Enemy (Denis Villeneuve, 2013) – una recensione home video

Enemy
Jake Gyllenhaal in Enemy di Denis Villeneuve

Enemy, girato nel 2013 da Denis Villeneuve – quando non era ancora il regista di blockbuster come Arrival e Blade Runner 2049 – non è mai uscito nelle sale italiane. Ci è sembrato opportuno segnalare, con questa recensione, l’uscita in Home Video di un film che, seppure imperfetto, è una tappa spesso ingiustamente trascurata nel percorso artistico del regista canadese, e peraltro si adatta completamente alla sensibilità Mad del nostro sito.

Immagina di essere un timido e impacciato Jake Gyllenhaal e che un giorno, nel corso della tua vita fatta di avvenimenti sempre uguali (giornata lavorativa come insegnante di storia, tempo libero trascorso con la fidanzata Mélanie Laurent), guardando un film vedi te stesso. Non nel senso che ti immedesimi nel protagonista, no, proprio uno con la tua stessa faccia. Indagando, incontri un tizio uguale uguale a Jake Gyllenhaal, identico fino all’ultimo pelo di barba, attore di terza categoria, sposato con Sarah Gadon.

C’è di che essere confusi, anche perché tua madre Isabella Rossellini ripete che ‘io ho un figlio solo, e tu hai una madre sola’.

Che cosa è più importante a questo punto: svelare il mistero del doppione, o approfittare della situazione per cambiare vita?

Enemy è un film cupo, pressoché monocolore, con pochi dialoghi e ancor meno azione. Ci sono momenti in cui è talmente avvincente che il pensiero corre al fatto che domani ci saranno da fare le pulizie a casa e almeno una lavatrice. Però mentre ci si sta domandando se sia più sensato lavare la biancheria o i colorati, boom, ecco arrivare il momento ‘Che diavolo..?!’.

Enemy è un ’thriller psicologico’, e la definizione tecnica di ‘thriller psicologico’ è: ‘discutiamone, possibilmente davanti a una birra’.

Il risultato della discussione varia a seconda della birra (gradazione e quantità), ma anche dalla lingua che parlate e dalla quantità di ragni che avete in testa (per i francofili, les araignées au plafond).

Se si va a vedere un film, tanto per fare un esempio, polacco, senza sottotitoli e senza conoscere il Polacco, è probabile che non lo si capisca proprio completamente: ne può sfuggire una parte, piccoli dettagli o l’intera storia, a seconda degli altri aspetti del film.

Con Enemy è la stessa cosa. Pur essendo un film (canadese) recitato in Inglese, molti spettatori non lo capiscono. Perché non ne conoscono la lingua, che è quella di chi è abituato a tessere nella sua testa complesse trame per far coincidere il mondo esterno con la propria visione del mondo.

Se non si parla la lingua del film, si finisce per elaborare le teorie più ridicole.

Altrimenti, è tutto molto più semplice: si tratta solo di scegliere il punto dal quale iniziare a sbrogliare la tela.