La terra dei figli: intervista allo scenografo Daniele Frabetti [degenere]

Daniele Frabetti: intervista allo scenografo de La terra dei figli, La paranza dei bambini, Non mi uccidere, Monte e La foresta di ghiaccio

Daniele Frabetti (8 febbraio 1978, Roma) è uno scenografo italiano. Collaboratore stabile del regista Claudio Giovannesi su tutti i suoi film tra cui l’acclamato La paranza dei bambini, tra gli altri film di cui ha firmato le scenografie si ricordano La terra dei figli di Claudio Cupellini, La foresta di ghiaccio di Claudio Noce, la commedia La prima volta di mia figlia di Riccardo Rossi, Cloro di Lamberto Sanfelice, Monte di Amir Naderi, The Pills – Sempre meglio che lavorare di Luca Vecchi, il cult indie Orecchie di Alessandro Aronadio, Io c’è di Alessandro Aronadio e il recente Non mi uccidere di Andrea De Sica.

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La terra dei figli: intervista allo scenografo Daniele Frabetti
La terra dei figli: intervista allo scenografo Daniele Frabetti (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

Intervista allo scenografo Daniele Frabetti

Come ti sei avvicinato al mondo del cinema e della scenografia? Qual è stata la tua formazione?

Daniele Frabetti: Ho fatto gli studi artistici, il liceo artistico prima e Accademia delle Belle Arti dopo. Ho sempre amato il disegno tecnico e la scelta di fare Scenografia era un naturale proseguimento delle passioni del liceo. È stato durante gli anni dell’Accademia che, un po’ per gioco, mi sono avvicinato al Cinema con i primi corti fatti fra amici, sul set dei quali ho iniziato a sentire sempre più forte il desiderio di fare della scenografia cinematografica il mio lavoro. Una volta diplomatomi all’Accademia delle Belle Arti ho iniziato il classico percorso di crescita e di “gavetta”, lavorando per lo più al fianco di Tommaso Bordone, prevalentemente in lavori televisivi.
Nel 2009 ho deciso di non fare più l’assistente, e ho fatto il mio primo film da scenografo, Maternity Blues di Fabrizio Cattani
.

Come sei stato coinvolto ne La terra dei figli? Cosa ricordi del primo incontro con il regista Claudio Cupellini, e come avete iniziato ad impostare il lavoro sul film?

Daniele Frabetti: Io e Claudio ci conoscevamo già di vista, frequentavamo gli stessi amici e gli stessi posti, ma non avevamo mai avuto modo di collaborare anche se avevo amato molto il suo stile di regia, sin dai suoi primi film come Una vita tranquilla. Era il 23 aprile 2019 – ancora mi ricordo la data – e stavo lavorando su un altro progetto, ma mi arriva un messaggio di Claudio, chiedendomi di incontrarci per parlare di un possibile film da fare insieme. Dopo pochissimi giorni ci siamo incontrati per un aperitivo, e dopo poco tempo che parlavamo ho capito che dovevo fare quel film: Claudio mi aveva conquistato subito, parlandomi della possibilità di inventare un mondo completamente nuovo.

La terra dei figli: intervista allo scenografo Daniele Frabetti
Le scenografie de La terra dei figli di Claudio Cupellini a cura di Daniele Frabetti (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

Le scenografie de La terra dei figli di Claudio Cupellini a cura di Daniele Frabetti
Le scenografie de La terra dei figli di Claudio Cupellini a cura di Daniele Frabetti (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

La terra dei figli è tratto, con alcune libertà ma seguendo la linea narrativa di fondo, dall’omonima graphic novel del pluripremiato disegnatore italiano Gipi. I fumetti dell’originale La terra dei figli sono caratterizzati da uno stile molto “impressionistico” e schematico, senza alcun colore, a evidenziare il senso di straniamento dei personaggi. In che modo i suoi disegni hanno guidato te e Cupellini per delineare le ambientazioni del film, e quali altre reference vi siete scambiati a riguardo?

