Apollo 10 e mezzo

Apollo 10 e mezzo recensione film di Richard Linklater con Jack Black e Zachary Levi [Netflix]

La recensione dell'ultimo film di Richard Linklater distribuito da Netflix: Apollo 10 e mezzo (Apollo 10½: A Space Age Childhood)

Apollo 10 e mezzo recensione film di Richard Linklater con Jack Black, Zachary Levi, Glen Powell, Bill Wise, Josh Wiggins, Danielle Guilbot e Lee Eddy

Apollo 10 e mezzo: la vita degli adulti negli occhi di un bambino

Siamo nella primavera del 1969. E questa è la scuola elementare Ed White di El Lago, in Texas, periferia di South Houston sulla strada che porta alla NASA.
Cos’è che ha messo tutto in moto in questa giornata storica? Una bocciatura in quarta elementare.
No, non per me, ma per Richy Rodriguez, uno dei tanti amici poco raccomandabili.
(Jack Black è Stanley in Apollo 10 e mezzo)

Non è la prima volta che il cinema affronta il tema del passaggio dalla fanciullezza alla maturità. Lo si è fatto in molti modi: dal film cult che affronta i teen drama in Stand by Me di Rob Reiner (1982), dai toni leggeri da commedia americana in Mean Girls di Mark Waters del 2004 fino ad arrivare alla favola grottesca e satirica sul nazismo di JoJo Rabbit di Taika Waititi del 2019.

Nel film che analizziamo oggi, la realtà è filtrata dallo sguardo di un bambino che analizza la realtà con i suoi occhi ma raccontati dal proprio “sé” adulto (un po’ come nel già citato Stand by Me). Ma il tutto, in questo caso, è delineato attraverso una realtà dipinta e “alterata” dall’animazione, che raccoglie senza pecche la sfida di far coesistere il reale all’immaginario. Questa è la missione felicemente compiuta di Apollo 10 e mezzo (Apollo 10½: A Space Age Childhood), l’ultimo film di Richard Linklater da poco distribuito sulla piattaforma streaming Netflix.

Apollo 10 e mezzo recensione film di Richard Linklater
Apollo 10 e mezzo di Richard Linklater con Jack Black, Zachary Levi e Glen Powell (Credits: Netflix)
Apollo 10½: A Space Age Childhood
Apollo 10½: A Space Age Childhood (Credits: Netflix)

Al crocevia tra infanzia ed età adulta

Attraverso la metafora dell’allunaggio del 1969 assistiamo ad un vero e proprio spaccato di un’epoca. A un grande momento di cambiamenti da un lato, ma di forti spinte alla conservazione dall’altro. Apollo 10 e mezzo rappresenta il viaggio interiore/esteriore di ognuno di noi nel grande “cerchio della vita” e, in modo particolare, nel passaggio dall’infanzia all’età adulta.

In pratica si ha l’opportunità più unica che rara di assistere a uno scambio generazionale di emozioni e di competenze: la voce del narratore adulto che racconta fatti e accadimenti attraverso gli occhi e lo sguardo del se stesso precedente bambino. E con questi occhi da bambino, innocenti e ingenui ma in un certo qual modo già consapevoli di una vita che non è tutta rose e fiori, si racconta il mondo degli adulti. Certo, con un filtro leggermente edulcorato dal suo sguardo da fanciullo: ma contenendo già al suo interno tutte le contraddizioni e le idiosincrasie di un’intera società.

Un cortocircuito sociale che appare ancora più evidente se si analizza una società così complessa come quella americana, in un intricato gioco dei contrari. L’opulenza si scontra con la povertà, il benessere con la parsimonia esasperata, la quiete della periferia con la società in rivolta e in pieno cambiamento al suo centro.

Il protagonista di Apollo 10 e mezzo dunque vive in una vera e propria bolla, permeata a tratti da quegli elementi esogeni “terrificanti” e tipici del mondo “reale”: la violenza, la guerra, le diseguaglianze sociali e l’individualismo esasperato che sfocia in solitudine e alienazione. E che cos’è questo se non altro che quello specchio deformante che è la nostra vita da bambini?

