Je so’ pazzo

Je so’ pazzo recensione film di Nicola Prosatore con Massimiliano Caiazzo [Anteprima]

Je so’ pazzo recensione film di Nicola Prosatore con Massimiliano Caiazzo, Edoardo Puma e Mariasole Pollio

Je so’ pazzo di Nicola Prosatore (Credits 01 Distribution)
Je so’ pazzo di Nicola Prosatore (Credits 01 Distribution)

Raccontare un artista significa spesso raccontare anche il luogo che lo ha formato, con una profonda lucidità critica e una necessaria attenzione biografica.
Nicola Prosatore, alla sua seconda opera destinata al grande schermo, presentata in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma prova a fare esattamente questo: partire dalla storia del suo protagonista per ricostruire una Napoli attraversata da una stagione musicale, artistica, culturale e sociale particolarmente fertile.

Un contesto non facile da costruire cinematograficamente. Un’ambizione evidente che porta presto il racconto oltre i confini del biopic tradizionale, trasformandolo in una storia di formazione, riscatto e appartenenza.

Sullo sfondo c’è una città quasi inconsapevole dell’importanza di ciò che sta producendo, nella quale convivono amore e criminalità, creatività e povertà, desiderio di emergere e difficoltà sociali. È all’interno di queste contraddizioni che il protagonista viene costruito come una sorta di eroe popolare, l’ultimo che riesce a diventare primo: un ragazzo proveniente da una realtà difficile che trova nell’arte la possibilità di opporsi alla povertà, alle discriminazioni e al razzismo.

La sua ascesa assume quasi i caratteri della favola, quella di un ragazzo qualunque destinato a trasformarsi in una rockstar, dagli anni della giovinezza fino all’esplosione popolare che raggiunge il suo apice nel concerto in Piazza del Plebiscito davanti a 200 mila persone.

A fare realmente la differenza sono però gli esseri umani che accompagnano questo percorso. È attraverso la loro umanità che la narrazione trova alcuni dei suoi momenti più riusciti.

Sul piano interpretativo, il progetto richiede anche una significativa trasformazione fisica e recitativa e può contare su un cast promettente. Massimiliano Caiazzo conferma una crescita evidente: progetto dopo progetto alza l’asticella, mostrando la volontà di costruire un percorso artistico sempre più definito e una maturità interpretativa crescente. Accanto a lui, Mariasole Pollio compie un importante salto qualitativo, offrendo la prova più consapevole e convincente della sua carriera attoriale.
È però proprio nell’ambizione generale che emergono i principali problemi.
Più la storia procede, più sembra faticare a sostenere il peso delle numerose tematiche che decide di affrontare e, soprattutto, della complessità della figura dell’artista. Quello che inizialmente appare come un ritratto biografico relativamente tradizionale assume progressivamente una dimensione più ampia, aprendosi alla città, al successo, al dolore, alle differenze sociali e alla possibilità di utilizzare l’arte come strumento di riscatto.

Temi potenzialmente interessanti, che finiscono però per accumularsi senza trovare sempre lo spazio necessario per essere realmente approfonditi e sofferti.

Il protagonista emerge così come un artista capace di trasformare il dolore in musica, ma rimane allo stesso tempo, agli occhi dello spettatore, una figura fin troppo enigmatica e misteriosa. Si racconta molto di ciò che esiste intorno a lui, senza riuscire sempre ad arrivare fino in fondo alla persona.

Una difficoltà che riguarda anche la rappresentazione di Napoli. La città è centrale e possiede una forza evidente, ma in alcuni passaggi rischia di assumere tratti caricaturali, affidandosi a una lettura fin troppo semplice del popolo e della comunità napoletana. Una semplificazione che entra inevitabilmente in contrasto con la complessità che la stessa storia vorrebbe restituire.

Alla fine, rimane quindi la sensazione di un lavoro che fatica a trovare un equilibrio tra le sue diverse anime. Le interpretazioni e alcuni momenti di sincera umanità lasciano intravedere qualcosa di più incisivo rispetto a ciò che arriva effettivamente sullo schermo.

L’ambizione non manca, così come il materiale umano e artistico da cui partire: manca, piuttosto, la capacità di dare a ogni elemento il peso e lo spazio necessari.

Je so’ pazzo guarda così a un personaggio e a una città ricchi di contraddizioni, senza riuscire sempre a raggiungere la stessa complessità (e ambiguità) di ciò che sceglie di raccontare.

Sintesi

Un ambizioso racconto di formazione che intreccia musica, riscatto e identità napoletana, sostenuto da buone interpretazioni. La volontà di affrontare troppi temi, però, impedisce alla narrazione di approfondire davvero il suo protagonista e la complessità della città.

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