Fargo 4: intervista a Tommaso Ragno protagonista della serie TV Sky

Intervista a Tommaso Ragno, Donatello Fadda in Fargo 4 e apprezzato interprete di Lazzaro felice, Il miracolo, Il tredicesimo apostolo – Il prescelto e Baby

In occasione dell’uscita della quarta stagione di Fargo, la serie creata da Noah Hawley con Chris Rock, Jason Schwartzman, Jessie Buckley e Ben Whishaw trasmessa su Sky Atlantic e Now TV che abbiamo recensito in anteprima, abbiamo avuto il piacere di intervistare Tommaso Ragno, che in Fargo interpreta il boss Donatello Fadda.

Tommaso Ragno: intervista all’interprete di Fargo 4

Tommaso Ragno su Sky Atlantic sarà uno dei protagonisti di Fargo 4, ispirato dal capolavoro dei fratelli Coen che sono anche produttori della serie. Parliamo del tuo ruolo e della tua esperienza sul set internazionale…
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Tommaso Ragno: Si, è stata un’esperienza significativa. Per me specialmente, perché conoscevo già Fargo dei Coen, e conosco quel tipo di humor nero che appartiene a quella scrittura. Per me che avevo visto le prime tre stagioni è stato semplice e allo stesso tempo anche complesso: come per molti di noi che siamo cresciuti vedendo queste serie in questi ultimi anni, entrare in quel mondo, molto preciso, molto speciale, è stato intenso, anche perché è un tipo di scrittura che io riconosco e sono stato contento di prenderci parte perché ho visto dentro delle cose meravigliose. Parliamo anche di una dimensione attoriale che comunque ha di particolare proprio la scrittura: io parlo di Fargo tenendo conto di chi, come te, possa conoscere la materia di cui parlo, ma si tratta della capacità di scrivere.

Chris Rock e Tommaso Ragno
Chris Rock e Tommaso Ragno in una scena di Fargo 4

Volevo proprio parlare di questo, a proposito di scrittura, di dialoghi, di testo. Credo che come Fargo, in tutte le opere in cui hai prestato il tuo talento, la parte centrale sia proprio la scrittura. Andando a memoria, la fiction RAI tratta da Camilleri, La stagione della caccia, o ancora Il miracolo di Ammaniti: sono opere meravigliose che mettono al centro la parola.

Tommaso Ragno:  Ma certo. Io lo ribadisco: da un certo punto in poi, sono stato fortunato di poter prendere parte a cose scritte in un certo modo. Questo non toglie che le esperienze precedenti, o diverse, fossero meno appaganti, nel bene e nel male: però sto parlando non tanto di battute, quanto di sceneggiatura, di qualità, i preziosità nei dialoghi e nei sottotesti.

Certo, si parla dell’importanza che si dà al testo, parliamo anche di Pappi Corsicato con Chimera, di Kim Rossi Stuart…

Tommaso Ragno: Esatto. Lo script. È vero, anche la libertà che Fargo si prende con la narrazione: in 50 minuti magari vedi accadere delle cose che non vedresti mai in altre cose, in altre fiction italiane ad esempio. Non so esattamente poi da cosa dipenda: probabilmente, dal tempo che tu hai per ragionare su quello che scrivi, che reciti. E non è secondario. Non quelli della mia generazione, ma a volte oggi ci si dimentica alcune cose basilari. Io ho avuto una formazione teatrale che mi ha permesso di sperimentare, e ti fa capire il tempo che puoi spendere a lavoro partendo da un testo. Con il teatro è così, giorno per giorno rielabori e capisci meglio il senso, reciti meglio. Sul set invece non hai tutto quel tempo, spesso in una location vai e hai poche ore per girare in una giornata. Sono una serie di circostanze tecniche diverse. E non ho tempo per stare a riflettere sul mio lavoro, su cosa sto facendo. quando dico di avere avuto la fortuna che mi sono capitati ruoli con un altro tipo di scrittura, non parlo solo della ricaduta a livello di recitazione: l’esperienza teatrale mi è stata di enorme aiuto, per rielaborare e per affrontare dei personaggi che magari non avresti reso senza aver avuto quella base. Tutto voglio che non però passare per noioso attore di prosa, eh! Voglio solo sottolineare che bisognerebbe lavorare con più attenzione, con più meditazione. Quando poi vediamo le grandi interpretazioni, la maggior parte di questi attori ci accorgiamo che sono di formazione teatrale: non dico che sia bello o brutto, ma sono parti di un certo spessore date ad attori di un certo spessore. E il risultato si vede. Per Fargo è la stessa cosa: chi scrive Fargo è prima di tutto uno scrittore… e che scrittore, Noah Hawley, si parte da Fargo dei Coen e produce tre serie ognuna indipendente dall’altra…

Mantenendo uno stile e variando sulla trama…

Tommaso Ragno: Esatto. La cosa straordinaria è questa. Vuol dire poi una grande conoscenza di come si debba scrivere. Non è detto che se ho una cosa scritta bene poi la reciterò bene, eh, attenzione. Vuol dire anche che la scrittura deve rendere poi a livello di script, inserendosi in un mosaico complesso e complessivo.

