Venezia 76 documentari: Fulci For Fake, Life as a B-Movie: Piero Vivarelli e Boia, maschere e segreti

Venezia 76 documentari: recensioni di Fulci For Fake di Simone Scafidi, Life as a B-Movie: Piero Vivarelli di Fabrizio Laurenti e Niccolò Vivarelli e Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta di Steve Della Casa

All’interno della sezione Venezia Classici – Non Fiction, durante Venezia 76, hanno fatto bella mostra di sé tre interessanti documentari, legati dalla voglia di (ri)scoprire autori e film di un passato cinematografico troppo facilmente dimenticato dalle luci dei riflettori, ma che potrebbe aiutare o quantomeno suggerire a capire molte cose del cinema e del mercato di oggi.

Fulci For Fake
Fulci For Fake di Simone Scafidi celebra Lucio Fulci

Partendo da Fulci For Fake, di Simone Scafidi, non si può negare che i contributi del doc siano i più interessanti del terzetto: e non tanto per la preziosità o meno dei filmati contenuti, quanto per la ricostruzione che si fa dell’uomo Lucio Fulci. Regista quasi emarginato in vita, scomparso a metà degli anni Novanta, Fulci non è stato soltanto rivalutato, ma è assurto a vero e proprio fenomeno, un cult addirittura venerato all’estero. Fulci diresse ben 53 film: si autodefinì “il terrorista dei generi”, per la sua attitudine a cavalcare i generi contaminandoli senza tener conto di steccati o confini, ma la cosa più interessante è che nonostante la sua carriera iniziò nel 1959 e finì nel 1991, sono solo una manciata di film ad essere al centro della rivalutazione critica, e più precisamente quelli dell’orrore.

Fulci For Fake
Fulci For Fake di Simone Scafidi celebra Lucio Fulci

E sta proprio qua il merito grandissimo dell’opera di Scafidi: attraverso la (a tratti straziante) testimonianza di una delle due figlie, Camilla, Fulci For Fake scava nel privato restituendo l’immagine di un uomo inquieto e profondamente segnato dalla vita. Il suicidio della prima moglie, l’incidente e poi la malattia della prima figlia, l’arresto (misteriosamente assente dalla cronaca): sono eventi che, attraverso le parole di Camilla ma anche di tanti altri che hanno conosciuto e voluto bene all’uomo, mettono in evidenza come l’orrore che scaturiva dalle sue pellicole fosse una sorta di valvola di sfogo per un’esistenza dolorosa, questo senza però dimenticare l’eccezionale vitalità artistica e creativa.

Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta
Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta di Steve Della Casa

Nonostante però Fulci For Fake sia una preziosa testimonianza umana prima che cinematografica, mostrando anche come vita e arte a volte si influenzino a vicenda in un groviglio inestricabile, il film non è esente da difetti: e se alcuni sono imputabili alla supponenza di alcune affermazioni fatte da alcuni critici intervistati, quello che rende a tratti Fulci For Fake fastidioso è la presenza di Nicola Nocella. Nell’estremo tentativo di giocare con la sintassi del documentario, variandone le modalità espressive, Scafidi affida al pur bravo attore il ruolo di un attore che deve interpretare Fulci in un (finto, ovviamente) film e che deve quindi documentarsi sul regista. Quel che ne esce fuori è un ruolo posticcio, una recitazione telefonata, insert che suonano falsi e diminuiscono notevolmente l’impatto emotivo che altrimenti il film avrebbe avuto.

Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta
Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta

Sempre horror, questa volta come termometro sociale e culturale: Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta è il titolo del lungo che Steve Della Casa ha girato per omaggiare e in parte spiegare il cinema dell’orrore degli anni ’60 e ’70 in Italia. Ora, si sa che quel cinema, quei film, quegli autori (Mario Bava, Antonio Margheriti, Dario Argento, Riccardo Freda) hanno influenzato in maniera massiccia tutto il cinema d’autore da lì in poi, in Italia e nel mondo; così come si sa che il cinema dell’orrore è da sempre lo specchio fedele del cambiamenti sociali dell’epoca che lo genera, molto più e molto meglio di altri generi.

Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta
Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta

Ma anche sorvolando sul fatto che tutto Boia, maschere e segreti risulti quindi un divertissement che mette in chiaro ciò che è noto, sembra quantomeno bizzarro che Della Casa, critico onnivoro ed enciclopedico nonché coltissimo, abbia scelto di presentare clip da soli cinque-sei film, in rotazione: il panorama dell’epoca era molto più vasto, e per dare forza al suo assunto di partenza era forse necessario fare qualche esempio in più, intervistando anche qualche autore in più (figurano solo due critici francesi, Dario Argento e Pupi Avati). Ma tant’è.

Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta
Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta

E finiamo con Life as a B-Movie, il più riuscito dei tre pur se quello dedicato al personaggio meno famoso: Piero Vivarelli è l’autore di 24.000 baci, ma anche selezionatore di alcuni Festival di Sanremo e soprattutto regista dei celebri musicarelli con Celentano, Mina e compagnia cantando.

Life as a B-Movie: Piero Vivarelli
Life as a B-Movie: Piero Vivarelli di Fabrizio Laurenti e Niccolò Vivarelli

Vivarelli era un vulcano di idee: femminiere appassionato, girovagò per l’ambiente culturale dagli anni ’50 in poi innovando e aprendo soprattutto le finestre ai venti di cambiamento che soffiavano nel dopoguerra, svecchiando l’ambiente musicale. Con una manciata di film cavalcò l’onda del cinema sexy Seventies, e regalò a Totò una delle sue interpretazioni più malinconiche e moderne, in Rita, la figlia americana.

Ma la cosa che importa di più, alla fine, è quello che Life as a B-Movie dice sottovoce, e che lega inconsapevolmente questo con i due film di sopra.

Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta
Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta di Steve Della Casa

Se ancora oggi ci ritroviamo a parlare di Rita, la figlia americana o de Il dio serpente di Vivarelli; o de Un gatto nel cervello o di …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà di Fulci; o ancora di Un angelo per Satana di Camillo Mastrocinque o Sei donne per l’assassino di Mario Bava: e difficilmente invece tra vent’anni si parlerà di tanti prodotti cinematografici attuali pur di successo – bè, un motivo c’è. Il cinema italiano che ha vissuto, prosperato e creato dei modelli ineguagliabili dal dopoguerra in poi era fatto anche di film leggeri, musicarelli, horror improponibili o thriller esotici fin troppo pieni di nudità.

Ma i registi che c’erano dietro (e parliamo di Lucio Fulci, Piero Vivarelli e altri) erano coltissimi, artigiani che provenivano da un mondo che amavano e che avevano vissuto da sempre, autori che pur non confrontandosi con temi alti riuscivano a ritrarre quelli bassi sempre con sapienza, intelligenza, mostrando inconsapevolmente o meno che dietro al cinema, quello che resiste ed esiste, c’è lavoro, professione e tanto amore. Che il cinema è un’industria, o almeno dovrebbe esserlo, ma va anche accudito con cura, e che una macchina da presa non è un oggetto per fare un film ma uno strumento magica che filtra la realtà difronte alla quale noi la poniamo.

Gianlorenzo

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