Cast Away recensione stasera in TV [Cult]

Cast Away recensione
Cast Away di Robert Zemeckis con Tom Hanks e Helen Hunt

Cast Away recensione del film di Robert Zemeckis con Tom Hanks e Helen Hunt

Stasera in TV alle 21:25 su Rete 4

Capita spesso, molto spesso, che un anziano poco avvezzo alla tecnologia pura dica a un giovane smanettone informatico (per inciso: di tale schiera fa parte anche il sottoscritto) che ne ha ben donde di vederlo trafficare con discutibile gusto su un tablet o, più frequentemente, su un cellulare. L’anziano, uomo saggio, sapiente e illuminato, che tutto pontifica in maniera inopinabile, è consapevole che la vita, proprio come una pellicola cinematografica, è arte in movimento e perderne qualsiasi risvolto per ottenebrare anima e core davanti a un oggetto informatico è pura e insana follia. Come è pura e insana follia sperare che noi, (in)dotti utilizzatori oltremodo smisurati della tecnologia e, di rimando, automi distaccati, disinteressati e insensibili, gli diamo ascolto. Nell’anno 2019 di nostra vita sarebbe esecrabile (ri)vivere l’epoca premoderna e dimenticare telefoni, suonerie, messaggi, villaggi globali, i talk show e i ceroni degli anchorman, le paillettes delle troniste, i ciuffi dei tronisti, le insignificanti ciance riguardanti gli sportivi cresi e le lampade delle loro mogli. L’unico modo per rendere vera tale utopia è quello di essere improvvisamente teletrasportati in un’isola deserta, soli e naufraghi proprio come è capitato al Chuck Noland di Tom Hanks.

Cast Away recensione
Tom Hanks in Cast Away

Era il 2000 quando usciva nelle sale Cast Away, seconda pellicola del binomio Robert Zemeckis – Tom Hanks che tanto aveva funzionato sei anni prima in Forrest Gump, che si aggiudicò sei Premi Oscar tra cui, per l’appunto, quello per il Miglior Attore Protagonista e per la Miglior Regia.
Come parafrasa anche il titolo, “naufragato”, Cast Away, d’emblée, pare essere la classica effigie cinematografica di un naufrago che in un’isola deserta deve combattere con squali, kraken, quinotauri, orsi, bestie mefistofeliche, tribù empie o nemici reprobi. Niente di più inadeguato: perché Cast Away è un triplo salto temporale carpiato all’indietro, in cui l’uomo non è più visto come capataz indiscusso della natura, ma è la natura a fungergli da anfitrione. E’ un rewind temporale che per due terzi del film soverchia e abroga tutto ciò che l’uomo ha fatto di buono (?) nel corso dei secoli, da Steve Jobs ai fratelli Wright e l’aeroplano, da Meucci e il telefono a Edison e la lampadina, dal codice morse al telegrafo, dalla Rivoluzione Francese alle Rivoluzioni Industriali, da Newton, Copernico, Lutero, Colombo, Gesù Cristo, Alessandro Magno e Confucio alle fondazioni della civiltà fino al Paleolitico Inferiore, periodo preistorico caratterizzato dalla scoperta del fuoco e metaforizzato in Cast Away dall’isola deserta in cui viene, giustappunto, scaraventato Chuck Noland, un brillante uomo di punta della FedEx, impresa mondiale che opera nel settore della logistica, ossessionato più dalle cangianti, tumultuose dinamiche lavorative piuttosto che da un Natale da passare con la splendida compagna Kelly (Helen Hunt).

Tom Hanks in Cast Away
Tom Hanks in Cast Away

“Il tempo ci domina senza pietà, incurante se siamo in salute o ammalati, affamati o ubriachi o russi o americani o abitanti di Marte. È come il fuoco: può distruggerci o riscaldarci”, enfatizza Chuck Noland all’inizio del film, quasi a predire che il tempo, sia esso inteso come condizione metereologica (il violento nubifragio che causa la caduta dell’aereo) e come arco temporale (il ritorno al Paleolitico), e il fuoco saranno i suoi pochi compagni di vita nella sabbia di un’isola dimenticata in mezzo all’Oceano Pacifico. E’ proprio nel preciso momento in cui Chuck, dopo essersi salvato dallo schianto del disastro aereo, mette piede mediante una zattera di salvataggio nella sua nuova dimora che la pellicola ci spiritualizza di momenti indimenticabili come l’auto-estrazione di un dente, la (ri)scoperta del fuoco, lo studio della marea, l’incontro con le balene, la sopravvivenza mediante un’alimentazione a base di pesci e acqua di cocco e i dialoghi sublimi con un Wilson, un pallone a cui il protagonista disegna i connotati e che diventa amico inseparabile e, soprattutto, valvola di sfogo per le sue normali frustrazioni e condizioni di naufrago e climax inesausto del film.