Daniele Frabetti: Il fumetto è stato una guida da tradire continuamente: abbiamo provato a rubare il senso del mondo che Gipi voleva raccontare, reiventandolo. Ad esempio, il mondo del fumetto è un mondo completamente di legno: di legno sono tutte le baracche, le barche, i remi. Su questo aspetto sia io che Claudio abbiamo avvertito l’esigenza di allontanarci dal fumetto, per poter avere una libertà cromatica che un mondo di legno per lo più grigio-marrone non ti permette. Ci siamo allora posti una domanda: “cosa rimarrebbe della nostra civiltà tra quaranta o cinquant’anni anni?”. I rifiuti! in particolare quelli inerti come la plastica, la lamiera, le resine, il metallo, il cemento… La ricerca scenografica per La terra dei figli così mi ha spinto sull’esplorare come vivono le persone, i popoli che già vivono di rifiuti dei mondi “civilizzati”, quindi le reference sono state alcune immagini relative ai poveri del Sud-est asiatico e ai popoli subsahariani, che vivono in baracche di plastica, metallo o legno marcio, in queste palafitte sospese o nell’acqua o su terreni brulli.

Come si è svolto il processo di location scouting e dove si trovano le location alla fine scelte per il film?

Daniele Frabetti: Partendo dal fatto che Claudio è veneto e quindi quei territori li conosce molto bene, è partito da lui il desiderio di ambientare La terra dei figli nella zona del Delta del Po. A questo punto è subentrato il location manager, Gennaro Aquino, con il quale abbiamo affinato la ricerca nel territorio segnalato da Claudio. Le location si trovano nel triangolo tra la laguna di Chioggia, il Po ferrarese e il vero e proprio Delta del Po nella provincia di Rovigo, fino a spingersi fino al Emilia Romagna dove si trova la location della casa della strega. La bellezza di queste location lontane tra di loro ci hanno permesso di godere di una certa varietà paesaggistica, che si vede bene nel film finito.

Valeria Golino e Maria Roveran
Valeria Golino e Maria Roveran (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

Le scenografie di Daniele Frabetti
Le scenografie di Daniele Frabetti (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

Per tutto il primo atto de La terra dei figli, l’ambiente principale del film è la palafitta dove vive il protagonista vive assieme al padre, fra le paludi del Delta del Po. Come hai caratterizzato quell’ambiente almeno in apparenza “famigliare”?

Daniele Frabetti: Per la casa del padre cercavamo una location cinematograficamente adatta, ma che fosse il più vicina possibile al senso di isolamento dato che dava la casa nel fumetto. Con Gennaro abbiamo cominciato a cercare nella laguna di Chioggia i “casoni” di pesca, delle palafitte in mezzo alla laguna che i pescatori usavano per le reti e in generale per la gestione della pesca e della raccolta delle vongole: tra i vari casoni visti ci siamo innamorati di quello in cui abbiamo poi girato, che era fondamentalmente una piattaforma con il tetto e un piccolo sgabuzzino. Lì abbiamo ricostruito il resto della casa ampliando lo spazio interno e foderando le poche pareti che c’erano; siccome all’inizio del film il Padre e il Figlio vivevano già da anni in quel posto, raccogliendo e riutilizzando tutto quello che trovavano in mare e sulla terraferma, abbiamo cercato di dare un senso di “casa” anche con la stratificazione degli oggetti presenti tra le quattro mura.

Come hai impostato invece le scenografie dell’abitazione della strega e della palafitta del cattivo Aringo? Gli interni li avete girati sempre sul Po oppure li avete ricreati in studio?

Daniele Frabetti: Per la casa della strega, cercavamo un’idea diversa dalle altre abitazioni, per comunicare un senso di sospensione e di leggerezza al personaggio. Da subito è arrivata l’idea dell’houseboat, ci piaceva l’idea di dare una caratterizzazione “vintage” a quel personaggio. In mente nostra ogni ambiente doveva avere una caratterizzazione diversa: la casa del padre si affacciava sulla laguna, Aringo vive nascosto in mezzo ai canneti, nel film la strega è colei che detiene il tempo, la memoria, le memorabilia. Anche nell’ambiente di casa sua abbiamo voluto giocare con una stratificazione di oggetti appartenenti alla nostra era contemporanea, ma al tempo stesso il personaggio della Golino davvero è una strega, con una conoscenza alchemica, ancestrale.

Le scenografie de La terra dei figli di Claudio Cupellini a cura di Daniele Frabetti
Le scenografie de La terra dei figli di Claudio Cupellini a cura di Daniele Frabetti (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

La terra dei figli di Claudio Cupellini
La terra dei figli di Claudio Cupellini (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

Come avete lavorato quindi a livello di scenografia per distinguere, attraverso le case, i caratteri dei (pochi) protagonisti del film?