Apollo 10 e mezzo recensione film di Richard Linklater
Apollo 10 e mezzo di Richard Linklater con Jack Black, Zachary Levi e Glen Powell (Credits: Netflix)

Il cast c’è, anche se “non si vede”

Siamo in un film di animazione, quindi giustamente ci si potrebbe aspettare che la presenza degli attori si limiti alle “voci”. Ed è sicuramente questo il caso di Jack Black, che praticamente presta la sua al narratore protagonista, lo Stanley “adulto”. Peraltro per Jack Black non è nemmeno la prima collaborazione con Linklater, aveva già partecipato “in presenza” ai film School of Rock del 2003 e Bernie del 2011.

Ma la particolarità di questo film è il non limitare la presenza del cast alle voci, perché in realtà il cast è presente in carne ed ossa, seppur entrambe animate. Linklater infatti, come già in Waking Life (2001) e A Scanner Darkly (2006) ha utilizzato per questa pellicola la fantasmagorica tecnica del Rotoscope. Si tratta di una tecnica che in pratica “ricalca” le scene reali e le trasforma in un cartone animato: il disegnatore così lavora direttamente su una pellicola filmata in precedenza. E pertanto l’animazione sembra perfettamente sovrapposta alla realtà.

E tutto diventa animato: non solo la storia raccontata in tempo reale, ma anche le foto, i super 8, i filmati di archivio con i personaggi storici come J.F. Kennedy e Martin Luther King. Il risultato è quello di rendere ancor più realistici i personaggi “disegnati”.

Ed è così che dalla forma animata dunque emergono nitidamente altri attori impiegati nel film, come Zachary Levi (noto al grande pubblico come il protagonista della serie Chuck), Glen Powell (visto già nei panni dell’astronauta John Glen nel film Il diritto di contare del 2018) e infine Bill Wise (doppiatore affermato della Pixar nonché attore ricorrente nei film animati dello stesso Linklater).

Apollo 10½: A Space Age Childhood
Apollo 10½: A Space Age Childhood (Credits: Netflix)

Un omaggio alle arti: dall’arte pop alla controcultura

E nella missione di rendere omaggio a tutte le arti, in ogni forma, il piccolo grande film di Linklater riesce a pieno nel suo intento: l’infanzia è vissuta con la nostalgia tipica di quell’era in cui una piccola avventura si trasforma in un grande sogno. Così il centro della vita diventano i programmi in TV, il parco divertimenti, l’aggregazione con gli altri bambini, i giochi da tavola.

E in tutto questo Linklater descrive con minuzia la vera e propria nascita della cultura pop, che passa dalle serie western e di fantascienza degli anni ‘50, ‘60 fino al trionfo della musica che conquista i ragazzi, con citazioni continue ai Beatles, ai Monkees, a Janis Joplin e a Herb Halpert. La cultura e la controcultura che si accavallano e si compenetrano, dove il popolare si mischia di continuo con l’aulico e “Bonanza” e “Tutti insieme appassionatamente” coabitano con “2001: Odissea nello spazio”.

In conclusione Apollo 10 e mezzo ci ricorda la bellezza e la magia dell’essere bambini.
Ma non si tratta solo di essere in preda a un delirio di nostalgia: anzi, ci ricorda che forse guardare ogni tanto il mondo degli adulti con gli occhi spensierati di un bambino può farci guarire da una malattia inguaribile come quella del tempo che passa.

Sintesi

Un'opera destinata agli adulti ma vista con lo sguardo magico e a tratti ingenuo di un bambino: Apollo 10 e mezzo riesce a coniugare appieno e senza eccessiva enfasi la bellezza dell'infanzia con le paure e le contraddizioni della vita adulta. Assistiamo alla proiezione di un sogno nella realtà e alla verità che prende vita dal sogno. Piccole magie a cui già da tempo il cinema di Richard Linlklater ci ha abituato.

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