Tutto ciò viene edulcorato da Zemeckis che dimentica dissolvenze o virtuosismi vari a fronte di numerosi piani sequenza brevi e lineari che scandiscono difficoltà, angosce, abbattimenti e afflizioni di un uomo solo, in balia di un futuro subdolo e lorchiano, privo dei suoi orologi, del suo tempo e delle sue ossessioni lavorative e familiari, personificato in maniera sontuosa da Tom Hanks, un mattatore mirabile (e inarrivabile) che con poche battute di rilievo, “c’è nessuno?”, ma utilizzando il linguaggio del fisico, un fisico modellato e smantellato alla perfezione, ci fa dimenticare trama e solitudine ma ci catapulta con lui nell’imperturbabilità dell’isola.

Wilson il pallone
Wilson il pallone

Sarà proprio la solitudine, “Devi continuare a ricordarmelo? Non puoi lasciar perdere, eh? Avevi ragione. Avevi ragione: è stato un bene fare quella prova perché non sarebbe stato un colpetto veloce e via. Sarei finito sulle rocce e mi sarei rotto una gamba o la schiena o il collo. Morto dissanguato. Era l’unica alternativa che avevo a quell’epoca. È chiaro? Quando è stato? Un anno fa? Perciò dimentichiamocene. Ma dove vuoi arrivare? Beh, magari ce la facciamo. Questo ti è mai passato per il cervello? Malgrado tutto, preferisco correre il rischio là fuori sull’oceano, che restare qui a morire su questa merdosa isola passando il resto della mia vita a parlare con un maledetto pallone”, non intesa come pace o benessere interiore ma come sentimento di sofferenza per una totale mancanza di affetti di un tempo che fu, a spingere Chuck oltre ogni limite, sfidando maree e tempeste a bordo di una piroga per ritornare alla sua vita, anche a costo di perdere l’unica persona che a lui gli è fedele, Wilson, volutamente più incisivo e partecipe di una lipotimica Helen Hunt. A comprova di ciò, lo spettatore prova più tristezza quando Wilson si disperde nelle sinuosità celesti dell’oceano piuttosto che nel momento in cui Helen Hunt stramazza al suolo sapendo che Chuck è ancora vivo.

Il finale però pare smorto. “Hai detto che saresti tornato presto?”, dice in maniera diversamente romantica ma quasi patetica Kelly, con lo spettatore trasportato in un futuro (quello di Noland) ormai estraneo all’essenza e al nocciolo della pellicola. In tal senso le aspettative del film (di per se già abbondantemente raggiunte), se rapportate a tale conclusione, potevano essere migliori se, parallelamente al naufragio e alle peripezie del protagonista, fossero stati raccontati i momenti di sconforto della stessa Kelly, l’impegno, le fatiche per ritrovare il compagno, le reazioni dell’azienda FedEx e degli amici per la sua scomparsa e, magari, la drammaticità del suo pseudo-funerale. In tal senso, l’ultimissimo ciak, quello in cui Chuck consegna un pacco da lui lungamente custodito nell’isola al destinatario pare più un inchino alla FedEx (che durante le riprese ha fornito abbigliamento, stabilimenti, logistica, furgoni e aeroplani) che un frammento della sceneggiatura.

Tom Hanks
Tom Hanks

Robert Zemeckis, in un certo senso, nel 2000, quasi profetizzando l’arrivo incombente di una tecnologia invadente che ha drasticamente creato un solco tra il pre e il post moderno e ha reso (e renderà) schiave le nuove generazioni, ha voluto creare un cosmo a se stante – nettamente diverso da quello di Robinson Crusoe, in quanto allora vi era pochissima differenza tra il vivere in una società ancora lontana quarantuno anni dalla Rivoluzione Industriale e un’isola deserta – creando una compartimentazione netta tra caos e distensione, rappresentati in senso ampiamente lato dalla vita spasmodica di città e da un’isola deserta, dal trambusto di un aereo e dalla vegetazione tropicale, da un furgone FedEx e dalle mareggiate oceaniche, dalle giornate lavorative compulsive di Memphis e Mosca alla realtà sempre uguale di una spiaggia, confondendo lo spettatore su qual sia la meta migliore. In questo senso, dato il sapore amaro del finale della pellicola, non è poi così scontato che il caos sia sinonimo di naufragio e distensione di famiglia ma che, forse, è meglio vivere in completa solitudine piuttosto che in un mondo caratterizzato dal distacco, dal disinteresse e dall’insensibilità.

PS. Pare quasi incredibile come un attore che, come Tom Hanks, recita per novanta minuti in completa solitudine come solo i grandi del cinema muto sapevano fare (su tutti Charlie Chaplin), e che perde la bellezza di venticinque chili (quasi come il sommo Robert De Niro durante le riprese di Toro Scatenato) non venga premiato con una statuetta dai signori dell’Academy Award. Nella premiazione del 2001 vinse infatti Russell Crowe per il suo Massimo Decimo Meridio de Il Gladiatore, premio che l’attore neozelandese avrebbe meritato di più per l’interpretazione in A Beautiful Mind di John Nash…un altro uomo “solo”.

Paolo S.