Daniele Frabetti: Ne La terra dei figli abbiamo giocato molto sulla distinzione fra i personaggi. All’inizio la strega era un po’ una pedina mancante: in fondo ci troviamo in un mondo di baracche, diversificarle era difficile, ma metterla su una barca un po’ come una hippie californiana anni settanta si è rivelata la scelta giusta. Abbiamo lavorato a partire da quest’immagine, e abbiamo trovato un vecchio barcone americano usato durante la Seconda Guerra Mondiale per creare dei “ponti mobili”: erano stati lasciati lì, ci era stata costruita sopra una capanna che noi abbiamo completamente rimodificato. Per distinguere i personaggi peraltro abbiamo giocato molto coi colori: abbiamo cercato di dare a ognuno anche un suo preciso carattere cromatico, per dare anche una sfumatura dei personaggi. La casa del padre ha una dominante blu, quasi da acqua marina. La houseboat della strega ha una dominante rosa e verde. La casa di Aringo è rossa e bianca, quasi ruggine.

La terra dei figli di Claudio Cupellini
La terra dei figli di Claudio Cupellini (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

Dopo la morte del padre, il figlio va alla ricerca di qualcuno capace di leggere il diario che l’uomo ha lasciato, e si inoltra nell’entroterra. Si imbatte dapprima in una coppia di fratelli malvagi, dei personaggi quasi kafkiani che fingono di volersi prendere cura di lui ma che in realtà lo vogliono schiavizzare, e che vivono in una fattoria in sfacelo. Qual era la location in partenza per i vari ambienti interni ed esterni del film, e cosa hai aggiunto di tuo?

Daniele Frabetti: La fattoria era in realtà un’ex fabbrica di mattoni, dentro la Golena del Po, nel ferrarese. Dopo l’argine c’è questo spazio di terreno che quando si alza l’acqua del Po viene completamente allagato. Adesso veniva utilizzato come piantagione di pioppi. Fondamentalmente gli interni sono stati rilavorati a livello di pittura e di arredamento, e vi abbiamo aggiunto qualche piccola costruzione: la scala, le porte e le finestre sono state fatte tutte in ferro da noi. Anche i sotterranei sono stati ricostruiti: il tunnel esisteva ma portava a una sorta di porticato a cielo aperto; noi abbiamo ricostruito tutto e abbiamo creato un’area prigione. Quello era realmente un posto abbandonato pieno di rovi, ed è stato necessario un grosso lavoro di bonifica prima di metterci effettivamente mano, ma abbiamo cercato di mantenere quell’area rurale e campestre. Il capanno dove dorme il figlio è stato completamente ricostruito da zero in legno e polistirolo.

La terra dei figli di Claudio Cupellini
La terra dei figli di Claudio Cupellini (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

Le scenografie di Daniele Frabetti
Le scenografie di Daniele Frabetti (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

Il terzo atto del film si svolge tutto in una fabbrica in disuso dove il protagonista viene fatto prigioniero da una sorta di culto che lo vuole sacrificare. Dove si trovava la fabbrica abbandonata e quali aggiunte o rimozioni hai fatto rispetto all’ambiente di partenza?

Daniele Frabetti: La fabbrica è realmente una centrale elettrica nel Polesine, anche abbastanza conosciuta. Una fabbrica in dismissione, quindi già con un sapore abbandonato. Noi abbiamo ricostruito fondamentalmente tutti gli ambienti di sceneggiatura: la prigione dove viene rinchiuso il Figlio era semplicemente una stanza vuota dove noi abbiamo aggiunto le grate e le celle. I due interni della camera del capo e della camera del boia interpretato da Mastandrea sono stati ricreati all’interno della fabbrica ricostruendo le pareti mancanti: abbiamo lavorato un po’ come se fossimo in un teatro di posa, ma sempre all’interno delle location. In generale, per tutti i luoghi del film gli interni stavano là dove stavano anche gli esterni: una sfida generale che ci serviva per dare una bella sensazione di continuità fra spazi e luoghi, aiutando sia la macchina da presa che gli attori a muoversi più liberamente.

Le scenografie di Daniele Frabetti
Le scenografie di Daniele Frabetti (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

Come hai collaborato con il reparto degli effetti visivi sul set de La terra dei figli? Quali fra gli oggetti di scena, corpi o sfondi che si vedono nel film sono frutto in realtà di ricostruzioni digitali?

