Baz Luhrmann profilo e tratti distintivi di un regista visionario da Moulin Rouge a Elvis

Baz Luhrmann, il grande imbonitore colpisce ancora: profilo e tratti distintivi di un regista visionario, da Ballroom e Moulin Rouge! a Elvis

Con Elvis il regista australiano Baz Luhrmann conferma e mette definitivamente il sigillo sul suo linguaggio cinematografico, sul suo stile narrativo e sulla sua indiscutibile capacità di storytelling.

Le luci dei flash si affievoliscono nella scena dell’ultima apparizione televisiva del Re del Rock ‘n’ Roll, e lo speaker dichiara che “Elvis has left the building”. Le luci in sala si riaccendono e noi, il pubblico, cominciamo lentamente a risvegliarci dall’incantesimo mentre i titoli di coda scorrono accompagnati dalle toccanti note e parole di In the Ghetto. C’è una strana atmosfera e si percepisce una sensazione che facciamo fatica a scrollarci di dosso: quella di essere stati abbagliati, affascinati, catturati e, soprattutto, di non essere del tutto paghi. Baz Luhrmann esprime apertamente la sua filosofia, almeno in parte, all’inizio del film, utilizzando le parole del famigerato colonnello Tom Parker, interpretato da uno straordinario ed irriconoscibile Tom Hanks: “L’attrazione da fiera che ti può portare più soldi, più seduzione, ha splendidi costumi e quel trucco speciale che dà agli spettatori sensazioni che sono incerti se godersi o meno… ma se le godono.”

Ed è innegabile che Elvis rappresenti una miscela perfetta di tutti quegli elementi della filmografia di Luhrmann – non esattamente prolifica, ma costellata di successi – che nel corso degli anni ci hanno intrigato, sedotto, suscitato intense emozioni e lasciato con il desiderio di volerne ancora.

Ballroom - Gara di ballo
Ballroom – Gara di ballo
Moulin Rouge!
Moulin Rouge!

Il sipario

Uno dei marchi di fabbrica di Luhrmann è ricordarci, attraverso specifiche tecniche visive e sonore che si richiamano alla grande tradizione fiabesca, letteraria e teatrale, che stiamo per assistere al racconto di una storia, per essere proiettati all’interno di una dimensione onirica contrassegnata da un inizio e una fine, dall’apertura e chiusura di un sipario. Fin dai titoli di testa del suo primo film, Ballroom – Gara di ballo (1992), il regista getta le basi per questo tipo di estetica utilizzando l’ormai ben nota Red Curtain (la tenda rossa) che, una volta aperta, rivela lo scintillante titolo, anch’esso in rosso su sfondo blu. Lo stesso strumento verrà in seguito impiegato in Moulin Rouge! (2001) che, insieme al precedente Romeo + Giulietta di William Shakespeare (1996) e allo stesso Ballroom, fa parte della cosiddetta Red Curtain Trilogy. Il sipario marca anche la fine del film chiudendosi come in un’opera di teatro, avvolgendo la scritta “The End” comparsa sul grande schermo. E sebbene la tecnica non sia sempre la stessa, la sostanza non cambia. In Romeo + Giulietta, trasposizione in chiave moderna della tragedia di Shakespeare, è un televisore che si accende e si spegne a prendere il posto del sipario, annunciando per bocca di una giornalista il prologo e l’epilogo della faida secolare tra Capuleti e Montecchi e del loro odio che porta all’inevitabile suicidio dei due amanti protagonisti della storia. Ne Il grande Gatsby (2013), tratto dall’omonimo romanzo capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, è la luce verde del faro, tema ricorrente nella narrazione e metafora di seduzione, speranza ed illusione. Anche in Elvis, come già accennato, Luhrmann utilizza le luci, per simboleggiare gli ultimi sprazzi di vita del colonnello Parker, narratore onnisciente del film, e dello stesso Re del Rock ‘n’ Roll, morto poco dopo la sua ultima apparizione pubblica.

