Dune

Dune recensione film di Denis Villeneuve con Timothée Chalamet e Zendaya [Venezia 78]

Dune recensione film di Denis Villeneuve con Timothée Chalamet, Zendaya, Oscar Isaac, Rebecca Ferguson, Josh Brolin, Stellan Skarsgård e Javier Bardem

Dune e l’attualità messianica di Denis Villeneuve

Dune, il leggendario romanzo di Frank Herbert del 1964, è ispiratore di molta più sci-fi di quanto il pubblico non possa pensare: come esempio, anche Lucas per Star Wars aveva in mente lui.

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Ma l’epicità del romanzo, la grandeur delle sue geografie, l’impossibile spazialità dei suoi pianeti e l’oscurità dei suoi personaggi nel corso del tempo hanno fatto sì che fosse più semplice ispirarsi a Dune che riprodurlo: David Lynch – non proprio l’ultimo arrivato – ci ha provato ed ha fallito, mentre Alejandro Jodorowsky non ci ha provato ma ci era – forse – riuscito (cast artistico con Moebius, i Pink Floyd e Salvador Dalì).

Il fatto è che Dune (sette romanzi che formano una unica parte centrale, arricchita poi dai suoi eredi con romanzi apocrifi ambientati prima e dopo) è forse irriproducibile in un altro medium, prima di tutto per la sua struttura letteraria, un intreccio indissolubile di monologhi e dialoghi, con scambi di battute inestricabilmente intercalati da flussi di pensieri, dando quindi una meta lettura immediata del testo.

Timothée Chalamet e Rebecca Ferguson
Timothée Chalamet e Rebecca Ferguson (Credits: Warner Bros.)

C’è poi l’aspetto puramente narrativo e artistico, ovvero un libro che probabilmente è il primo esempio di fantascienza ecologica che mette in correlazione attività umana, ambiente e cultura, preconizzando un ecosistema vero e proprio con l’uomo che modifica l’ambiente e l’ambiente che condiziona l’uomo. Il quid pluris di Dune però è un terzo elemento, ovvero l’Imperatore-dio, un superuomo capace di trascendere i propri limiti manovrando le due variabili sotto di lui, ovvero uomo e ambiente. Una vertigine emotiva che si conclude con il dispiegarsi definitivo del piano-progetto, con l’ascesa dell’Imperatore-Dio e l’immissione del concetto di individuo.

Da qui alle convulsioni sociali e culturali sull’escatologia messianica il passo non è breve, ma di meno: per questo, Dune ha uno spettro di significati così ampio da far tremare i polsi.

Probabilmente, Denis Villeneuve era l’uomo giusto con il racconto giusto.

Zendaya e Timothée Chalamet
Zendaya e Timothée Chalamet (Credits: Warner Bros.)

Regista atipico, relativamente nuovo, classico nella costruzione ma postmoderno (per il suo concetto di crossover funzionale e artistico) nella concezione teorica, ha saputo costruirsi, con il tempo, una credibilità dovuta ad un mondo poetico saldo e ben definito: senza dire che non disdegna l’aspetto divistico del cinema, ovvero la sua spettacolarizzazione.

Enemy, Prisoners, Blade Runner 2049, non sono altro che l’inevitabile prefazione a Dune, quello che ad oggi è forse il suo progetto più compiuto insieme ad Arrival (con il quale ha ovviamente diversi aspetti in comune): un film enorme, bigger than life, maestoso, con un incedere elegante e un’immanenza spaventosa e gigantesca che rimanda a concetti astratti e a divinità ultraterrene, terribili e innominabili.

Tutto senza dimenticare il fattore umano, che è poi il motore immobile della storia: nessun personaggio rimane isolato, tutti sono collegati tra di loro e tutti sono collegati alla storia, in un ordito così fitto e così vasto da perderci la vista.

È evidente, nella lettura di Villeneuve, la sua volontà di restare fedele all’impianto culturale originario: la storia ruota infatti intorno all’idea di un Messia lungamente atteso, che però porta dentro di sé un’umanità non completamente matura zavorrata da scopi personali legati a dinamiche politiche, dinastiche e sociali.

Dune recensione film di Denis Villeneuve con Timothée Chalamet a Venezia 78
Josh Brolin e Timothée Chalamet (Credits: Warner Bros.)

È così che la storia di Paul Atreides (Timothèe Chamalet) ricalca quella di Lawrence d’Arabia: uno straniero in terra straniera, che alimenta, anzi manipola le credenze religiose per le sue mire, mentre la sua natura di uomo di confine tra mondi gli farà smarrire la sua identità.

Dune mostra un’idea precisa sulla manipolazione del potere, sulle dinamiche dei movimenti di massa, sulla ricerca dell’identità attraverso la crescita spirituale, e di come tutti questi argomenti siano strettamente interconnessi tra di loro come anche profondamente, tragicamente attuali.

Paul è il Muad’dib, un Messia che ha dei riferimenti ben precisi non nella religione ebraica o cristiana, bensì islamica. Paul porterà il suo popolo alla vittoria non tramite la pace o l’insegnamento, ma tramite lo jihad. E il gioco di rimandi e sottotesti non finisce qui, perché i Fremen del deserto del film non possono non portare alla mente i popoli arabi che alla fine degli anni ’60 si battevano contro le multinazionali petrolifere per il controllo e lo sfruttamento dei giacimenti. Il fanatismo, la religiosità e appunto l’attesa palingenetica dei Fremen sono caratteri della cultura islamica, nel momento in cui la crescita del fondamentalismo religioso è diventata un problema centrale nelle dinamiche della globalizzazione.

Dune recensione film di Denis Villeneuve con Timothée Chalamet a Venezia 78
Dune di Denis Villeneuve alla Mostra del Cinema di Venezia 78 (Credits: Warner Bros.)

In questo modo, Dune diviene un’inquietante metafora dell’attuale fortissima fibrillazione delle masse islamiche, attraversate da un profondo risentimento che sta generando fenomeni tali da incidere prepotentemente sul senso della nostra contemporaneità, così sensibile per quanto riguarda il tema della propria identità più profonda.

Non è insolita allora la scelta di rendere il film solo la prima parte dell’intera storia del primo libro: più criticabile forse l’aver portato a 155 minuti la durata, con un epilogo fin troppo diluito e un sottofinale che si slabbra fino a diventare pleonastico.

Ma il Dune di Villeneuve resta un’opera immaginifica, densa, piena di suggestioni visive e sequenze perfette, impregnata di un’oscurità densa ed enigmatica mentre fa scorrere sottocutanee delle correnti filosofiche, creando un cortocircuito di senso magnetico e affascinante quanto inquietante.

E mentre si paga il debito con le intuizioni visive di Lynch, si aspetta frementi l’arrivo dei vermi delle sabbie.

Sintesi

Denis Villeneuve resta fedele all’impianto culturale originario del ciclo di romanzi di Frank Herbert realizzando un’opera immaginifica, coesa, piena di suggestioni visive e sequenze perfette, impregnata di un’oscurità densa ed enigmatica mentre fa scorrere sottocutanee delle correnti filosofiche, creando un cortocircuito di senso magnetico e affascinante quanto inquietante.

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