Sto pensando di finirla qui

Sto pensando di finirla qui recensione del film di Charlie Kaufman [Netflix]

Sto pensando di finirla qui recensione film di Charlie Kaufman con Jessie Buckley, Jesse Plemons, Toni Collette, David Thewlis, Hadley Robinson, Gus Birney, Abby Quinn e Colby Minifie

Christopher Nolan, che ci ha riunito dopo mesi di lockdown portando chiunque a risentire l’odore dei popcorn e rivivere il buio delle sale, ci sta confondendo come non mai, sta facendo esplodere cervelli e orecchie, ma sta anche mezzo deludendo (se non del tutto) gran parte del pubblico, con il suo ultimo lavoro dal palindromico titolo: Tenet.
Ma di cervellotico, irriverente e confusionario, non esistono solo i suoi viaggi temporali, spaziali, mentali, onirici, avventurosi, d’azione, ecc.
C’è da tempo, infatti, in circolazione uno sceneggiatore / regista dall’estro creativo – per non dire “dal genio” – non indifferente, mai scontato, freschissimo e sempre convincente: tra le sue opere Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee, Se mi lasci ti cancello, Synecdoche, New York e Anomalisa.
Netflix ha pubblicato l’ultimo gioiello di Charlie Kaufman, stavolta sceneggiatore e regista dietro la trasposizione in lungometraggio dell’omonimo romanzo di Iain Reid.
Sto pensando di finirla qui è un film memorabile e assolutamente consigliato, che lo consacra – ce n’era di nuovo bisogno? – come una delle figure più interessanti dell’intero panorama cinematografico mondiale.

Jessie Buckley
Jessie Buckley

Un freddo e claustrofobico viaggio

Non è facile scrivere di Sto pensando di finirla qui (I’m Thinking of Ending Things).
È in sostanza un piccolo saggio – a tratti ironico – sull’esistenza umana, sulla felicità, la morte, la speranza, la malattia, le relazioni amorose e l’autoriflessività.
Una sorta di inquietante, ipnotizzante, frustrante road movie ma al contempo anche un ottimo film kammerspiel, da cinema da camera, dove i set principali sono una claustrofobica e fredda auto, un’ambigua e accogliente casa, una scuola lucidata e vuota.
La trama, i fatti, ciò che ci viene mostrato o ciò che pensiamo di aver capito o visto –
non è facile dirlo ad una prima visione, forse è solo un sogno o una metafora o un incubo – ruota attorno ad una coppia fresca fresca di mesiversario che decide di fare
quel traumatico passo che prima o poi tocca a chiunque: il momento del “stasera ti presento i miei”.

Cindy, Lucia, Lucy, Louisa, Yvonne (Jessie Buckley) – meglio chiamarla “lei” – conoscerà, dunque, i genitori di Jake (Jesse Plemons), dopo un lunghissimo ed imbarazzante viaggio in mezzo alla neve, contrassegnato dal bisogno impellente di dover esprimere e mettere in chiaro che forse portare avanti una relazione unidirezionale non è la scelta più giusta; c’è qualcosa o forse qualcuno o forse se stessa, che spinge la protagonista interpretata da Jessie Buckley a smettere di sorridere, smettere di dire sì a tutto, smettere di tener chiusa la bocca e doversi sfogare.

Jesse Plemons e Jessie Buckley
Jesse Plemons e Jessie Buckley

Il viaggio di ritorno dopo cena, poi, accentua ancora di più il disagio dello spettatore; la Buckley ricorda quella famosa ex ragazza che tanti di noi abbiamo avuto, lo scambio di battute con Jake riportano alla mente quelle ultime discussioni prima di lasciarsi, quel precario equilibrio di rispetto reciproco che permane negli istanti poco antecedenti al “dobbiamo parlare”. Digressioni filosofiche, cinematografiche – enorme analisi e citazione a Cassavetes – discussioni scientifiche, scambio di punti di vista e imminente litigata per colpa del testo di una canzone degli Anni ’30 – la conosciamo quella estenuante sensazione quasi senza senso, quel litigare per cosa poi?

