I Play Rocky recensione film di Peter Farrelly con Anthony Ippolito, Anna Sophia Robb, Matt Dillon, Stephan James
Ridere, emozionarsi, gridare e applaudire in una sala. Sarà forse questo il cinema? Parrebbe difficile dire di no, ma nel corso di un recentissimo e controverso passato abbiamo assistito a più di un prodotto audiovisivo, concepito platealmente per la massa, che alcuni hanno considerato sin troppo artificioso e furbo nella sua ricerca del coinvolgimento degli spettatori.
Basti pensare a quanto avvenuto in casa Marvel, dove fenomeni universali come Avengers Infinity Wars e Endgame furono apertamente definiti come dei “parchi giochi a tema” da un certo Martin Scorsese, il quale li escluse dalla sua definizione di cinema.
Una presa di posizione a dir poco perentoria, che Marvel e Disney sembrarono ignorare e addirittura alimentare con convinzione, producendo quello che, persino da svariati cinefili tolleranti nei confronti dell’MCU, fu considerato un carrozzone pubblicitario, nonché una fiera di fan-service fin troppo esplicito.
Stiamo naturalmente parlando di Spiderman No Way Home e ora vi starete domandando cosa c’entrino queste peregrinazioni sull’universo Marvel in merito a I Play Rocky (Rocky sono io) ovvero l’ultima fatica di Peter Farrelly presentata in anteprima alla 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma.
I Play Rocky come No Way Home?
Qualcuno potrebbe averlo già interpretato come un paragone blasfemo, ma la verità è che l’operazione di Farrelly in regia e Gamble in sceneggiatura è una mastodontica operazione di fan-service non soltanto negli intenti puramente editoriali, ma anche e soprattutto negli esiti squisitamente cinematografici. Ecco dunque che il film si configura come un gigantesco e accurato dietro le quinte di uno dei film più importanti e celebri della storia del cinema, con un approccio piuttosto sommesso in termini di reinterpretazione e libertà rappresentativa.
I Play Rocky non esce mai dal binario di biopic metacinematografico, accompagnando il proprio protagonista in un esercizio di sfrenata emulazione, che, francamente, a prescindere dalle perplessità in merito alla direzione presa, non può che stupire in quanto a qualità dell’esecuzione.
Dunque il film funziona. Tutto funziona. Dalla regia dolcemente asservita, passando per le interpretazioni perfettamente calibrate, fino ad arrivare ad una colonna sonora concepita e distribuita con furbizia e maestria. E, proprio come in No Way Home, persino i dialoghi sembrano essere stati progettati con i ritmi della sala, ovvero quelli che attendono la scrosciare degli applausi o delle risate. Insomma, anche se più di qualcuno potrebbe rimanere perplesso o addirittura infastidito dalla sfacciataggine dell’operazione commerciale, sarà comunque difficile non ammettere il pregio di quanto messo in scena e, quindi, affermare che non si tratti di cinema.

