È stata la mano di Dio

È stata la mano di Dio recensione film di Paolo Sorrentino [Venezia 78]

È stata la mano di Dio recensione film di Paolo Sorrentino con Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert e Luisa Ranieri

22 giugno 1986, Città del Messico.
L’Italia é stata eliminata da cinque giorni dai Mondiali di calcio, ma Napoli sembra essersene completamente dimenticata. La città é in subbuglio per un’altra Nazionale, anzi ad essere precisi per un calciatore di quella squadra: Diego Armando Maradona. É il giorno in cui segnerà il leggendario e ampiamente discusso goal di mano contro l’Inghilterra, il giorno in cui ha per l’ennesima volta dimostrato di essere fatto della stessa sostanza di Dio.

É uno dei momenti della transustanziazione che Paolo Sorrentino ha estratto dal suo archivio magnetico per preparare la liturgia laica di È stata la mano di Dio, una storia intima e a lungo autobiografica che sa tanto di bilancio di metà mandato prima di andare oltre nella sua carriera cinematografica.

Marlon Joubert e Filippo Scotti
Marlon Joubert e Filippo Scotti (Credits: Netflix/Fremantle)

È stata la mano di Dio recensione film di Paolo Sorrentino a Venezia 78
È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino a Venezia 78 (Credits: Netflix/Fremantle)

Ha il sapore dell’ineluttabilità, della pancia impastata con lacrime e passione e lasciata riposare il tempo necessario prima di diventare necessità. Una lievitazione durata almeno vent’anni se si considera come spartiacque L’uomo in più, ma che aumenta significativamente tenendo presente la vita prima di esso. Tutto ha trovato il proprio posto, ogni tassello é funzionale al mosaico. Non c’è bisogno nemmeno che sia tutto vero, come la focosa e dilaniata zia interpretata da Luisa Ranieri, perché il cinema é sempre finzione di realtà.

Ogni cifra stilistica e tematica che contraddistingue la visione del regista napoletano compie il percorso a ritroso e risale alla sorgente che l’ha generata. Napoli, la famiglia, Maradona sono le radici dell’ispirazione dell’artista e il variopinto caleidoscopio dell’uomo. Sono la risposta a quello che il regista Antonio Spagnuolo chiede al giovane Fabietto Schisa (Filippo Scotti) che ha messo il cinema nel suo futuro: “cos’hai davvero da dire?”

É stata la mano di Dio a rendere la realtà meno deludente e meno scadente, combinando la saggezza popolare di uno dei personaggi con quella evocata da Fellini. Una lettura emotiva della realtà e dei suoi eventi incessanti ha agganciato una vita come tante altre ad una figura più grande e potente per trovare un senso e la salvezza. C’è chi si aggrappa a Dio, chi a Diego, Paolo Sorrentino nel dubbio ci ha semplicemente mostrato la sua personalissima roccia, la sua rivoluzione.

È stata la mano di Dio recensione film di Paolo Sorrentino a Venezia 78
Dora Romano è la Signora Gentile (Credits: Netflix/Fremantle)

Il Diego Armando Maradona di Sorrentino
Il Diego Armando Maradona di Sorrentino (Credits: Netflix/Fremantle)

È stata la mano di Dio recensione film di Paolo Sorrentino a Venezia 78
Filippo Scotti (Credits: Gianni Fiorito/Netflix/Fremantle)

Sintesi

È stata la mano di Dio é la liturgia laica di Paolo Sorrentino, una storia intima e a lungo autobiografica dove ogni cifra stilistica e tematica che contraddistingue la visione del regista napoletano compie il percorso a ritroso e risale alla sorgente che l'ha generata, e che sa tanto di bilancio di metà mandato prima di andare oltre nella sua carriera cinematografica.

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