L’auto guidata da Jake diventa una pentola a pressione pronta a scoppiare, la desolazione esterna delle lande innevate cristallizza ogni momento creando una tensione palpabile, grazie anche all’asfissiante e continuo dibattito, ai lancinanti silenzi, alla sceneggiatura stratificata e profonda.
Dapprima glaciale, fredda, poi cupa, notturna e tragica, la fotografia di Łukasz Żal è eccellente, appaga l’occhio dello spettatore e opta per il nostalgico formato 4:3.
D’altronde, con alle spalle perle come Ida, Cold War e Loving Vincent, non ci si poteva aspettare di meno.

Jessie Buckley, Jesse Plemons, Toni Collette e David Thewlis
Jessie Buckley, Jesse Plemons, Toni Collette e David Thewlis

I genitori

Calda, autunnale, familiare, per così dire natalizia, è invece la casa.
Accogliente, abbiamo detto, ma in realtà piuttosto inquietante, ambigua, tragicomica, onirica, abitata da genitori di mezza età strambi che all’occasione appaiono malati e anziani, sul letto di morte.
Il conturbante volto di Toni Collette e quello benevolo di David Thewlis, abitano le pareti della fattoria, siedono attorno ad una appetitosa tavola, servono del buon vino.
Eccellenti nei loro ruoli, sorridono, straparlano, indagano, giudicano la coppia, le loro risate diventano urla e poi respiri affannosi mentre deambulano confusi, mentre fissano il vuoto sul letto di morte.
Cindy o forse Louisa o forse Yvonne, “lei”, anche sembra cambiare, anche se solo d’abito.
Che i genitori di Jake siano l’esempio di ciò che potrebbero diventare loro stessi?
La vita matrimoniale, la monotonia, il probabile arrivo della malattia, l’onirica e interminabile notte schiaccia letteralmente la protagonista e schiaccia anche noi.

Come confondere ma non far perdere l’interesse

Facilissimo perdere il filo del racconto, il senso generale dell’intera opera.
Una, due, forse tre visioni possono dare un quadro d’insieme completo e soddisfacente.
Eppure, il labirinto di idee che Kaufman presenta non annoia mai, cattura lo spettatore e diventa man mano sempre più stratificato e coerente.
Sembra quasi di assistere ad una danza macabra fatta di parole che si muovono, di frasi che si scontrano, duellano fra loro. Dopo un gelato preso al volo in una piccola oasi quasi hopperiana, la danza diventa poi fisica.

Sto pensando di finirla qui recensione film
Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman

Kaufman arriva addirittura a toccare il musical, dedicando parte degli ultimi venti minuti del film ad una coreografia che ha il sapore del wendersiano Pina del 2011, con una coppia di ballerini classici che sul lucido pavimento del liceo che ha visto Jake crescere e diplomarsi, pulito da un inserviente più volte mostrato durante il film – non sveleremo altro – vestono i panni dei protagonisti ballando e creando linee nell’aria che lasciano di stucco.
Toccando poi, forse, addirittura l’espressionismo – si parla di makeup più che altro – il dramma musicale prosegue con un tragico e malinconico canto finale atto a concludere il cerchio e forse “spiegare” l’arcano susseguirsi di eventi al quale si è appena assistito.

Impossibile non chiedersi, a fine visione, se Sto pensando di finirla qui sia o meno un capolavoro. Poco importa, perché è probabilmente, senza troppi indugi, il miglior film di questo 2020. Riusciranno le prossime uscite, in sala e non, a superarlo?

Sintesi

L'ultimo gioiello di Charlie Kaufman, Sto pensando di finirla qui, è un piccolo, memorabile, ironico saggio sull'esistenza umana, sulla felicità, la morte, la speranza, la malattia, le relazioni amorose e l'autoriflessività. Un racconto onirico, tragico e malinconico esaltato dalla sceneggiatura stratificata e profonda di Kaufman e dalla nostalgica fotografia di Łukasz Żal.

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