Logan – The Wolverine: trama e spiegazione tra fumetti Marvel e film di James Mangold [Multiverse of MadMass]

Logan – The Wolverine: trama e spiegazione tra fumetti Marvel, saga cinematografica degli X-Men e film di James Mangold nella rubrica Multiverse of MadMass

Se Spider-Man e Hulk possono essere considerati i personaggi simbolo della Marvel Comics, conosciuta non a caso come la Casa delle Idee, quando invece occorre presentare un character che ne incarni la filosofia, tramutato ormai in vera e propria icona non solo della Marvel ma pop tout-court, non si può non pensare a Wolverine, unico eroe Marvel ad aver fatto parte di tutti e tre i gruppi principali della casa editrice (X-Men, Fantastici Quattro, Avengers).

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Nato negli anni Settanta che già sembrava modernissimo, l’eroe che prende il nome dal mustelide ghiottone nasce come veloce comprimario sulle pagine di Hulk nel 1974 (The Incredible Hulk, #180) dalla fervida immaginazione di Len Wein, che visto il suo straordinario successo pochi mesi dopo lo ripropone come protagonista sul rilancio di X-Men a lui affidato.

The Incredible Hulk
The Incredible Hulk

Nelle abili mani di Chris Claremont, all’interno di Uncanny X-Men, Wolverine acquista una tridimensionalità inusitata per un personaggio a fumetti: la sua personalità è modellata non sul tipico e abusato eroe senza macchia e senza paura, ma anzi delineato da più ombre che luci, una sorte di anti-eroe ante litteram, che non si poneva il problema morale dell’omicidio e che nascondeva dietro i suoi modi bruschi un dolore profondo. Non solo: la sua vita è un mistero pieno di colpi di scena, la sua esistenza un cambiamento dietro l’altro. Insomma, puro distillato di Marvel Style.

Al cinema Wolverine ha avuto una vita piuttosto travagliata: attesissimo, presentato con le fattezze dell’attore Hugh Jackman nel bellissimo X-Men di Brian Singer, il film che nel 2000 aprì di fatto la stagione (e inaugurò il genere!) dei cinecomics, è stato protagonista di due film a solo, X-Men le origini: Wolverine (X-Men Origins: Wolverine, 2009) con la regia di Gavin Hood e Wolverine – L’immortale (The Wolverine, 2013) di James Mangold, non proprio riusciti nonostante il crescente successo del suo interprete (che incarnò perfettamente il personaggio), prima di essere protagonista assoluto nel capolavoro sempre di Mangold, Logan – The Wolverine (Logan, 2017).

Solo Wolverine – L’immortale è stato però in qualche modo ispirato da un lavoro a fumetti, dove invece l’artigliato canadese ha avuto un successo stratosferico che ancora oggi non accenna a fermarsi.

Wolverine - L'immortale
Wolverine – L’immortale

Quello che fa non è piacevole

La prima miniserie a solo di Wolverine risale al 1982, quando sotto pressione della Marvel ad X-Chris (all’epoca deus ex machina del parco mutante con una gestione di grandissimo successo) fu chiesto di creare un’altra serie. Nelle dinamiche del gruppo, su Uncanny, Wolverine era più che altro il bad guy del gruppo, una sorta di contraltare al buon samaritano Scott Summers aka Ciclope: un personaggio già così, anche abbozzato, ma fuori dagli schemi, per mostrare che gli X-Men erano realmente un gruppo differente – la tagline della testata, d’altronde, recitava all new, all different – contando tra le loro fila personaggi di tutte le etnie e fisionomie caratteriali.

Ma è proprio con la mini di 4 numeri Wolverine (Marvel Omnibus Wolverine di Claremont, ed. Panini), scritta da Claremont e disegnata da Frank Miller, che il character assunse connotati più precisi, e nella primissima pagina pronuncia la frase diventata quasi proverbiale:

I’m Wolverine, I’m the best there is at what I do. But what I do isn’t very nice”.

Wolverine
Wolverine

Trasformandosi, anzi, confermandosi come un vero e proprio anti-eroe, come si diceva sopra: brutto, sporco e cattivo, con una morale che realisticamente si staccava dal prototipo del supereroe e diventava più aderente ad una realtà che andava via via modificandosi così come anche il Comics Code Authority.

