Blue Jean

Blue Jean recensione film di Georgia Oakley con Rosy McEwen [Venezia 79]

Blue Jean recensione film di Georgia Oakley con Rosy McEwen, Kerrie Hayes e Lucy Halliday presentato alla 79esima Mostra del Cinema di Venezia

Sulle note dell’omonima Blue Jean di David Bowie si apre il film di Georgia Oakley, regista inglese classe 1988, qui alla direzione del suo primo lungometraggio. Blue Jean è stato presentato in anteprima alla 79° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Giornate degli Autori e conduce il pubblico nei sobborghi dell’Inghilterra degli anni ’80, quando il governo conservatore di Margaret Thatcher promuoveva la Sezione 28, una legislazione che proibiva la “promozione dell’omosessualità” da parte delle autorità locali.

Jean (Rosy McEwen) è un’insegnante di educazione fisica, divorziata e impegnata in una relazione con Viv (Kerrie Hayes) e frequenta segretamente bar per lesbiche con la compagna e un gruppo di amiche. In un clima sempre più ostile nei confronti della comunità LGBTQI+, Jean farà di tutto pur di tenere separate vita privata e professionale, ma l’incontro in un locale gay con la sua alunna Lois (Lucy Halliday), emarginata dalle compagne di classe, rischierà di far crollare il delicato equilibrio su cui Jean ha imperniato tutta la sua vita.

Rosy McEwen in Blue Jean
Rosy McEwen in Blue Jean (Credits: Hélène Sifre/La Biennale di Venezia)

Il primo lungometraggio di Georgia Oakley mostra la sua anima già dalle prime sequenze, quando Rosy McEwen, intenta a tingersi i capelli con in sottofondo Blue Jean di Bowie, punta gli occhi blu in uno specchio che divide a metà il suo volto, ad anticipare il dissidio interiore e la doppia vita che conduce: insegnante e donna lesbica. Perché questi due aspetti, nell’Inghilterra conservativa di fine anni ’80, non possono coesistere e Jean è costretta a nascondere a colleghi e amici la relazione con Viv.

Girato su pellicola 16mm, Blue Jean non vuole essere l’agiografia di un’eroina che combatte apertamente per i diritti della sua comunità, ma, anzi, il racconto intimo, realistico e delicato di una donna qualunque alle prese con le proprie paure e la propria omofobia interiorizzata. Jean non vuole combattere, non vuole uscire allo scoperto, desidera che la sua vita trascorra tranquilla, dividendosi tra le uscite serali con la sua compagna e amiche e la sua professione come insegnante di educazione fisica. Un mondo piccolo, che non ha nulla a che vedere con la politica. Ma, come invece le dirà Viv, interpretata magistralmente da Kerrie Hayes, “tutto è politica“.

La regista Georgia Oakley
La regista Georgia Oakley (Credits: La Biennale di Venezia)

La fotografia di Victor Seguin (A plein temps, Gagarine e Revenir) con i suoi colori freddi e luminosi, con diverse sfumature di blu in ogni inquadratura, ben sottolinea sia da un lato la natura riflessiva di Jean, la malinconia che sempre la accompagna, ma dall’altro diventa vibrante manifestazione di quella che sarà la sua rinascita, sotto l’abbagliante luce del sole. All’estetica punk del film ben si addice il volto espressivo di Rosy McEwen, androgina e magnetica, così come Kerrie Hayes che – come la sua Viv – trasmette un’energia contagiosa e funge da contrasto con la natura più silenziosa di Jean.

Blue Jean è un’opera che sa raccontare le difficoltà della comunità LGBTQI+, soprattutto della comunità lesbica, formata inclusivamente da donne con corpi differenti e appartenenti a etnie diverse, mostrando sia lo sguardo giudicante dei conservatori omofobi (vicini, colleghi, parenti stessi) ma anche come a esso si opponesse una rete di solidarietà e gentilezza che permetteva a “ogni lesbica in difficoltà economiche delle zone nord di Londra” – come dirà una delle amiche di Jean – di ricevere aiuto nel momento del bisogno.

Sintesi

Blue Jean non vuole essere l'agiografia di un'eroina che combatte apertamente per i diritti della sua comunità, ma, anzi, il racconto intimo, realistico e delicato di una donna qualunque alle prese con le proprie paure e la propria omofobia interiorizzata.

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