Dune

Dune recensione film di Denis Villeneuve con Timothée Chalamet e Rebecca Ferguson

Dune recensione film di Denis Villeneuve con Timothée ChalametRebecca Ferguson, Oscar Isaac, Zendaya, Josh Brolin, Javier Bardem e Stellan Skarsgård

Dune: variazioni autoriali nella trasposizione del romanzo di Frank Herbert

Archiviata la 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove è stato presentato fuori Concorso, Dune arriva finalmente anche nelle sale, portandosi dietro il carico di una responsabilità non da poco: chiamare a raccolta il grande pubblico, che ancora sembra essere disorientato dalla ripresa. Del film ha già scritto il nostro Gianlorenzo nella sua notevole recensione pubblicata in concomitanza con la Mostra. È interessante però analizzare in profondità la genesi di un’opera che ha vissuto, direttamente o indirettamente, di tutto quello che l’ha preceduta, dalla pubblicazione del romanzo di Frank Herbert nel 1965 alla versione di Denis Villeneuve.

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Da molti considerato “La Bibbia della fantascienza”, Dune ha avuto un’influenza inevitabile su tutta una generazione di appassionati del filone che ha visto nella creazione di questo Universo un punto di riferimento assoluto. L’ambientazione sul pianeta desertico Arrakis, gli intrighi di potere, l’avvenirismo apocalittico, l’eco di un messia chiamato a riportare la pace sono infatti tematiche che hanno sedimentato nella mente e nel cuore dei lettori. Un materiale molto denso che non poteva lasciare indifferente “la macchina dei sogni”. Il primo a tentarci è stato uno dei più grandi anarchici della storia della settima arte, Alejandro Jodorowsky (sul tema è uscito in questi giorni nelle sale il documentario Jodorowsky’s Dune). Il progetto, naufragato per la riluttanza di chi avrebbe dovuto produrlo, era tanto ambizioso quanto folle: accostare alle linee narrative del romanzo di Herbert una serie di suggestioni visive e psichedeliche, servendosi di una colonna sonora progressive e di nomi di primo piano sia per la realizzazione dello storyboard (H.R. Giger, Douglas Trumbull e Dan O’Bannon), sia per il casting (Salvador Dalí, Orson Welles, Mick Jagger e Amanda Lear, solo per citarne alcuni).

Dune recensione film di Denis Villeneuve con Timothée Chalamet a Venezia 78
Dune di Denis Villeneuve con Timothée Chalamet, Zendaya, Oscar Isaac, Rebecca Ferguson alla Mostra del Cinema di Venezia 78 (Credits: Warner Bros.)

Zendaya e Timothée Chalamet
Zendaya e Timothée Chalamet (Credits: Warner Bros.)

Con i diritti passati nel 1976 a Dino De Laurentiis, il nuovo tentativo di portare sugli schermi Dune toccò inizialmente a un giovanissimo Ridley Scott, al quale subentrò nella prima metà degli anni ’80 David Lynch, che scrisse la sceneggiatura insieme allo stesso Herbert. Due mondi visionari che si incontrano possono creare una deflagrazione, soprattutto quando non viene lasciata la completa libertà a un autore. Il Dune di Lynch è un film imperfetto, mutilato, che non esprime completamente il talento del suo regista, nonostante alcuni momenti di visionarietà. Sia chiaro, siamo ben lontani da quel fallimento con cui molta critica ha voluto etichettare l’adattamento e ancora oggi, a distanza di quasi 40 anni, alcune intuizioni mantengono la stessa forza. David Lynch si trovò in difficoltà nel condensare in unico film un intero immaginario e, di conseguenza, operò delle cesure narrative che influirono sulla comprensione di insieme del suo adattamento (specialmente nella parte finale). La scelta di costruire un Universo barocco, invece, ha il suo fascino e rappresenta forse un precorrere i tempi rispetto a quel particolare periodo storico. In seguito all’insuccesso di pubblico, il Dune di Lynch fu riproposto in una special edition di 190 minuti, disconosciuta dal regista e uscita a firma Alan Smithee, e in una extended cut di 177 minuti.