Un personaggio realistico, che lottava contro villain che non erano più mostri mascherati ma criminali yakuza, boss del crimine e malfattori: stessa ambientazione che si ritroverà nella seconda miniserie ad opera di Claremont e John Buscema che con i suoi 4 numeri inaugura la testata antologica Marvel Comics Presents, che ospiterà per molto tempo storie sui mutanti e spesso e volentieri proprio su Wolvie; come anche nella prima serie regolare dedicata al mutante artigliato, che presenta nei primi numeri i testi sempre di Claremont e i disegni di un sempre ispiratissimo Buscema.

Wolverine
Wolverine

Per il pubblico è uno shock: in quelle pagine, il protagonista sfodera gli artigli e fa del male senza problemi, il sangue sgorga anche se non si vede, ma soprattutto (il segreto, o uno dei segreti, del successo) grazie all’indole del solito Chris il passato dell’uomo è una fitta coltre di mistero, le sue origini sono un enigma così come il suo vero nome: solo in Uncanny #139, ben sei anni dopo il suo debutto, in uno scambio di battute con Nightcrawler i lettori vengono a sapere che l’alter ego di Wolverine si chiama Logan ma niente più.

Per il vero vero nome, e per far luce sul suo passato, sarebbe dovuta passare un bel po’ di acqua sotto i ponti.

Uncanny X-Men #139
Uncanny X-Men #139

Dopo Claremont, che scrisse solo i primi 10 numeri della regular gettando però le basi per tutto l’universo wolverinico, arrivarono prima un Peter David (con L’affare Gehenna Stone) alle prime armi, poi Mary Joe Duffy, e solo nel dicembre del 1990 con il #31, l’autore che forse insieme a Claremont è stato il migliore e più fecondo, contribuendo non poco ad approfondire il personaggio dandogli credibilità psicologica, ma anche un vero e proprio mood ineguagliato e originale, Larry Hama.

Hama prende confidenza con il personaggio pian piano e lo mette gradualmente al centro di trame e sottotrame con lo stile ormai classico di Claremont, ma dando un tocco di originalità in più: mentre si viene a sapere che i ricordi di Logan sono, per la maggior parte, impianti innestati artificialmente, la serie assume un tono onirico particolarmente inquietante e affascinante.

Wolverine
Wolverine

Ai disegni lo affianca prima Marc Silvestri, che ne delinea l’aspetto grafico inventando diversi scenari e personaggi, ma è con Marc Texeira alle matite che la testata prende il turbo: la vita privata dell’eroe diventa un vero e proprio dramma furioso e vertiginoso costellato da personaggi comprimari che arricchiscono la storia triangolando i rapporti interpersonali del protagonista, che sempre maggiormente acquista fascino e conquista i lettori.

Passaggi visionari e onirici mentre al centro di tutto Wolverine lotta contro la sua natura violenta che in qualunque momento può prendere il sopravvento: questo dramma intimo e privatissimo viene messo al centro di tutto, e tutte le battaglie che Logan intraprende sono battaglie prima interiori e poi esterne. La stessa nemesi storica, Sabretooth, viene utilizzata per scandagliarne di più i recessi bui e oscuri, e in tutto questo il passato del canadese da misterioso diventa misteriosissimo, nessuna risposta viene data ma con l’appiglio narrativo degli impianti che si viene a sapere innestati dal nebuloso progetto Arma X (progetto che ha rivestito le ossa di Logan di adamantio) altre domande si aggiungono a quelle già numerose che si pone il pubblico sempre più invischiato nelle trame ordite dagli autori.

In questo senso, è proprio del 1991 una miniserie fondamentale non solo per il personaggio ma per l’intero mondo fumettistico mainstream: il capolavoro Weapon X di Barry Windsor-Smith.

Risposte senza risposte: arriva Arma X

Oggi il mondo del fumetto è profondamente cambiato, e con lui anche le tecniche narrative e gli schemi usati dagli autori: fa sorridere quindi pensare che negli anni ’80 potesse esistere un personaggio famoso e richiesto come il nostro su cui ancora non una parola era stata detta riguardo alle sue origini.

