Una di Famiglia recensione film di Paul Feig con Sydney Sweeney, Amanda Seyfried, Brandon Sklenar e Michele Morrone [Anteprima]

Una di Famiglia è un film di Paul Feig scritto da Rebecca Sonnenshine. Tratto dall’omonimo romanzo bestseller di Freida McFadden.
Il thriller si apre con una giovane donna visibilmente disperata, senza una casa e alla ricerca di un lavoro che possa offrirle anche un alloggio. A sottoporla al colloquio è una donna che le propone un impiego come governante in una lussuosa abitazione progettata dal marito.
È facile intuire che Millie (Sydney Sweeney) non sia del tutto sincera durante il colloquio e cerchi di apparire migliore di ciò che è. Nonostante questo, viene assunta senza particolari difficoltà e si trasferisce immediatamente a casa della coppia. Nina (Amanda Seyfried) le mostra la casa, le spiega le regole e le indica la stanza in cui dormirà: un piccolo stanzino in soffitta, con finestre che non si aprono e una porta priva di chiave. Il marito di Nina, Andrew Winchester (Brandon Sklenar), sembra inizialmente ignaro della presenza della nuova governante. Nina afferma di averne bisogno a causa della gravidanza imminente, che la porta ad affidare la gestione della casa e la cura della piccola Cece, figlia della coppia.
Ben presto, però, Millie scoprirà che Nina non nasconde solo la gravidanza al marito, ma anche un comportamento sempre più instabile, fatto di atteggiamenti passivo-aggressivi e improvvisi scatti di violenza, spesso scatenati da banali episodi legati alla presenza della nuova governante. La casa e la lussuosa vita dei Winchester sembrano infatti celare molto più di quanto appaia in superficie.

Il film è un thriller che nasce da un romanzo, e lo si nota davvero molto. La storia è ricca di colpi di scena e di sequenze che acquistano senso soltanto dopo lo svelamento dell’intreccio, più ingarbugliato di quanto appaia inizialmente. La trama è un mix fra La mano sulla culla di Curtis Hanson e Gone Girl di David Fincher, anch’esso tratto da un romanzo di grande successo.
Condivide diversi elementi con entrambe le pellicole, sia nell’intreccio sia nella struttura narrativa (senza fare spoiler, ovviamente). Il risultato finale, però, non è paragonabile sotto nessun punto di vista. Forse come romanzo l’intreccio può funzionare meglio, non avendo immagini precise su cui focalizzarsi e lasciando spazio alle parole, ma qui sarebbe stato necessario un lavoro più minuzioso in fase di adattamento. Tutto ciò che accade nella prima parte del film risulta difficile da accettare per lo spettatore, giustificabile solo in minima parte. Intrattiene, questo sì, ma le domande che affliggono il pubblico restano numerose
Nella seconda metà del film c’è una svolta che dovrebbe dare un significato diverso a tutto ciò che si è visto fino a quel momento. Colpisce? Bisogna dire di sì. Funziona? A un livello superficiale sì, ma basta porsi due o tre domande perché crolli l’intero plot. Tutto dipende dalla sensibilità dello spettatore e dalla sua capacità di sospendere l’incredulità. Inizialmente il film potrebbe sembrare un thriller dagli aspetti quasi “hitchcockiani”, ricordando La mano sulla culla, a cui rimanda più volte. Peccato che la prima metà sia farcita di sequenze glamour e di musica pop inserita in modo davvero poco efficace, elementi che finiscono per spezzare tristemente la tensione costruita.
Gli attori sono bravi: Sydney Sweeney è convincente nel sembrare al tempo stesso innocente e intraprendente. Brandon Sklenar, che abbiamo conosciuto in 1923 accanto a Harrison Ford, è un buon volto, affascinante ed enigmatico. Amanda Seyfried, invece, per buona parte del film è chiamata a un overacting forse eccessivo, anche se in parte giustificabile dalle rivelazioni della seconda metà, in cui il personaggio trova maggiore equilibrio.
E poi c’è Michele Morrone, in un piccolo ruolo, nel quale pronuncia poche battute e il cui essere italiano viene usato furbamente ai fini del plot. Forse meno efficace per noi compaesani, ma probabilmente difficile da gestire diversamente in fase di adattamento
Una di famiglia ha le potenzialità per essere un buon thriller capace di ravvivare il pomeriggio, ma scade in aspetti tutt’altro che trascurabili. La regia di Feig, forse, non è adatta al genere: troppo glamour e poca eleganza. La scrittura vorrebbe essere geniale, ma sembra funzionare solo sulla pagina, forse. Il twist, infatti, regge soltanto a un livello superficiale, perché gli ingranaggi del meccanismo non risultano ben incastrati.
In un libro si possono far accadere molti eventi sopra le righe e, dopo centinaia di pagine, assestare uno “schiaffo” al lettore che rilegge tutto ciò che ha preceduto sotto una luce diversa. Il lettore, del resto, tende a dimenticare numerosi dettagli di fatti accaduti molto prima. In un film di due ore, invece, il tempo è più breve e ciò che è successo mezz’ora prima è ancora ben presente, portando lo spettatore a porsi molte più domande.
È un vero peccato, anche se va riconosciuto che il film intrattiene e che il twist della seconda parte riesce a rivitalizzare lo spettatore dopo una prima metà difficile da digerire. Il finale è intrattenente e costruito su un buon crescendo, lasciando la possibilità di uscire dalla sala soddisfatti della visione. Tuttavia, una volta in macchina al ritorno dal cinema, quel sorriso potrebbe lentamente scemare, fino a dimenticare quanto visto nel mese successivo.


