Il Ministero dell’Amore recensione film con Pif, Corrado Guzzanti, Alessandra Mastronardi e Angela Finocchiaro

Il punto di partenza de Il Ministero dell’Amore è un’idea di una eleganza quasi geometrica: trasporre nell’anima di un uomo medio il funzionamento delle istituzioni repubblicane, con tanto di Costituzione, maggioranza, opposizione, crisi di governo e rimpasti. L’operazione nasce dalla pièce Stare meglio oggi (2013) di Giacomo Ciarrapico, monologo in cui Carlo De Ruggieri dava corpo e voce a un “signor Carlo” il cui mondo interiore era organizzato come una Repubblica.
Il film espande quel nucleo, lo trasferisce in un protagonista diverso — Aldo, cronista parlamentare interpretato da Pif — e lo dilata in una commedia corale in cui il vissuto interiore si fa letteralmente res publica.
Il Ministero dell’Amore è una traduzione espansa del soliloquio originale. Il passaggio dal monologo alla coralità è il vero snodo autoriale, perché comporta una riconfigurazione del dispositivo: da chiuso e claustrofobico (la testa di un uomo) a aperto e popolato (un Parlamento di maschere). Il risultato è convincente nonostante un’altalenanza strutturale che si espone a qualche défaillance.
Dal punto di vista della scrittura, Ciarrapico e Vendruscolo (i due autori di Boris con Mattia Torre) costruiscono un meccanismo solido, che funziona soprattutto quando i ministri interiori prendono possesso della scena.
Corrado Guzzanti, nei panni del Presidente del Consiglio, evoca neanche troppo velatamente Cossiga e una certa stagione politica, stabilendo una referenzialità penetrante oltre la comicità. Accanto a lui, Angela Finocchiaro (leader dell’opposizione), Pietro Sermonti (ministro dell’Amore), Massimo De Lorenzo (Difesa), Carlo De Ruggieri (ministro delle cause perse) e Andrea Pennacchi (sottosegretario) giocano con i modi e le locuzioni del linguaggio giornalistico parlamentare nelle direzioni più disparate. È la cifra registica del film: la macchina comica è più forte della struttura narrativa che la contiene. Quando gli attori “borisiani” sono in scena, il film respira; quando la narrazione torna su Aldo e Claudia, il ritmo si raffredda.
Ed è qui si manifesta il limite cinematografico del film: la compresenza di due registri che non sempre si amalgamano. Il monologo interiore che accompagna Aldo, oltre a ricordare il trascorso televisivo de Il Testimone condotto proprio da Pif, è un meccanismo che finisce per intorpidire il film, soprattutto quando la brillantezza degli inserti parlamentari raggiunge i picchi comici maggiori, momenti in cui gli attori sembrano avere licenza di uccidere.
Non trattandosi però di satira politica diretta, è salvo almeno il rischio di cadere nel macchiettismo, ma è anche l’allontanamento definitivo del testo teatrale, che era esplicitamente cinico e amaro, e invitava a fare i conti in maniera più critica con il proprio governo interiore, con la Costituzione, i cittadini e persino con i servizi segreti del proprio Stato.
Il Ministero dell’Amore ad ogni modo prova a fare qualcosa di diverso, e nella maggior parte dei casi ci riesce. Ha un’idea forte, un cast in stato di grazia e una scrittura sofisticata che non scade nell’intellettualismo. Ma paga il prezzo della sua espansione: la coralità attenua la densità interiore del monologo, la maggiore accessibilità smorza l’amarezza dell’originale, e l’equilibrio tra le due anime del film non è sempre saldo. È un’operazione intelligente, a tratti divertentissima, che sembra aver intercettato nella metafora parlamentare un dispositivo simile al western americano. Peccato davvero solo per un certo didascalismo che non gli permette di essere davvero pungente e esplorarne completamente le potenzialità ma, parafrasando il film stesso, ogni tanto si fanno film e ogni tanto si fa la storia del cinema.