Era precisa volontà di Claremont mantenere infatti il più stretto riserbo, e a lungo andare e anche con il senno del poi la strategia funzionò come forse mai prima e mai dopo: addirittura va detto che i piani per la storia del personaggio (passata e futura) erano molto diversi da quello che poi fu rivelato.

Arma X
Arma X

Certo è che quando nel 1991 venne annunciata sull’antologico MCP una storia scritta e disegnata dal bravissimo Windsor-Smith che avrebbe alzato il velo su uno dei misteri meglio custoditi del mondo della letteratura disegnata, il clamore fu enorme. Weapon X (questo il titolo dei dodici episodi di appena undici pagine ciascuno) fu infatti un successo annunciato e ad oggi rimane una delle pubblicazioni più celebrate della Marvel; e anche se la qualità non venne subito percepita come tale (come spesso succede con i grandi capolavori), Weapon X rappresentò un vero e proprio punto per la storia di Logan.

E non tanto per le rivelazioni: Weapon X va letta innanzitutto di filata, e probabilmente il suo non essere subito apprezzata deriva dal fatto che le appena 10 pagine di ogni episodio mensile non resero giustizia al respiro di questa grande opera.

Dal punto di vista strettamente narrativo, quello che Windsor Smith svela è ben poco, se non che il progetto Arma X (che anni dopo, nella sua acclamatissima gestione mutante, rivelerà stare per arma dieci) implementò con adamantio lo scheletro di un uomo la cui natura mutante, grazie al fattore rigenerante, poteva sopportare tale operazione. Operazione che venne eseguita ovviamente senza il consenso di Logan, e che quindi diede il via ad una serie di atroci torture, fisiche e psicologiche.

Arma X
Arma X

Weapon X è un’opera grandiosa, dai tratti violenti e dalla perturbante componente drammatica: nel raccontare il calvario del protagonista, intelligentemente l’autore suggerisce senza mai stabilire chiaramente se ciò che viene mostrato sia vero o il frutto di un sogno (o di un incubo), impregnando le pagine di una fortissima componente onirica e giocando con le percezioni del lettore, fissando in maniera indelebile e visivamente straordinaria lo stato confusionale dentro la mente del mutante.

Lo stile “nudo e  crudo” di questo racconto, che nonostante confonda i piani narrativi ha un incedere elegantissimo, pragmatico e diretto, fa si che il passare degli anni non scalfisca minimamente la sua bellezza o potenza: le (tante) didascalie usate, inoltre, non solo non appesantiscono il racconto, ma amplificano la sensazione di estraneità con l’esterno che il povero Logan prova durante l’esperimento.

Il resto lo fa il tratto longilineo, dettagliato e sporco di Windsor-Smith, che fissa su carta una delle interpretazioni più convincenti e meglio riuscite di Wolverine: la cura maniacale per ogni vignetta si fonde alla perfezione, incredibilmente, con gli esperimenti e gli azzardi delle composizioni. La forza del disegno risiede nella cadenza frammentata del ritmo narrativo restituita dal fitto tratteggio: disseminati tra le pagine, indizi e didascalie formano un unico grande puzzle che solo visto nella sua interezza mostra la sua grandezza.

Weapon X restituisce per gli anni a venire il nucleo fondante del personaggio: il dolore. Wolverine e Logan sono due personalità scisse nell’insieme dello stesso corpo. Wolverine è l’animale, Logan l’uomo.
Logan viene svuotato dalla sua umanità, e rimane solo Wolverine con la sua necessità di vendetta che esorcizza il suo dolore infliggendo altro dolore. Alla ricerca continua dell’umanità perduta e sepolta nel buio infinito della sua psiche distrutta.

Arma X
Arma X

Per concludere: i piani di Claremont a cui si accennava sopra circa il passato del personaggio erano decisamente diversi da quanto poi messo su carta.

Tra il 1989 e il 1991 ci furono diverse discussioni sulle vere origini da raccontare: Chris aveva previsto che l’adamantio sulle ossa fosse stato impiantato da Apocalisse, cosa suggerita sulle pagine di Uncanny dal geniale scrittore londinese nel momento dell’incontro tra il canadese e Warren Worthington III trasformato in Arcangelo (pelle blu e ali di metallo), e infatti Wolverine ha come una sensazione di familiarità nel vedere il cambiamento del compagno di squadra. Windsor-Smith scrisse quindi un racconto senza dire più di tanto sui veri mandanti dell’esperimento proprio per creare l’antefatto necessario alla rivelazione vera e propria, anzi usando la cosa come pretesto per raccontare la sua storia secondo la sua sensibilità d’artista.

