista di pochi anni più grande in lutto per il suo bambino nato morto, la Samani ha intrecciato corporeità, mito e desiderio all’interno di storie di passaggio e resistenza, raccontate con una sensibilità fortemente lirica che non rinuncia alla concretezza emotiva dei personaggi. Pur muovendosi nella contemporaneità e su un terreno complessivamente più realistico — fatta eccezione per il finale — la Djukić condivide con la Samani l’interesse per ciò che accade sotto la superficie, per quel momento fragile in cui l’identità si ridefinisce come equilibrio instabile tra cultura, corpo e pulsioni interiori.
La ragazza del coro risulta così un’opera d’esordio matura e consapevole, capace di restituire un ritratto vivido e sensoriale di un’adolescenza in fermento e, al contempo, di dialogare con le tendenze più interessanti del cinema europeo contemporaneo guidato da registe donne. Grazie a immagini raffinate, interpretazioni sottili — su tutte quella di Jara Sofija Ostan nel ruolo di Lucija — e a un uso del suono che trascende il semplice accompagnamento per diventare materia narrativa, il film invita lo spettatore a una riflessione profonda e coraggiosa su identità, desiderio, fede e sulle regole, interiori ed esterne, che contribuiscono a definire chi siamo e chi stiamo diventando.