Daniele Frabetti: Sì, c’è stato innanzitutto un grande lavoro di pulizia di tanti elementi dai fotogrammi, compresi gli uccelli che incrociavamo girando: nel modo ritratto da La terra dei figli, anche gli animali si sono estinti. Dei coltellacci e delle altre armi di scena, che comunque abbiamo ricostruite tutti noi, a volte abbiamo impiegato solo i manici, per poi ricreare la lama in CGI, innanzitutto per ragioni di sicurezza. La scena di combattimento col cane che apre il film ha richiesto un grande lavoro in CGI, sia perché nelle varie inquadrature si alternano un cane vero e un cane finto, sia perché la lama del coltello del Figlio all’inizio è vera e poi invece è stata ovviamente ricostruita per l’inquadratura in cui lui la conficca nel corpo del cane.
Allo stesso modo il cimitero delle auto è “vero” per le venti auto che occupavano il corpo centrale della scena: il reparto VFX ha ricostruito il fondo e il proseguimento delle file di macchine. Pur essendo una scena piccolissima, ha richiesto un impegno infinito di energia, perché abbiamo portato delle macchine nuove prese allo sfascio, le abbiamo arrugginite e invecchiate, e poi le abbiamo portate lì: una grande avventura
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La terra dei figli di Claudio Cupellini
La terra dei figli di Claudio Cupellini (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

Anche se per ambizioni autoriali e complessità drammaturgica è un film molto diverso da questi, sulla tua filmografia figura anche Monte dell’autore iraniano Amir Naderi. Al momento dell’uscita del suo The Book of Vision ho intervistato Carlo Hintermann, co-produttore di Monte, che mi ha raccontato come per il film di Naderi abbiano costruito dal nulla un intero villaggio in cima alle montagne, come si faceva ai tempi del cinema di Sergio Leone. Cosa ricordi tu dell’esperienza sul set di Monte? In generale, quanto pensi sia ancora importante l’artigianalità nel tuo lavoro, in un momento in cui molti dettagli e fondali possono essere ricreati al computer?

Daniele Frabetti: Monte per me è un film importantissimo della mia carriera artistica. Aver lavorato con Amir è stata una delle esperienze più forti che mi siano mai capitate: lui è uno che il cinema lo ha “mangiato” per settant’anni, e negli occhi ha solo quello. Un leone, veramente un leone, un regista incredibile che mi ha insegnato tanto. Si è completamente affidato a me per quanto riguardava specificatamente il mio lavoro, ma mi ha lasciato tantissimo sulla resistenza, sul pensare in grande, sul lavorare insieme. È stato un lavoro incredibile perché, come ti diceva Carlo, noi abbiamo veramente messo elementi scenografici per due ettari di montagna, a un’altezza di quasi duemila metri. Mi è servito tantissimo: da poco ho finito il film Il pataffio di Francesco Lagi, tratto dal libro di Malerba e ambientato nel Medioevo, in cui ho usato tanto l’esperienza di costruzione che avevo accumulato con Monte, per quanto diverse fossero le concezioni dei due film.

Le scenografie di Daniele Frabetti
Le scenografie di Daniele Frabetti (Credits: Daniele Frabetti/Matteo Graia/01 Distribution)

Più recente è stata la tua esperienza sul set di Non mi uccidere di Andrea De Sica, una sorta di rivisitazione di una vampire story. Come ti sei trovato a collaborare con Andrea De Sica?

Daniele Frabetti: Con Andrea è stata un’esperienza bellissima: lui è un giovane brillantissimo, divoratore di qualsiasi cosa sia “cinematografico”, e ha visto di tutto, dai tempi del cinema muto ad oggi. Lavorare con lui ti stimola molto, abbiamo fatto un grande lavoro di sintetizzazione delle immagini del film: è stato complesso ritrovare un ambiente metropolitano in un ambiente come l’Alto Adige di Bolzano, che rispetto alle città italiana è molto più morbida e ingentilito.

In generale, perché pensi che il cinema di genere in Italia da un certo momento in poi sia entrato in crisi? Vedi adesso segnali di una sua rinascita?

Daniele Frabetti: Credo che in questo periodo il cinema di genere in Italia stia rinascendo e anche bene. È andato in crisi perché per un periodo si è pensato che se un film era “di genere” non poteva essere autoriale. Adesso una nuova generazione di registi per fortuna ha capito che si possono fondere le due cose. Non mi uccidere non lo considero un film horror: è un film di formazione, un film femminile e femminista che traccia un diario di formazione di una donna che ha come contesto e contorno il genere horror. Questa è una ricerca che ultimamente sta andando molto, e anche La terra dei figli è un film che finge di essere distopico per parlare di sentimenti, affetti e memorie. Questa della contaminazione è una strada interessante da esplorare, in cui forse noi italiani potremmo riuscire a raccontare qualcosa di nuovo e di interessante.

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