Dalíland

Dalíland recensione film di Mary Harron con Ben Kingsley e Ezra Miller [Anteprima]

Dalíland recensione film di Mary Harron con Ben Kingsley, Barbara Sukowa, Ezra Miller, Andreja Pejic e Christopher Briney

Parte della magia del mezzo cinematografico risiede senza dubbio nella capacità di saziare la curiosità dello spettatore, dando la possibilità di apprezzare visivamente realtà a noi estranee o banalmente troppo lontane temporalmente, per poterne godere mediante la sola immaginazione. È proprio per questo che il genere biopic, sin dai suoi albori, ha generato una particolare suggestione nel pubblico, regalando la possibilità di squarciare quell’illusorio velo di inafferrabilità che avvolge la vita di personalità importanti della cultura popolare.

Con Dalíland Mary Harron tenta di svolgere quest’affascinante operazione con la vita del celebre pittore Salvador Dalí, la cui eccentricità ha spesso attirato l’attenzione dei suoi ammiratori e della stampa, alimentando un’aura di leggenda, evidentemente in contrasto con le ombre di un uomo profondamente fragile.

Ezra Miller è Salvador Dalí da giovane
Ezra Miller è Salvador Dalí da giovane (Credits: Plaion Pictures)
Andreja Pejic, Ben Kingsley e Barbara Sukowa
Andreja Pejic, Ben Kingsley e Barbara Sukowa

Il lungometraggio ricalca piuttosto fedelmente la canonica struttura delle biografie audiovisive contemporanee, inserendoci all’interno della vita del pittore, attraverso la figura di James, un giovane assistente di una galleria d’arte newyorkese, in cui il genio Dalí presenterà la sua prossima serie di opere. James diverrà l’assistente personale di Dalí, innescando il classico meccanismo di sudditanza nei confronti dell’artista, le cui lamentele e richieste divengono ben presto legge sacra a cui obbedire, senza porsi troppi quesiti e svuotandosi di qualsiasi pregiudizio razionale. Ecco che presto emergeranno gli anfratti più oscuri e controversi di una personalità complessa, il cui universo emotivo si trasforma in un ostico percorso a ostacoli, nel quale le figure intorno a Dalí tentano faticosamente di orientarsi, generando soltanto altre ferite emotive.

Ezra Miller è Salvador Dalí da giovane
Ezra Miller è Salvador Dalí da giovane (Credits: Plaion Pictures)

L’unico essere umano realmente in grado di domare l’irrazionalità del pittore è la moglie Gala, con cui Salvador condivide un rapporto a dir poco problematico. È proprio qui che il film compie un considerevole salto di qualità, passando dall’essere un buon biopic, saldamente ancorato alle convenzioni del genere, a un raffinato film drammatico, nel quale si indagano, con arguzia e precisione drammaturgica, le dinamiche di un rapporto malato, tra due persone dotate di una rara intelligenza emotiva.

Poco importa se il protagonista della vicenda risulta fin troppo stereotipato, poiché la sua incursione nel rapporto tra i due coniugi Dalí innescherà splendidamente quella feconda dinamica narrativa, che eleva sensibilmente gli esiti della pellicola. Il tutto, è messo in scena attraverso una fine dialettica cinematografica, che lascia spazio all’interpretazione e alla creatività del destinatario, scongiurando quel didascalico incedere dei dialoghi, che ne avrebbe inevitabilmente ridimensionato il valore.                       

Sintesi

Dalíland, nel giro di qualche sequenza, passa dall'essere un buon biopic, saldamente ancorato alle convenzioni del genere, ad un raffinato film drammatico, nel quale si indagano, con arguzia e precisione drammaturgica, le dinamiche di un rapporto malato. Il film non pretende di illustrare l'arte del pittore, ma ne approfondisce le fragilità, riuscendo a rendere di tutti, i drammi di un genio immortale.

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