L’adattamento di Denis Villeneuve arriva quindi con tante aspettative e molti timori. A suo modo, con le dovute proporzioni, Dune sta alla fantascienza come il Don Chisciotte sta al genere cavalleresco. Due romanzi “maledetti” che hanno incontrato l’interesse di importanti autori ma hanno sempre portato a progetti cinematografici in un qualche modo fallimentari. Dopo essersi cimentato prima con Arrival (2016) e poi con il ben più ambizioso Blade Runner 2049 (2107), il regista canadese ha alzato il tiro, provando a sfidare il “mito”. Certo, non era semplice dare un sequel a una pietra miliare del cinema di fantascienza, ma è ancora più temerario confrontarsi con l’adattamento di un’opera monstre che ha già messo in crisi un fuoriclasse della regia. A una prima visione, e per un film come questo ne servono altre, Denis Villeneuve lavora in maniera diversa rispetto a Lynch, innanzitutto scegliendo deliberatamente di assecondare lo sviluppo temporale del romanzo. Il suo Dune si apre esplicitamente come prima parte di un dittico che potrebbe anche rimanere incompleto (speriamo che, come spesso succede, il mercato non abbia la meglio sull’arte). Ovviamente questo influisce sulla comprensione della trama: il suo adattamento è molto più chiaro, lineare, riempie quei buchi narrativi che nell’opera di Lynch generavano straniamento. Villeneuve si prende più tempo per non perdersi nessuna sfumatura del romanzo, per un tipo di narrazione che sembra più guardare alla serialità.

Rebecca Ferguson e Oscar Isaac
Rebecca Ferguson e Oscar Isaac (Credits: Warner Bros.)

Dune recensione film di Denis Villeneuve con Timothée Chalamet e Rebecca Ferguson
Josh Brolin e Oscar Isaac (Credits: Warner Bros.)

Sotto l’aspetto visivo, l’impronta del regista canadese è più cupa e, allo stesso tempo, più umanista. Siamo lontani dal barocchismo, a volte anche un po’ kitsch, dell’Universo disegnato da Lynch. In questo è evidente la lezione di Blade Runner 2049, ovvero quel riprendere un mondo distopico solo apparentemente proiettato nel futuro, ma al contrario con numerose assonanze a quello che potrebbe succedere anche più repentinamente alla nostra realtà. Villeneuve si serve soprattutto dei colori più scuri, freddi, creando un controcanto con un ambiente desertico come quello di Arrakis. È interessante analizzare questa differenza nel rappresentare lo stesso Universo. Se Lynch è un autore che tende a piegare la materia al suo cosmo interiore, Villeneuve invece ha una capacità di adattamento che lo porta ad aprirsi a generi, stili e visioni altre. Per questo il suo Dune riesce ad essere allo stesso tempo una buona trasposizione del romanzo e un ulteriore passo in avanti nella sua carriera di (grande) regista.

Ci sarebbe molto da dire anche sui personaggi, sulle scelte del cast, sulla creazione dei legami familiari. L’adattamento di Villeneuve risente inevitabilmente dei cambiamenti sociali, delle nuove tendenze e, perché no, anche di un diverso star system. Timothée Chalamet sembra perfetto per il tipo di ruolo che gli viene costruito intorno. Paul Atreides è più vulnerabile, dubbioso, sofferente per la sua condizione di “eletto” rispetto al personaggio interpretato nella versione di Lynch da Kyle MacLachlan. Lady Jessica concede più sfumature a Rebecca Ferguson, così come Chani Kynes viene introdotta con un afflato epico che delinea un ruolo di assoluto primo piano in termini narrativi (e che verrà sicuramente sviluppato, si spera, nella seconda parte). Per il resto, tornano quegli elementi che erano già intravisibili nel film di Lynch, declinati in una chiave più “action” e oscura.

In conclusione, sorprende come Denis Villeneuve sia in grado di plasmare, plasmandosi, universi narrativi in cui la componente umana diventa preminente. Tra le pieghe del genere emergono conflitti che hanno molto a che fare con la realtà di tutti i giorni. E dietro la coltre della spettacolarità fine a se stessa, emerge un cuore pulsante che muove lo spettatore al coinvolgimento emotivo. Un film ambizioso, forse anche troppo maestoso, ma che riesce a comunicare la grandeur di un romanzo senza tempo.

Sintesi

Denis Villeneuve sorprende con la sua capacità di plasmare universi narrativi in cui la componente umana diventa preminente: dietro la coltre della spettacolarità fine a se stessa, in Dune emerge un cuore pulsante che muove lo spettatore al coinvolgimento emotivo. Un film ambizioso, forse anche troppo maestoso, ma che riesce a comunicare la grandeur di un romanzo senza tempo.

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