Wildwood – recensione film di Travis Knight [RoFF21]

Produrre, o anche solo concepire, un film d’animazione in stop motion, modellando fisicamente ogni singolo elemento destinato a essere inquadrato, appariva un’impresa folle, al limite dell’ingiustificabile, già prima dell’avvento dell’animazione tridimensionale in computer grafica. Figuriamoci nel 2026, con un epic fantasy dalle dimensioni mastodontiche sul piano visivo.
Non è un caso che il visionario studio dietro a Wildwood abbia impiegato ben sei anni e un budget smisurato per confezionare un’opera a dir poco ambiziosa, che quantomeno dal punto di vista squisitamente visivo non può che lasciare a bocca aperta chiunque.
E lo stupore non deriverà soltanto dalla conoscenza del percorso produttivo affrontato dallo studio dietro a quel capolavoro di Coraline, ma anche e soprattutto da un risultato che, anche se fosse stato ottenuto interamente in CGI, sarebbe stato un vero e proprio miracolo artistico.
Che splendore da vedere, ma basterà?
Wildwood – è semplicemente splendido da vedere. Una considerazione che si estende a tutto ciò che concerne l’aspetto tecnico dell’opera, dato che anche la qualità della regia, del sonoro, della colonna sonora e della fotografia è al sommo della categoria.
O meglio, setta letteralmente nuove vette difficilmente raggiungibili a meno di sforzi sovrumani paragonabili a quanto compiuto in questo caso. Una volta appurato tutto ciò, si può iniziare ad entrare nel merito di quanto questo fantastico guscio contenga.
Purtroppo la vicenda di Wildwood, al netto di una scrittura più che discreta dei suoi protagonisti e comprimari, appare eccessivamente derivativa da un immaginario fantasy masticato e rimasticato, che rischia di inquinare colpevolmente il lavoro svolto sul piano della rappresentazione.
Tra antichi patti, magie mal spiegate e cliché narrativi dal sapore francamente prevedibile, il film non stupisce mai, finendo per stimolare ben più la vista della mente. Anche i personaggi secondari, pur nella loro opulenza estetica, finiscono per risultare comparse sin troppo fugaci in termini di ritorno emotivo.
È quindi così che la caratterizzazione di questi, e a volte anche dei personaggi principali, avviene più visivamente che sul piano drammaturgico, trasformando a tratti Wildwood in una sterile, seppur straordinaria passerella di scenografie, costumi e design. Un peccato difficile da digerire, in particolare conoscendo le caratteristiche dello studio coinvolto, che purtroppo stavolta, nell’ossessione per la forma, ha finito per lasciare da parte il contenuto.