Claire Danes e Leonardo DiCaprio in Romeo + Giulietta di William Shakespeare
Claire Danes e Leonardo DiCaprio in Romeo + Giulietta di William Shakespeare

A life lived in fear is a life half lived

Slogan visibile sul logo della sua casa di produzione Bazmark Films, nonché, ne siamo certi, motto personale e manifesto del pensiero cinematografico di Luhrmann, sentiamo per la prima volta pronunciare queste parole da Fran, co-protagonista del film Ballroom interpretata da una più che convincente Tara Morice. “Vivir con miedo es como vivir a medias” (vivere nella paura è come vivere a metà) urla lei in faccia a Scott Hastings (Paul Mercurio), per convincerlo a darle una possibilità come partner di ballo, ad osare, ad abbandonare la paura e mostrare al mondo i suoi nuovi e non convenzionali passi di danza. Si può facilmente tracciare un parallelismo con la storia di Elvis Presley, un uomo che con la sua voce, la sua influenza country e blues, le sue movenze ed il suo look ha rivoluzionato il panorama musicale americano e mondiale. Baz Luhrmann è un regista che non ha paura di osare, e lo ha dimostrato più e più volte. Che si tratti di un musical originale o biografico, di una tragedia di Shakespeare, di un romanzo sui ruggenti anni ‘20 o di un’epica e romantica avventura a sfondo storico-sociale ambientata nella sua amata Australia, il regista si cimenta con storie diverse ma affini nei loro temi di fondo, e le racconta senza filtri, senza compromessi, mantenendo uno stile visivo unico e spettacolare, e un atteggiamento sovversivo che fa da eco a quello dei suoi personaggi.

L’anticonformismo

Vivere senza paura è la chiave per rompere lo status quo. Diciamocelo pure, nel bene o nel male le regole esistono per un motivo: per dare ordine e struttura. Eppure, i personaggi che vivono al di fuori di quelle regole, che le rifiutano, esercitano da sempre una certa attrattiva, soprattutto se lo fanno in virtù di un bene più grande. Baz Luhrmann è un maestro nel rappresentare nuclei individuali e substrati sociali, più o meno allargati, caratterizzati da rigidi schemi comportamentali. Così federazioni di ballo (Ballroom), famiglie opprimenti in lotta tra loro (Romeo + Giulietta), impresari cinici e possessivi (Moulin Rouge!, Elvis), proprietari terrieri senza scrupoli (Australia), la borghesia frivola e decadente degli anni ‘20 (Il grande Gatsby), l’America bigotta e razzista del secondo dopoguerra (Elvis), diventano terreno fertile per appassionanti storie di coraggio e ribellione, dove i protagonisti lottano per liberarsi dalle catene, metaforiche e non, e dare pieno sfogo alla loro creatività, alla loro arte e, soprattutto, al loro amore.

Leonardo DiCaprio in Il grande Gatsby
Leonardo DiCaprio in Il grande Gatsby

La grande illusione del lieto fine

È qui che, a nostro avviso, la capacità di imbonire di Luhrmann raggiunge il suo apice. Le storie che sceglie di raccontare sono notoriamente sprovviste del cosiddetto happy ending. Non temiamo di spoilerare nulla poiché, anche laddove non fosse risaputo che gli amanti partoriti dalla penna di William Shakespeare trovano soltanto nella morte il coronamento del loro amore, o che Elvis Presley è scomparso prematuramente a causa di un infarto, è lo stesso regista a rivelarci fin da subito la triste sorte dei suoi personaggi, ispirandosi proprio al poeta inglese, affidando il duro compito ad un narratore, il più delle volte uno dei protagonisti.

Fra due grandi famiglie la lotta si scatena nella bella Verona Beach, dov’è la nostra scena.
Dal loro antico odio nascono nuovi tumulti, e sangue di fratelli scorre dopo gli insulti.
Figli di quei nemici, senza altra via d’uscita, due innamorati segnati dalle stelle si tolgono la vita.

Si parte, dunque, dalla fine. Gli spettatori vengono immediatamente messi al corrente del fatto che i loro beniamini – Romeo e Giulietta, la bella Satine (Nicole Kidman), l’affascinante Gatsby (Leonardo DiCaprio) e il leggendario Elvis (un impeccabile Austin Butler) non sopravvivono. Ballroom ed Australia sono le classiche eccezioni che confermano la regola. La peculiarità, il vero talento del regista australiano è la sua abilità nel fornire questa informazione, mostrare preventivamente il finale per poi nasconderlo in bella vista e lasciare che il pubblico se ne dimentichi per quasi tutta la durata del film.

