Avatar: Fuoco e cenere recensione film di James Cameron con Zoe Saldana, Samuel Worthington e Sigourney Weaver

Citando il mastodontico progetto editoriale inaugurato da James Cameron nel lontano 2009 si tende a rimandare immediatamente al concetto di avanguardia cinematografica e, a più di quindici anni dall’uscita del primo capitolo, ma soprattutto in concomitanza con l’uscita in sala di Avatar: Fuoco e Cenere, appare utile interrogarsi in quali termini questa saga abbia realmente innovato le modalità con cui oggi un qualsiasi creativo concepisce la settima arte.
Per fortuna ognuno è libero di interpretare a piacimento il concetto di avanguardia, ma, allo stesso tempo, risulterebbe piuttosto coraggioso affermare che l’universo audio-visivo messo in piedi dal regista di Titanic abbia rappresentato anche in minima parte una novità sul piano squisitamente narrativo.
Difatti è dal punto di vista esclusivamente tecnico, o per meglio dire tecnologico, che l’opera di Cameron ha scosso il mondo dell’intrattenimento di massa.

Avanguardia o mero esercizio di stile per distrarre le masse?
Osservare uno sconfinato pianeta alieno, riprodotto su schermo con tecnologie in grado di ottenere il fotorealismo (anche se, a dire il vero, rivedendo il primo Avatar si notano alcuni innegabili limiti, persino per quanto concerne la riproduzione poligonale di Pandora e dei suoi abitanti), fu certamente il dato più influente per il plateale successo collezionato dal regista canadese a inizio millennio, nonché l’elemento che ammaliò il mondo intero. Forse soltanto i più patiti del mondo videoludico rimasero esclusi da questa virale euforia, poiché non vergini rispetto alla sensazione di trovarsi immersi in un mondo spettacolare generato attraverso poligoni tridimensionali, assicurando alla creatura di Cameron la nomea di unica e vera avanguardia cinematografica del ventunesimo secolo.
Ora, tornando al tema di cui sopra, è davvero questo tipo di avanguardia a cui aspiriamo per quella che senza particolari dubbi è la forma d’arte più rappresentativa dell’ultimo secolo?
Se nei primi anni del Novecento vi fu la prima grande rivoluzione relativa alla trasformazione della forma in contenuto (Ejzenštejn, Vertov e Griffith), e se alla metà del ventesimo secolo il Neorealismo italiano, poi il Free Cinema e infine la Nouvelle Vague scossero con vigore le flebili certezze di un’arte immersa in una perpetua metamorfosi, oggi dovremmo davvero accontentarci di qualche splendido paesaggio in 3D per definire l’avanguardia contemporanea?
In che modo esattamente la tanto chiacchierata rivoluzione del foto-realismo poligonale avrebbe modificato nel profondo le regole della narrazione per immagini? Semplicemente per il fatto che d’un tratto era diventato meno utopico costruire virtualmente dei mondi fantastici da zero? Beh… il cinema ha da sempre adoperato stratagemmi di ogni tipo in grado di mettere in scena ambientazioni altrettanto (se non più) credibili.
In tal senso basti ricordare le palpabili ambientazioni del primo Alien (1979) o, tornando ancor più indietro, lo sbalorditivo spazio immaginato da Arthur C. Clarke e splendidamente trasposto da Stanley Kubrick, in quello che rimarrà a tempo indeterminato uno dei miracoli visivi più rumorosi di sempre.
Avatar 3 ripete lo schema, ma più di quindici anni dopo
Cosa rimane una volta premuto il tasto delete per spogliare Avatar del proprio lussureggiante vestito di pixel? Rimane una manciata di righe contenenti il soggetto e la trama di tre film sin troppo simili l’uno all’altro, in cui la costante esigenza di mostrare il “dove” finisce per inghiottire tristemente il “cosa” e, soprattutto, il “come” Cameron sceglie di raccontarcelo.
Polverosi archetipi narrativi (altro che avanguardia) si susseguono uno dopo l’altro, fino a scadere nelle soluzioni più vetuste del cinema da popcorn: campi lunghi su Pandora, schemi ripetuti film dopo film, battaglie su larga scala, scazzottate finali tra il buono e il cattivo, eccetera, eccetera.
Se nel secondo capitolo quantomeno l’introduzione dell’ambientazione acquatica aveva in parte rivitalizzato l’immaginario visivo della saga, in questo caso persino il fuoco e la cenere (tanto pubblicizzati nei trailer) scompaiono dopo una manciata di sequenze, così come una nuova e carismatica villain, anch’essa intrappolata nella rete di sterili certezze narrative ricercate disperatamente da Cameron.