Ma ormai si sa, Claremont sul finire degli anni ’90, sull’onda del crescente successo di Wolverine, ebbe non pochi problemi con la dirigenza: sia per cosa aveva previsto per il suo futuro (ne riparleremo a breve), sia per il racconto sulle origini, litigando con quell’Hama che invece aveva introdotto il discorso su Arma X.

Una volta che Larry Hama si allontanò dalla serie principale di Wolverine, per molto tempo la testata subì un calo qualitativo: pur rimanendo una lettura piacevole, sulle pagine del mensile regolare per molto tempo non fu più presentato niente di così forte come in passato.

Un mutante in nero

Nel 2002, dopo quasi trent’anni dalla sua creazione, era venuto il momento di alzare il sipario sul suo passato: Origins è una miniserie di sei episodi, scritta da Paul Jenkins e disegnata da Andy Kubert, che svela definitivamente le origini di Wolverine. Alias Logan. Alias James Howlett.

E come da tradizione, la storia delle origini di un eroe tormentato come Wolverine non poteva che essere una grande tragedia. Jenkins si rivelò l’autore adatto, per la sua prosa sottile capace di scandagliare con intelligenza le psicologie dei personaggi che scrive: e in un certo senso sparigliò le carte ribaltando ogni aspettativa, con un racconto dai toni e dall’ambientazione inaspettata.

Wolverine: origini
Wolverine: origini

Spiazzando tutti, Origini è ambientata in pieno ottocento e racconta le vicissitudini di James Howlett, un ragazzino gracile e fragile, rampollo di un’aristocratica famiglia che vive in un’immensa tenuta. Nella villa abitano anche il violento e alcolista giardiniere Thomas Logan, con figlio al seguito; e Rose, una giovane ragazza dai capelli rossi tata di James.

Tramite accurati indizi mai troppo chiari, veniamo a sapere che la madre di James è psichicamente debilitata, e vive rinchiusa in camera; il padre è invece un uomo buono e gentile vittima del ricchissimo nonno, vero padrone dei terreni, uomo burbero e senza cuore. Si scopre anche che la donna ha avuto un altro figlio morto prematuramente, e che ha lasciato tre inquietanti e profonde cicatrici sulla schiena della madre.

James trascorre le sue giornate costretto in casa a causa del suo corpo debole, vessato dalla malattia: unico sprazzo di luce, l’amicizia con Rose e con Dog, il figlio di Thomas.
Le cose precipitano quando un odio represso e malcelato di Dog si esprime con l’uccisione del cagnolino di James: i genitori allora licenziano il giardiniere, che a sua volta si vendica con un’incursione nella villa armato di fucile, intenzionato a rapire Lady Howlett, in realtà sua amante.

Wolverine: origini
Wolverine: origini

Lord Howlett viene quindi barbaramente ucciso sotto gli occhi del figlio, che in preda ad uno shock sfodera per la prima volta gli artigli ossei dalle mani, sfregia Dog e uccide Thomas. Sconvolta dal dolore, Lady Howlett caccia il figlio di casa e si suicida con lo stesso fucile con cui l’amante ha ucciso il marito.

James ha un’amnesia provocata dall’assalto, dimentica cosa è successo e di avere gli artigli e fugge insieme a Rose, che si rivolgerà d’ora in poi a lui chiamandolo solo Logan. Nella Columbia Britannica, James/Logan trova lavoro come minatore, diventa un uomo solitario e schivo, rude e selvaggio, dimenticando e rinnegando il suo passato e le sue origini, e innamorandosi proprio dell’amica dai capelli rossi.

Anni dopo, Dog Logan rintraccia i due, incaricato dal nonno Howlett di ritrovare il nipote: Logan riacquista la memoria quando l’avversario lo assale, sfodera di nuovo gli artigli e accidentalmente uccide proprio l’amata Rose. Sconvolto, si allontana dalla civiltà e va a vivere in uno stato selvaggio nei boschi.

