Good Luck, Have Fun, Don’t Die recensione film di Gore Verbinski con Sam Rockwell, Haley Lu Richardson

Good Luck, Have Fun, Don’t Die segna il ritorno dopo dieci anni di Gore Verbinski. Regista a cui molti sono affezionati per più di un motivo.
Un autore capace di spaziare tra generi diversi, portando sempre quella verve che solo lui sembra saper dare. La commedia slapstick Un topolino sotto sfratto e l’horror cult The Ring lo hanno poi condotto al progetto per cui è probabilmente più ricordato: la trilogia iniziale di Pirati dei Caraibi. Con quei film, Verbinski è riuscito a riportare in auge un genere considerato morto e, storicamente, anche “sfortunato”: il genere piratesco.
La sua verve comica, unita alla frizzantezza delle sequenze action e all’uso sapiente della colonna sonora, è uno degli elementi più riconoscibili del suo cinema. Purtroppo, dalla fine della trilogia in poi, la sua carriera ha attraversato diversi flop. Dopo aver vinto l’Oscar con Rango, film d’animazione a tema western, Verbinski ha provato a replicare quella formula anche nel live action western. Il risultato, però, non ha funzionato. Da lì in poi, anche gli altri progetti non hanno raggiunto il successo sperato. Ora torna con un film decisamente peculiare.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die è una pellicola che parodizza un po’ il genere fantascientifico e il plot grida “parodia di Terminator” da ogni poro. Il protagonista, interpretato da Sam Rockwell, entra in un diner pieno di persone dall’aspetto molto malmesso. Comincia a urlare a tutti dicendo che non è una rapina, ma che, anzi, vuole salvarli tutti. Dice di venire dal futuro e di aver bisogno di formare una squadra tra i presenti per sconfiggere un’IA che sta per crearsi e che, nel futuro, schiavizzerà la razza umana. Ovviamente viene preso per un barbone e le difficoltà non saranno poche in un’avventura davvero strana.

Il film è contraddistinto da una regia creativa in più occasioni e da un plot fantasioso e consapevole. Purtroppo bisogna dire che, da un certo punto in poi, Verbinski ha fatto fatica a contenersi e nei suoi film ha sempre avuto la tendenza a strafare. Anche questa pellicola non sfugge a questa sua tendenza.
Nonostante sia puro intrattenimento, capace di far sorridere e divertire lo spettatore, nella parte finale tutto diventa eccessivo: il climax è sovraccarico e ci sono troppi elementi che avrebbero potuto essere più asciutti.
Sam Rockwell è fantastico nei panni dello stravagante capo di questa banda improvvisata intenta a salvare il futuro. Anche il resto del cast è ben amalgamato e si diverte, dando vita a diversi scambi riusciti ed esilaranti.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die affronta il tema sempre più attuale dell’intelligenza artificiale con un approccio molto anni ’90. A tratti, però, Verbinski sembra adottare uno approccio un po’ critico verso le nuove generazioni e il loro rapporto con la tecnologia. Forse sarebbe stato più interessante chiudere con una morale più aperta, basata sulla convivenza tra uomo e tecnologia piuttosto che su una sua esclusione radicale. Un’impostazione forse un po’ datata, che però non compromette troppo un film che intrattiene dall’inizio alla fine.
Un buon ritorno per Verbinski, un regista che sicuramente manca nel panorama odierno. Un ritorno a un cinema d’intrattenimento che oggi quasi non esiste più. Con una mano salda alla regia che forse avrebbe bisogno di qualche briglia produttiva in più alle spalle. Ma per una serata spensierata, è il film perfetto.