Come un abile prestigiatore, un imbonitore – termine a cui diamo, in questo caso, un’accezione più positiva, un incantatore piuttosto che un imbroglione – egli utilizza tutti i trucchi di cui dispone. In un tripudio di passioni, sfarzo, eccessi, costumi sfavillanti, feste in maschera, balli sfrenati, rapide e frenetiche sequenze di montaggio – quella di El Tango de Roxanne, in Moulin Rouge!, ha ben 376 tagli – musiche e canzoni iconiche, personaggi sopra le righe, protagonisti carismatici, relazioni clandestine e parole d’amore sussurrate in gran segreto, Luhrmann ci travolge, ci strega, insinuando in noi l’illusione, la speranza nel lieto fine. Anche solo per un breve istante rimaniamo col fiato sospeso, augurandoci scioccamente che Giulietta si risvegli in tempo per impedire a Romeo di ingerire il veleno, che Satine possa guarire dalla sua malattia e amare liberamente l’adorato Christian (Ewan McGregor), così come Gatsby la sua Daisy, e che Elvis possa finalmente liberarsi dell’ingombrante colonnello Parker. Quella sottile speranza viene puntualmente ed inevitabilmente disattesa, lasciandoci un po’ di amaro in bocca nonostante l’esito scontato. Tuttavia, compensiamo la delusione per quelle vite spezzate con il rollercoaster di emozioni che il loro racconto ci ha generato e con la consapevolezza che, malgrado il tragico finale, tali vite sono state vissute appieno e senza paura, all’insegna di quegli ideali bohémien di verità, bellezza, libertà e amore.

Nicole Kidman in Moulin Rouge!
Nicole Kidman in Moulin Rouge!

Il glamour

La cura maniacale nella scelta delle ambientazioni, dei dettagli, in particolar modo dei costumi, in tutti i suoi film è prova del fatto che Baz Luhrmann ha una predilezione per tutto ciò che cattura lo sguardo, che è bello, scintillante, elegante, sontuoso, semplicemente glamorous. Non sorprende allora che si sia avvalso costantemente della collaborazione di professionisti di immenso talento come Catherine Martin (scenografa, costumista, produttrice), Brigitte Broch (scenografa) e Angus Strathie (costumista). E se ciò non bastasse ricordiamo che, oltre ai film citati, Luhrmann ha anche diretto ben due spot pubblicitari per Chanel N°5 – il primo con Nicole Kidman come protagonista, il secondo con Gisele Bündchen – a dieci anni di distanza l’uno dall’altro, e una serie di interviste/cortometraggi sulla moda intitolata Schiaparelli & Prada: Impossible Conversations. La stessa stilista Miuccia Prada, insieme a Miu Miu, ha poi firmato gli abiti e i costumi per Elvis. Il regista e Prada avevano già collaborato per la realizzazione dei costumi in Romeo + Giulietta e Il grande Gatsby. Inoltre, una delle attrici preferite di Luhrmann è proprio l’australiana Kidman, icona di grazia, fascino ed eleganza.

Australia: squadra che vince non si cambia

Fun fact: Baz Luhrmann adora circondarsi di connazionali per portare alla luce le sue opere cinematografiche. Catherine Martin (scenografa e moglie di Luhrmann), Angus Strathie (costumista), Jill Bilcock (montatrice), Craig Pearce (sceneggiatore), Mandy Walker e Donald McAlpine (direttori della fotografia), nonché la già citata Nicole Kidman, sono solo alcuni fra i numerosi filmmaker e collaboratori australiani di lunga data che fanno parte del team Luhrmann.