Wolverine: origini
Wolverine: origini

Romanzo di formazione dalle suggestioni dickensiane, Origini è a tutt’oggi, insieme a Weapon X, non solo una delle storie più avvincenti e drammatiche della mitologia mutante, ma anche uno dei migliori esiti creativi della Marvel e del fumetto d’oltreoceano, con i suoi testi introspettivi e intensi senza mai risultare verbosi, e soprattutto con le sue atmosfere cariche di tragedia e di dolore immanente, mentre all’orizzonte si staglia una figura (James/Logan/Wolverine) statuaria nel suo dolore che lo forgia e lo porta ad essere quello che è.

Poco importa se, pur rispondendo a tante domande, Origini ne pone altrettante pure più inquietanti (che fine ha fatto realmente il fratello di James? Thomas Logan era il suo vero padre?): l’opera svela degli avvenimenti sui quali i fan si scervellavano da decenni e lo fa in modo magistrale, senza deludere le aspettative ma nello stesso tempo percorrendo una via personalissima, inaspettata e per questo ancora più affascinante.

La parte più importante del racconto (ovvero la splendida e straziante sequenza nella quale James Howlett vede il padre ucciso sotto i suoi occhi e dalle sue mani fuoriescono gli artigli d’osso) è stata ripresa molto bene nel film del 2009 di Hood.

X-Men le origini: Wolverine
X-Men le origini: Wolverine

Film fuori fuoco

Come si accennava all’inizio, i primi due lavori che raccontano le vicende in solitaria di Logan non sono affatto due lavori memorabili, come ci si sarebbe aspettato da un personaggio così ricco di sfaccettature e sfumature.

X-Men le origini: Wolverine si fa ricordare, oltre che per la sequenza citata prima, perché è qui che per la prima volta l’x-man pronuncia la sua mitica frase “sono il migliore in quello che faccio, ma quello che faccio non è piacevole”. La storia racconta comunque il violento passato dell’antieroe per eccellenza, e il suo incontro con William Stryker, l’ufficiale dell’esercito responsabile sul grande schermo del programma Weapon X per la creazione dei supersoldati. Stryker ha pure un suo corrispettivo a fumetti: è il villain di una delle storie più belle e indimenticabili degli X-Men, ovvero X-Men. Dio ama, l’uomo uccide, scritta dal sempre grandissimo Claremont e disegnata da Brent Anderson.

Se è Dio che ama, è l’uomo che uccide

Nel clima del cosiddetto Rinascimento Americano autori come Miller, lo stesso Claremont, Moore e altri concepivano il fumetto come una forma espressiva non esclusivamente incentrata sui classici scontri tra supereroi, rivolta a un pubblico più sofisticato che richiedeva meno banalità e più impegno, pur in un contesto di intrattenimento. La Casa delle Idee cercò di accontentare questa fascia di pubblico con le cosiddette graphic novel, dando inoltre l’opportunità agli autori di realizzare opere di più ampio respiro non limitate dalle regole editoriali e testuali dei normali comic book.

X-Men. Dio ama, l'uomo uccide
X-Men. Dio ama, l’uomo uccide

Claremont ne approfittò realizzando quindi X-Men. Dio ama, l’uomo uccide, considerata all’unanimità una delle storie più belle e intense della lunga saga degli X-Men nonché una delle pietre miliari della Marvel.

Con la storia che ha ispirato anche il secondo film degli X-Men, X2, a firma ovviamente di quel Singer sempre molto sensibile al tema, Chris approfondisce quindi la tematica del razzismo nei confronti degli homo superior, dettaglio che fino a quel momento aveva sfiorato: con la metafora dell’isteria anti-mutante denuncia il razzismo della società americana che colpisce i neri, i gay e le varie minoranze, e lo fa introducendo proprio l’agghiacciante figura del reverendo William Stryker, un predicatore simile a quelli che ammorbano il territorio statunitense, tipico rappresentante della ‘moral majority’, la destra religiosa che in era Reagan fomentava l’odio e l’intolleranza verso qualunque categoria di individui ad essa invisi.

X-Men. Dio ama, l'uomo uccide
X-Men. Dio ama, l’uomo uccide

Stryker, fanatico senza scrupoli convinto di agire per conto di Dio, usando il suo prestigio e la sua notorietà, si rende promotore di una campagna anti-mutante con esiti devastanti.