Chris Rock e Tommaso Ragno
Chris Rock e Tommaso Ragno in una scena di Fargo 4

Parlavi del modo di “studiare” un ruolo. Riflettevo che nonostante tanti tuoi lavori partono da un testo importante, tu riesci sempre a far parlare i tuoi personaggi tramite i silenzi. Perché quello che vale, il peso specifico della tua eccezionale bravura, non è tanto il dialogo, ma lo sguardo, il silenzio, il carisma del personaggio sul set che viene restituito dalla telecamera. Certo, sei facilitato perché hai di natura una bellissima voce.  Mi chiedevo: tu fai un lavoro anche per capire come far passare il testo scritto sul viso, sull’espressività? Sulla sottrazione invece che sull’aggiunta?

Tommaso Ragno: È un’osservazione che porta ad una bella domanda. Quello che tu noti come silenzi fanno parte di una musica, per me. Mi viene in mente una frase di Orson Welles, “Privare la magia del suo mistero sarebbe assurdo come togliere il suono alla musica”. E ti ringrazio per questo, probabilmente non lavorerei in questo modo se non avessi avuto dei riferimenti ripetuti nel tempo, che creano esperienza, che fanno si che poi cominci a stare sul set anche meglio, per partire dalle parole che leggi e non fermarsi solo al fonema. Per lavorare sulla voce hai bisogno di elementi che non sono inerenti al testo, quando si dice “hai una voce calda”: sono cose che hanno a che fare con l’imprevedibilità, con l’istinto, e sono le caratteristiche che rendono speciale questo mestiere. Percepisci alcune cose che non sai spiegare. Magari, vedi degli attori che sembra che non facciano niente, lì per lì, ma sembra solo. Perché poi implica un percorso interiore specifico. Prendi i film di Sergio Leone: per quanto siano delle prese in giro metatestuali, sfido chiunque a fare delle inquadrature così lunghe sui volti senza una parola e a non diventare pesanti.

Il vero attore si vede quando non parla. A proposito di cinema, si ha l’impressione che in questi ultimi anni, così come è successo in America, gran parte degli artisti stiano passando sul piccolo schermo, mentre su grande schermo c’è un’impasse: i grandi autori continuano a fare i loro film ma il resto ristagna, non c’è quel fermento che c’è invece in tv. Lo pensi anche tu?

Tommaso Ragno: Guarda, non credo di avere una risposta precisa. Devo dirti una cosa: durante il lockdown di marzo, le piattaforme davano diverse offerte per vedere le cose che non passavano in sala. Io penso ci sia stato intanto un grande aumento di lavoro in termini produttivi, con il passaggio sullo schermo di casa, inteso proprio come streaming. Però forse alla fine è una questione di lana caprina. La mia sensazione, opinabilissima, è che può darsi che al cinema non si debba per forza raccontare delle storie. Perché le storie non sono sinonimo di emozione. È un po’ poco. Penso che sia fondamentale il modo in cui racconti le cose. Quindi non ha importanza se un’opera sia lunga dieci episodi o due ore, l’importante è saper trasmettere emozioni. La natura del cinema è più vicina a quella della pittura.

Il cinema può raccontare niente ma raccontarlo benissimo, quindi. Cinema poi inteso come audiovisivo, non come grande schermo.

Tommaso Ragno: Esatto! Può raccontarlo benissimo, è una risposta perfetta. Io amo i film di Tarkovskij, per farti un esempio: e non che non mi piacciano i film di intrattenimento! No, no. Ma è uno sviluppo verticale della trama. È chiaro che sto dicendo delle cose forse apparentemente banali, ma durante il lockdown ho visto delle serie che sembravano cinema: io per cinema intendo Fellini, Bresson, Tarkovskij, cioè un prodotto che può permettersi delle ellissi e un modo di raccontare senza dover dire niente. Ma deve essere come una musica, un componimento fine a se stesso.

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