Run

Run recensione film di Aneesh Chaganty con Sarah Paulson e Kiera Allen [Anteprima]

Run, film di Aneesh Chaganty con Sarah Paulson e Kiera Allen, è l'ennesimo thriller psicologico o ha qualcosa di nuovo da dire? Scopriamolo in questa recensione

Run recensione film scritto e diretto da Aneesh Chaganty con Sarah Paulson, Kiera Allen, Pat Healy, Erik Athavale e Sharon Bajer

Di thriller psicologici ne abbiamo visti molti. Non è di certo la prima volta che ci si trova dinanzi a un racconto con una presenza oscura (reale o fantasmatica che sia) che bracca uno o più personaggi, spesso debilitati a muoversi liberamente, così da far accrescere il divario tra chi detiene il potere e chi, invece, è succube di quest’ultimo. Difficile è, quindi, infondere nuova linfa vitale a un genere che vive di ritmi quasi inamovibili e di soluzioni ricorrenti; la cosa più sensata da fare, senza scadere nell’eccessivo virtuosismo, è quella di utilizzare tale base su una storia peculiare, con dinamiche rodate, ma anche “rinnovate”.
Questo è quanto prova a fare Run, film diretto da Aneesh Chaganty con protagoniste Sarah Paulson e Kiera Allen, e, in parte, riesce anche nel suo intento.

Già dai primi istanti capiamo che Run cerca di proporre una prospettiva diversa, non più quella del pericolo esterno (proveniente da qualcuno di sconosciuto o che si è conosciuto solo nel momento in cui la pellicola ha avuto inizio), bensì di uno interno, in quanto gli unici due personaggi che si susseguono per l’intero film (con l’eccezione di alcuni personaggi minori, ai quali è affidato veramente solo qualche minuto sullo schermo) sono una madre iperprotettiva (Diane, interpretata da Sarah Paulson) e sua figlia adolescente Chloe (Kiera Allen), quest’ultima affetta da una moltitudine di malattie croniche sin dalla nascita. Troviamo, quindi, una condizione familiare un po’ repressiva, ma non tale da far pensare a un possibile risvolto ansiogeno.

Sarah Paulson
Sarah Paulson in Run (Credits: Allen Fraser/Universal Pictures/Lucky Red)

Kiera Allen
Kiera Allen in Run (Credits: Allen Fraser/Universal Pictures/Lucky Red)

Dopotutto, quello che viene rappresentato è il più che noto mito americano dei figli che lasciano il nido familiare per immergersi nel mondo degli adulti, passando prima, ovviamente, per il famigerato college. Una preoccupazione, questa, che troviamo e ritroviamo in diversi prodotti audiovisivi d’oltreoceano, come se quel passo simboleggi un allontanamento radicale tale da scindere il nucleo familiare in modo irreparabile.

Risulta interessante, quindi, vedere come tale base, questa ansia per l’arrivo della maggiore età e della realizzazione universitaria, diventi la fonte per un thriller psicologico che cerca di confondere lo spettatore tra ciò che è reale e ciò che potrebbe essere solo l’immaginazione di una teenager alla disperata ricerca di un’avventura formativa in solitaria, senza l’ombra della madre a vegliare costantemente su di lei.

Seguendo il punto di vista della giovane (accentuato dal fatto che la camera si trova praticamente sempre alla sua altezza, più bassa rispetto gli sguardi degli altri interlocutori, in quanto è costretta su una sedia a rotelle), la sua casa, sperduta in una posizione non meglio specificata dello stato di Washington, diventa una vera e propria gabbia, con il mondo visto quasi unicamente attraverso i vetri delle finestre e con una mobilità limitata dovuta ai molteplici piani della casa, attraverso i quali si può spostare solo grazie all’utilizzo di un montascale elettronico. Di conseguenza, questa reclusione (ai limiti dell’immobilità), porta lo spettatore a sentirsi anch’egli recluso e marcatamente impotente, oltre a essere spaesato quanto la protagonista, alla ricerca di una verità fumosa, che spesso depista, ma che comunque la regia sottolinea più volte, non lasciando spazio all’indecisione, quanto ai dettagli che servono per rimettere insieme i pezzi della narrazione.

Kiera Allen
Kiera Allen in Run (Credits: Allen Fraser/Universal Pictures/Lucky Red)

Kiera Allen
Kiera Allen in Run (Credits: Allen Fraser/Universal Pictures/Lucky Red)

Infatti, la regia pulita e meditata di Aneesh Chaganty non cerca di nascondere il possibile risvolto inquietante degli eventi, tanto che verso la metà del film è abbastanza evidente quale sia la vera causa di questa tensione familiare. Tuttavia, forse e proprio questa poca enfasi nel nascondere la verità allo spettatore (cosa che tentano di fare molte narrazioni di questo tipo, con risultati molto spesso meno che sufficienti) a tenere l’interesse sempre su un buon livello, dato che (come abbiamo detto), capiamo quale sia il problema, ma mancano ancora diversi dettagli per completare il quadro finale.

A controbilanciare un’intuizione riuscita (come spesso accade in queste produzioni che strizzano l’occhio a un pubblico che racchiude praticamente ogni fascia d’età, dai tredici anni in su) troviamo le solite cadute in cliché abbastanza debordanti, che cercano di spaventare lo spettatore o di strappargli una risata, ma che ottengono solo di distogliere l’attenzione dalla narrazione e azzerare il complesso livello di tensione raggiunto (che è già difficile da creare in un film di questo genere, con fin troppi precedenti alle spalle per riuscire a stupire solo per la sua natura). Certo, non sono molti, anzi, sono meno di quanti se ne potessero aspettare, però quelli presenti bastano per minare una narrazione altrimenti accattivante.

Sintesi

Run ha il merito di aver cercato di non stravolgere il genere del thriller psicologico, quanto, piuttosto, di esaltare alcuni suoi aspetti attraverso una veste che non è usuale vedere su schermo. Per la gran parte ci riesce, grazie anche a una regia che esalta determinati aspetti rilevanti della narrazione in modo mai eccessivamente virtuosistico, accompagnata da una fotografia e un montaggio puliti e poco invadenti, funzionali alla narrazione più che alle necessità artistiche dei loro autori. Certo, non manca qualche caduta di stile, ma, in generale, è un prodotto ben confezionato, evidentemente votato all'intrattenimento più che all'autorialità; allo strenuo servizio del pubblico di massa.

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