Hugh Jackman e Nicole Kidman in Australia di Baz Luhrmann
Hugh Jackman e Nicole Kidman in Australia di Baz Luhrmann

La musica

In tutte le sue svariate forme – ballo, canto, diegetica e non – la musica gioca un ruolo fondamentale ed imprescindibile nella carriera cinematografica di Luhrmann. Iconica, pop, romantica, potente, di rottura e, spesso, risolutiva, è un personaggio a sé stante, che vive di vita propria, che accompagna e plasma il mood dei film tanto quanto la storia, la fotografia, il montaggio e la recitazione. Luhrmann, il cui stile affonda chiaramente le sue radici nel ballo e nel teatro, la utilizza come vero e proprio strumento narrativo, alternando sapientemente colonne sonore off screen di artisti celebri a grandiose ed indimenticabili performance on screen. Il Paso Doble in Ballroom, Come What May in Moulin Rouge! e Over the Rainbow in Australia assumono, al tempo stesso, il ruolo di esplicite dichiarazioni d’amore per, rispettivamente, Fran e Scott, Christian e Satine, di affetto materno per Lady Sarah Ashley e Nullah (Brandon Walters), e di elementi cruciali nel climax della storia, intrisi di un alone di mistero, romanticismo e magia, come gli oggetti nel classico schema fiabesco di Propp, che aiutano i personaggi a superare le difficoltà e a raggiungere i loro obiettivi. Luhrmann gioca, inoltre, con i generi, mescolandoli attraverso scelte anacronistiche e creando deliziosi ed azzeccatissimi contrasti sonori e visivi. Per citare solo alcuni esempi, la colonna sonora de Il grande Gatsby, film ambientato negli anni ’20, annovera artisti pop del calibro di Lana Del Rey, Florence and the Machine e Beyoncé, in Moulin Rouge convivono brani e cover di David Bowie, Christina Aguilera, Madonna, Fatboy Slim ed Elton John, e per Elvis sono stati chiamati in causa Eminem, CeeLo Green e persino la rock band italiana sulla cresta dell’onda Måneskin.

Elvis di Baz Luhrmann
Elvis di Baz Luhrmann (Credits: Warner Bros.)

L’amore

Non lasciatevi ingannare. Elvis è una storia d’amore, tanto tormentata e drammatica quanto quella di Romeo e Giulietta, Christian e Satine, Gatsby e Daisy.

E sul volto di Priscilla, quella sera, vidi quello che avevo sempre saputo: che lei non avrebbe mai potuto competere con l’amore che riceveva da voi.

Certi dottori dissero che era stato il cuore, altri le pillole. C’è chi dice che sia stato io.
No… ve lo dico io cosa l’ha ucciso: l’ha ucciso l’amore, il suo amore per voi.

Questo il taglio interpretativo che sceglie Luhrmann nel raccontare l’ascesa e la caduta del mitico Elvis Presley: un uomo brillante, un artista geniale ed innovativo, vittima di un manager viscido e spietato, ma anche di se stesso, delle sue fragilità, delle sue insicurezze e, soprattutto, dell’amore sconfinato e viscerale verso la sua musica ed il suo pubblico; un amore che ottenebra la mente e la ragione, che influenza i suoi rapporti familiari e che lo consuma fino all’inevitabile punto di non ritorno. In maniera superficiale, si potrebbe dire che il regista ne ha una visione decisamente pessimistica. Ad eccezione di Fran e Scott, che nel finale di Ballroom danzano allegramente sulle note di Love is in the Air di John Paul Young, e di Sarah e Drover (Hugh Jackman), i suoi personaggi, in un’assoluta coerenza stilistica e narrativa, vengono sopraffatti da un amore conflittuale, proibito, che li porta ad affrontare innumerevoli ostacoli e a fare i conti con un fato inclemente e nefasto. Ma è soltanto una visione parziale. Nel cammino che conduce verso un crudele destino, Luhrmann li fa brillare di una luce abbagliante e maestosa che li rende immortali, ricordando al mondo intero, urlando a pieni polmoni che All you need is love.

L’amore è come l’ossigeno! L’amore è una cosa meravigliosa, ci innalza verso il cielo!
Tutto quello che ci serve è amore.

I giorni sono diventati settimane, le settimane mesi e poi, un giorno come gli altri, sono andato alla mia macchina per scrivere, mi sono seduto, e ho scritto la nostra storia. Una storia che parla di un tempo, di un luogo, di persone, ma soprattutto una storia che parla d’amore. Un amore che vivrà per sempre.

È questa la quintessenza del cinema di Baz Luhrmann, e le sue parole rimangono impresse ad imperitura memoria, riecheggiando nell’aria come le calde, struggenti ed impetuose melodie dell’eterno Elvis Presley, il Re del Rock ‘n’ Roll.

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