Gli X-Men, attoniti, non possono che assistere sgomenti agli eventi. La minaccia che infatti stavolta devono affrontare è più insidiosa. Non si tratta di fermare i piani di un criminale. Bisogna sconfiggere un pregiudizio. E, come diceva Albert Einstein, “è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio“.

X-Men. Dio ama, l'uomo uccide
X-Men. Dio ama, l’uomo uccide

Un eroe immortale

Discorso lievemente differente per Wolverine – L’immortale, secondo film dedicato al personaggio creato da Len Wein. La storia è quasi interamente tratta dalla miniserie del 1982, ed è collocata temporalmente tra X-Men – Conflitto finale e X-Men – Giorni di un futuro passato.

Il film (disponibile su Amazon Prime Video) si apre con un flashback sul passato di Logan il quale, nel 1945, è prigioniero a Nagasaki durante lo scoppio della bomba atomica. Il mutante, grazie ai suoi incredibili poteri, riesce a salvare il soldato Yashida (Hiroyuki Sanada). Nel 2013, Logan è distrutto dalla morte dell’amata Jean Grey (Famke Janssen) vista nel terzo film degli X-Men, e conduce una vita da eremita sulle montagne dello Yukon. Il suo isolamento è improvvisamente interrotto dalla comparsa della giovane mutante Yukio (Rila Fukushima), in grado di prevedere la morte di ogni persona.

Wolverine - L'immortale
Wolverine – L’immortale

Quest’ultima gli rivela che Yashida sta morendo e vorrebbe ringraziarlo per il valoroso gesto compiuto durante la guerra. Nonostante le iniziali opposizioni, Logan si reca a Tokyo e Yashida lo persuade a barattare il suo dono dell’immortalità. Sebbene detesti l’idea di vivere per sempre con il rimorso, il mutante si rifiuta di privarsi di questo dono, ignaro di essere già caduto nella trappola della dottoressa Viper (Svetlana Khodchenkova).

Dopo la morte di Yashida, sua nipote Mariko (Tao Okamoto) viene rapita dall’organizzazione criminale Yakuza. Logan riesce a salvarla ma, nel corso della colluttazione con i malviventi, scopre di non essere più immune alle ferite. Mentre il mutante e Mariko si rifugiano a Nagasaki, Yukio ha una premonizione sulla morte di Logan e si mette sulle sue tracce. Il vero mandante del rapimento di Mariko rivela la sua identità e il gesto estremo di Logan rischia di far avverare la visione di Yukio. La lotta non è ancora giunta al termine: Wolverine deve affrontare l’indistruttibile Silver Samurai…

Wolverine – L’immortale si fa notare, rispetto a X-Men le origini: Wolverine, per la sua virata verso altri temi e atmosfere, con la ferma volontà di portare sullo schermo un Logan più profondo e intimista: il problema è che non ci sono guizzi particolarmente convincenti, soprattutto per via di una prima parte debole e fin troppo introduttiva, quasi come se Mangold abbia lavorato con il freno a mano.

Logan - The Wolverine
Logan – The Wolverine

Dettaglio che risalta ancora più evidente dopo la visione del terzo film (ad oggi) dedicato a Wolvie, ovvero Logan, un western declinato in versione da tragedia greca.

Un film che ha un incipit potentissimo, esemplare, che mette subito in atto quel continuo attrito corpo-metallo quasi in ottica cronenberghiana.

Logan riporta lo spettatore in un mondo sempre alterato, come in un costante stato di allucinazione: quello di Mangold con Logan è un cinema senza maschere, che si abbandona ai tramonti esistenziali mentre contemporaneamente vira verso una fantascienza allucinata alterando i punti di vista soggettivi. La forza di un cinecomic risiede nel momento in cui l’autore si riappropria di una saga mantenendone l’anima e cercando insieme nuove strade.

Qui funziona in maniera spettacolare il rapporto fra Logan e la piccola Laura Kinney, con un’intensità rara, che fa risplendere un film che guarda al futuro ripiegato dolorosamente verso il passato.

Logan - The Wolverine: il poster
Logan – The Wolverine: il poster

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