Tangles recensione film di Leah Nelson con le voci di Julia Louis-Dreyfus e Bryan Cranston [RoFF21]
La visione di Tangles lascia una sensazione scomoda, quella di chi ha versato delle lacrime ma non è del tutto sicuro del perché. Il film è delicato, questo va detto subito. La madre che si perde un ferro acceso, una parola sbagliata, la difesa irritabile di chi sa di stare scivolando: tutto è costruito con una cura che non si può non riconoscere. Eppure, una volta usciti dalla sala, si insinua un ragionevole dubbio: questa delicatezza è una forma di protezione—per lo spettatore, e forse per il film stesso – o un incidente di percorso?
Sarah ha vent’anni, disegna per un settimanale queer a San Francisco, ha appena conosciuto Donimo. La sua vita è piena, sghemba, eccitata. Poi torna nel Maine e nota che la madre Midge lascia il ferro acceso, usa parole sbagliate, si chiude in difese irritabili. La diagnosi arriva e il film comincia a seguire il declino con un tono che resta vivace, quasi luminoso, anche quando le cose si fanno nere. È una scelta precisa e in parte funziona: la specificità della vita di Sarah — la comunità, la fidanzata, il lavoro che ha costruito lontano da casa — respinge la genericità del «film sull’Alzheimer» che ci si potrebbe aspettare. Il bianco e nero, le linee irregolari, i momenti in cui il «colore» esplode all’improvviso: l’animazione fa quello che le parole non possono e, in almeno due sequenze — la terra che si sgretola sotto i piedi nella stanza del medico, il corpo di Midge che si confonde tra la folla in Messico — la forma visiva trattiene il dolore meglio di qualsiasi dialogo didascalico.
Il problema è che questa delicatezza, a un certo punto, comincia a sembrare un filtro. La vivacità del tono, l’umorismo, la tenerezza che avvolge il declino: tutto è vero, tutto è rispettoso, ma a tratti sembra di guardare qualcuno che descrive il dolore più che sentirlo. Emozioni “teoriche”, presentate come idea più che come esperienza vissuta, e anche senza arrivare a quella formula, la sensazione che ha avuto la meglio è che il film mi abbia chiesto di commuovermi senza mai rischiare di disturbarmi davvero.
La graphic novel di Sarah Leavitt, da quello che si intuisce, aveva una grana più ruvida. Il film la leviga, la rende accessibile, la trasforma in qualcosa che si può guardare senza dover distogliere lo sguardo. Non è un tradimento, forse. Ma è una scelta, e le scelte hanno un costo.
Il punto è che non si percepisce se questo costo sia un difetto o semplicemente il limite di un’operazione che funziona. La delicatezza di Tangles non sta nel nascondere il dolore, ma nel trattenerlo dentro una forma—il bianco e nero, il disegno a mano, il tono vivace—che lo rende comunicabile senza ricorrere a parole telefonate.
Per alcuni questo sarà un atto di rispetto verso il modo in cui quella famiglia specifica ha affrontato la perdita. Rimane il sospetto che il film, nel proteggere lo spettatore, abbia protetto anche se stesso dalla domanda più difficile: cosa resta di una persona quando la memoria se ne va, e cosa resta di chi la ama quando l’amore diventa assistenza?
Tangles lo chiede, ma con una voce così gentile che a volte non si sente bene la risposta.

