Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song

Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song recensione documentario di Daniel Geller e Dayna Goldfine [Venezia 78]

Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song recensione documentario di Daniel Geller e Dayna Goldfine alla Mostra del Cinema di Venezia 78

Dopo la sua morte nel 2016, Leonard Cohen è stato oggetto di diversi approfondimenti documentaristici, tra cui Marianne & Leonard – Parole D’amore, arrivato anche nelle nostre sale; tuttavia, per avere un racconto classico e completo del suo percorso come cantante, che non lesina dettagli e rimandi anche al suo itinerario spirituale e ai suoi esordi come poeta e autodefinitosi “menestrello”, forse il documentario più organico e lineare è Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song, diretto e prodotto da Daniel Geller e Danya Goldfine, pluripremiati documentaristi membri dell’Academy.

La struttura di Hallelujah è al tempo stesso semplice e accattivante: tutto ruota attorno alla composizione e alle diverse versioni del brano più noto di Cohen, tutt’altro che una instant hit, ma, nel rinvangare il complesso percorso che la portò ad essere il cult canoro che noi tutti conosciamo la narrazione del docufilm è in grado di approfondire l’intero percorso di arte e di vita, rievocando nel dettaglio la realizzazione anche di altri brani, due su tutti Dance Me to the End of Love e l’immortale Suzanne.

Leonard Cohen e Dominique Isserman
Leonard Cohen e Dominique Isserman (Credits: Eric Préau Sygma/Getty/La Biennale Venezia 78)

Il ritratto che ne emerge di Cohen è tutt’altro che inedito ma ben equilibrato, nel movimento ondivago che caratterizzò il suo legame con l’ebraismo: ed è difficile dimenticare momenti come quello in cui, giovanissimo, rivela in tv di aver valutato se cambiare il suo cognome per celare le origini ebraiche, optando però per una scelta inusuale ed eccentrica (September!) che, come spiega il suo rabbino, era in realtà un ulteriore rimando all’immaginario talmudico; o, verso la fine del docufilm, sentire la sua viva voce descrivere il momento di pace e di serenità spirituale raggiunto sulla soglia dei settanta.

Quello di Leonard Cohen è stato un percorso decisamente inusuale e sfaccettato, nella musica contemporanea statunitense, fatto di grandi collaborazioni ma anche di lunghi periodi di assenza, magari per ritrovare l’equilibrio interiore nel monastero Zen; intervistando collaboratori, co-autori e la sua più importante compagna di vita, il duo Geller-Goldfine sembra voler fare un documentario che più che una biografia è un vero e proprio omaggio.

Leonard Cohen
Leonard Cohen (Credits: Cohen Estate)
Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song recensione documentario Venezia 78
Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song documentario di Daniel Geller e Dayna Goldfine a Venezia 78 (Credits: La Biennale Venezia 78)

Curioso in modo particolare è il destino di Hallelujah, quella che potremmo definire la title song del docufilm: inizialmente rifiutata dalla Columbia Records dopo un cambio di dirigenza, già Cohen ne cantò due diverse versioni, una più spirituale e legata all’immaginario vetero-testamentario e un’altra più laica, quasi materialista; ma la vera fortuna di Hallelujah ci fu solo grazie alle cover, di artisti già noti o allora emergenti come Bob Dylan, Jeff Buckley, Rihanna, John Cale, o gli innumerevoli partecipanti a talent musical di tutto il mondo nello stile di X-Factor. Di Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song risultano toccanti in particolar modo gli ultimi minuti, nonostante la lunghezza forse un filino eccessiva del docufilm; il momento in cui si rievoca lo storico concerto di Tel Aviv del 2009, conclusosi con un appello alla pace tra israeliani e palestinesi e una benedizione rabbinica di Cohen al pubblico, e gli ultimi anni della vita del cantautore.

Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song risulta un po’ il perfetto viatico iniziale per chi conosce poco o solo a livello generale l’opera discografica di Leonard Cohen: forse i fan più appassionati non apprenderanno nulla di inedito o di poco noto, ma già sentir risuonare la sua voce diamantescamente grezza nel buio della sala vale appieno l’esperienza della visione.

Sintesi

Più che una biografia un vero e proprio omaggio, il documentario di Daniel Geller e Dayna Goldfine ha una struttura semplice e accattivante nel ruotare attorno alla composizione e alle diverse versioni del brano più noto di Leonard Cohen, Hallelujah: ne emerge un ritratto tutt’altro che inedito ma ben equilibrato, nel movimento ondivago che caratterizzò il suo legame con l’ebraismo, attraverso il percorso decisamente inusuale e sfaccettato di Leonard Cohen nella musica contemporanea statunitense.

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Più che una biografia un vero e proprio omaggio, il documentario di Daniel Geller e Dayna Goldfine ha una struttura semplice e accattivante nel ruotare attorno alla composizione e alle diverse versioni del brano più noto di Leonard Cohen, Hallelujah: ne emerge un ritratto tutt’altro che inedito ma ben equilibrato, nel movimento ondivago che caratterizzò il suo legame con l’ebraismo, attraverso il percorso decisamente inusuale e sfaccettato di Leonard Cohen nella musica contemporanea statunitense.Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song recensione documentario di Daniel Geller e Dayna Goldfine [Venezia 78]