Toy Story 5 recensione film di Andrew Stanton con le voci italiane di Ilaria Stagni, Angelo Maggi e Massimo Dapporto

Mettetevi nei panni di Francesco, giovane papà ancora seduto in una piccola sala cinematografica con suo figlio Nino dopo visto Toy Story 5. Era convinto di vedere l’ennesima avventura di giocattoli e si è ritrovato interrogato all’improvviso, come ai tempi della scuola, sulla transizione dei giocattoli nell’era digitale con tutte le relative implicazioni.
Il film è un gigantesco alert confezionato con la consueta maestria Pixar. Jessie prende il cappello da sceriffo e la scena guidando la vecchia banda contro Lilypad, il tablet-rana con un display pieno di ombre. Bonnie è una bambina timida ed eclettica, bullizzata via chat, e i genitori – con le migliori intenzioni – le regalano il device come soluzione pratica. «I giochi servono soltanto a giocare, i dispositivi servono a qualsiasi cosa», sospira Woody. È un ritratto che colpisce perché fin troppo riconoscibile per chi negozia limiti al tempo davanti gli schermi a casa.
Qui emerge il doppio binario che rende il film affascinante e limitato allo stesso tempo: l’opposizione adulto vs bambino trova un corrispettivo nella sfida analogico vs digitale. Pixar tenta la sfumatura – Lilypad ha il suo arco di redenzione e riconosce alcuni vantaggi della tecnologia per una bimba introversa – ma il peso emotivo e narrativo pende nettamente verso la superiorità del gioco fisico, delle relazioni faccia a faccia, dell’immaginazione sporca di colore.
Il confine tra pedagogia e intrattenimento diventa labile, quasi evanescente: il divertimento c’è (animazione superba, Jessie magnifica, gag efficaci), ma spesso il film suona come un messaggio di pubblica utilità travestito da avventura, un promemoria gentile ma fermo per genitori ansiosi della Gen Alpha.

Rispetto a Toy Story 3, che elevava l’obsolescenza a tragedia universale e catartica, qui il tema del trapasso di emozioni si fa quotidiano e “utile”: meno epico, più specchio delle paure contemporanee. Funziona emotivamente grazie all’approfondimento del trauma di Jessie, ma come discorso sociale resta confortevole, un filo manicheo, con un sapore da boomer per i ragazzini di oggi. Con il rischio di scambiare nostalgia per saggezza profonda: i bambini non giocano “sbagliato”, semplicemente lo fanno in un ecosistema diverso.
Pixar, colosso tech della Disney, predica equilibrio mentre sa benissimo chi paga i biglietti (e gli abbonamenti streaming). Il risultato è un sequel onesto che giustifica la sua esistenza digitalizzando paure analogiche. Intrattiene, commuove e lascia qualche bel grattacapo a diversi livelli. Lascia però anche la sensazione di un giocattolo con troppe istruzioni per l’uso, nonostante si cerchi di far passare il messaggio opposto.
P.S.
E Nino in tutto questo?
Sarebbe bello, per una volta, sentire cosa rimane, a titoli di coda terminati, nel target di riferimento, declassato a coinquilino di un popolo nostalgia-dipendente che sguazza nella reiterazione contemporanea di formule che riattivano stupori ormai indolenziti.


