Clayface recensione film di James Watkins con Tom Rhys Harries e Naomi Ackie

Clayface di James Watkins è il terzo lungometraggio del nuovo DCU di Peter Safran e James Gunn e sesto prodotto audiovisivo contando anche le serie.
La linea editoriale intrapresa da questo nuovo corso sembra essere ormai molto chiara: non più la precedenza a personaggi principali, ma la predilezione di progetti personali affidati ad autori con un’idea ben definita: adattare una specifica graphic novel nel caso di Supergirl, traslare i personaggi in un contesto più terreno e crime in Lanterns e dare vita a un vero e proprio horror su un villain di Batman, nel caso di questo Clayface.
Tra i produttori figura Matt Reeves, regista di The Batman, che però non è in alcun modo collegato a questo film, né agli altri progetti DCU.
L’idea di realizzare un horror incentrato su un personaggio di Batman, senza coinvolgerlo necessariamente nella storia, nasce direttamente da Mike Flanagan, qui accreditato come autore del soggetto.
Risulta però opportuno trovare una quadra a questa nuova pellicola, in realtà difficile da incasellare in un unico genere specifico.
Il film viene descritto come un thriller-body-horror-psicologico e già questa non breve definizione basterebbe a far capire quante anime convivono all’interno di questa pellicola. Si considerino aggiunti agli ingredienti un tono molto drammatico del racconto e una storia d’amore assolutamente non marginale e si tengano bene a mente tutti questi concetti, necessari ad una migliore comprensione di quest’analisi.
Se si dovesse descrivere evitando di generare aspettative sbagliate, occorre chiarire fin da subito alcune cose.
Il film di Watkins non è un horror nel senso stretto del termine: non vuole costantemente spaventare, né tanto meno è un film carico di atmosfera.
Anche per quanto riguarda la questione “body” ci sarebbe da fare un distinguo ben preciso: il filone dell’horror del corpo gli appartiene sicuramente per il fatto che i picchi di orrore più grandi li raggiunge sempre in questo ambito ma bisogna assolutamente chiarire che pur trattando indubbiamente di mutazione, il film non spinge troppo l’acceleratore su questa cosa, regalando sì immagini spinte, ma quasi mai troppo grottesche o surreali, per lo meno nella prima parte. D’altro canto, ogni qual volta il lungometraggio decide di abbandonarsi ad immagini crude, lo fa in maniera molto esplicita e gratuita, senza filtri né fronzoli e fin dai primi minuti. Tuttavia la struttura climatica fa sì che questi momenti arrivino con una frequenza piuttosto parsimoniosa nell’economia generale della sua durata.

Sulla carta dovrebbe essere un film su un mostro, tuttavia questo Clayface non “smostra” quasi mai nel gergale senso grafico del termine: il regista sembra essere molto più interessato a raccontare la degenerazione (più che mutazione) dell’animo del personaggio, attraverso le sue azioni, sempre più incontrollate.
Il chiasmo più forte da questo punto vista è il rifiuto della sua immagine mostruosa da parte dello star system, contrapposto invece al rifiuto di chi invece accoglie ed abbraccia la sua condizione distaccandosi però dalla mostruosità delle sue azioni.
In questo senso uno dei pregi più grandi è il reggersi completamente sulle proprie gambe. Non si sente il bisogno di trasformare un cattivo di un fumetto in una sorta di antieroe per cui parteggiare. Il cattivo della storia è il protagonista, e per quanto il regista ce lo mostri nella maniera più empatica possibile, c’è sempre una linea di demarcazione netta tra il comprenderne le motivazioni e il giustificare le azioni che compie.
In altre parole, tutto quello che ha tentato invano di fare la Sony, con i film dei nemici dell’Uomo Ragno.
A questo punto è il caso di concentrarsi su cosa racconta in termini di linguaggio visivo. La regia di Watkins è solida, il ritmo piuttosto incalzante e sebbene non ci siano particolari guizzi di messa in scena, ci sono diverse immagini davvero ben pensate che faranno fatica a non rimanere impresse.
Clayface, che nei fumetti è stato riproposto in diverse salse e incarnazioni, trova uno dei suoi momenti più alti nella rappresentazione data dalla serie animata di Batman, capolavoro del genere. Il film, pur prendendo a piene mani dal materiale cartaceo, si rifà molto alla versione animata di quel personaggio, non tanto per la trama ma proprio per lo spirito del racconto.
The Substance oltre a rubare a piene mani da Society di Yuzna e da un certo immaginario Cronenberghiano è fortemente debitore della storia narrata in questo cartone e sarebbe stato quindi lecito aspettarsi che questo Clayface ne riproponesse un determinato registro visivo. Dalla visione invece risulta che le influenze più evidenti arrivano da Bruiser di Romero e da Darkman di Raimi, specie per quanto riguarda la storia d’amore e una scena riproposta letteralmente uno a uno. Tuttavia, la follia plastica della Fargeat, è presente in alcuni riferimenti, pochi ma cruciali.
Tornando al discorso sulle aspettative, esistono prodotti in cui la delusione sul finale è talmente cocente da rischiare di invalidarne il giudizio complessivo. Per questa pellicola, la situazione potrebbe essere antitetica. Al centro della narrazione si trovano la vendetta e la trasformazione, ma soprattutto l’alienazione, il rifiuto, l’amore, l’identità e la solitudine
Riguardo al discorso iniziale sulle molte anime del racconto e sull’importanza della storia d’amore ed evitando qualsivoglia spoiler, si tenga conto che questi concetti sono così importanti per il film, fino a trascenderlo sul piano metatestuale, al punto che le tante sfaccettature intrise nella storia vadano quasi a ricalcare la componente mutevole del personaggio.
Dovendo coesistere tutte queste cose nel medesimo corpo, c’era un’unica immagine possibile per suggellare questo concetto, talmente necessaria che la pellicola stessa ne sarebbe uscita monca, se non fosse riuscita a sintetizzare questo concetto visivamente. Questa immagine arriva, in maniera inaspettata negli ultimi secondi, in quello che è senza dubbio un controfinale talmente alto che è impossibile negare che da solo basti ad elevare di mezzo punto il valore complessivo.
E onde evitare incomprensioni di sorta, non si sta parlando del fatto se il film mostri o meno il personaggio così come siamo abituati a vederlo nei fumetti, cosa che questa analisi non si cura di trattare.
Semplicemente, il finale eleva il senso di tutta la pellicola, donandole un equilibrio perfetto. Non significa che il resto sia meno convincente, ma essendo anche questa una parte del film, lo completa incontrovertibilmente.


