Moja Vesna recensione film di Sara Kern con Loti Kovačič, Mackenzie Mazur, Gregor Baković, Flora Feldman, Claudia Karvan e Rosanna Sciulli
Presentato alla Berlinale del 2022 nella sezione Generation KPlus e adesso incluso nella sezione Wild Roses della trentasettesima edizione del Trieste Film Festival, Moja Vesna, esordio nel lungometraggio di Sara Kern, è un film che lavora per sottrazione, scegliendo consapevolmente una grammatica minimale per interrogare il lutto, lo spaesamento e la fragilità dei legami familiari in una dimensione diasporica. Il film, incentrato sulle due sorelle Moja e Vesna, segue una famiglia slovena emigrata in Australia dopo la morte della madre, ma il racconto evita deliberatamente qualsiasi struttura consolatoria o pedagogica, con un rigore narrativo che segue nondimeno con empatia e dolcezza la storia delle due protagoniste e del piccolo microcosmo che ruota attorno a loro.
La decenne Moja, figura quasi opaca nel suo mutismo emotivo, diventa il punto di coagulo di una tensione sotterranea: non tanto il dolore in sé, quanto l’impossibilità di nominarlo. La Kern costruisce lo sguardo del film attorno a questa resistenza all’espressione, adottando un dispositivo registico che privilegia i margini — gli sguardi laterali, i tempi morti, gli spazi domestici come luoghi di disallineamento più che di intimità. Parallelamente al processo di lutto per la morte della madre, ulteriormente complicato dal dubbio che la donna possa essersi suicidata, un’altra sfida attende le due protagoniste e loro padre: Vesna, ragazza sulla ventina che scrive con passione delle composizioni a metà strada tra poesia e rap, è incinta, e, nella totale assenza del partner maschile, mai nemmeno menzionato nel film, si appresta a partorire.
In questa scelta formale risiede uno degli elementi più significativi del film: la rinuncia a una psicologizzazione esplicita dei personaggi a favore di una costruzione per frammenti, in cui il non detto acquista un peso specifico superiore alla parola. Il lavoro sulla messa in scena è sobrio, quasi ascetico, e si affida a una recitazione trattenuta che evita la drammatizzazione, lasciando che il conflitto emerga per accumulo e attrito, piuttosto che per esplosione.
Nel panorama del cinema europeo contemporaneo più attento alle traiettorie intime e ai movimenti sotterranei dell’esperienza emotiva, Moja Vesna si colloca come un oggetto discreto ma rigoroso, capace di interrogare il dolore senza trasformarlo in spettacolo e l’identità senza irrigidirla in categoria. Il film di Sara Kern si inserisce in una linea di ricerca che attraversa certo cinema d’autore transnazionale, dove la messa in scena diventa uno spazio di ascolto più che di affermazione.
Nel contesto del cinema sloveno e balcanico degli ultimi anni, Moja Vesna si affianca peraltro a una costellazione di film, spesso d’esordio, che hanno affrontato il lutto come condizione esistenziale, a volte con significativi sottotemi legati alla storia recente dei Balcani, spesso trovando nel Trieste Film Festival uno spazio di visibilità privilegiato.
Sempre nella sezione Wild Roses di quest’anno è stato presentato History of Love di Sonja Prosenc, datato 2018, che indaga la perdita attraverso una messa in scena rarefatta e introspettiva, a tratti frammentaria; il film olandese-croato Take Me Somewhere Nice di Ena Sendijarević del 2019 proponeva l’interessante sfida narrativa di un road movie che rappresenta per la protagonista la preparazione al lutto imminente per il padre fino a quel momento mai conosciuto, mentre, andando un po’ più indietro nel tempo fino al 2015, il film croato Sole alto di Dalibor Matanić articolava il tema del lutto in una dimensione ciclica e transgenerazionale, legata alle ferite ancora aperte del dopoguerra balcanico. In dialogo con questo immaginario si collocano anche alcuni film italiani recenti ambientati lungo il confine tra Friuli e Slovenia, come l’acclamato Piccolo corpo di Laura Samani del 2021, vincitore del David di Donatello per la migliore regista esordiente e dell’European Film Award come migliore rivelazione, e I nomi del signor Sulčič di Elisabetta Sgarbi del 2018, che attraversano il lutto intrecciandolo a una dimensione geografica liminale, dove il confine diventa spazio simbolico di passaggio, perdita e trasformazione. In questo quadro, Moja Vesna emerge per la radicalità del suo minimalismo narrativo, scegliendo di inscrivere il lutto in una zona quasi muta, sottratta tanto alla memoria storica collettiva quanto alla narrazione tipicamente identitaria grazie all’ambientazione australiana. Legato fortemente a un’idea di cinema che rifiuta l’urgenza narrativa e l’effetto emotivo immediato, preferendo un tempo rarefatto, fatto di silenzi, gesti sospesi e relazioni non risolte, Moja Vesna colpisce per questa sua natura liminale: un’opera che non cerca di imporsi, ma di permanere.

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