Alice Diop intervista alla regista di Saint Omer Leone d’Argento e Leone del Futuro [Venezia 79]

Alice Diop: intervista alla regista di Saint Omer, premiato alla 79esima Mostra del Cinema di Venezia con il Leone d’Argento e il Leone del Futuro

Saint Omer – leggi la recensione – ha trionfato alla 79° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, venendo insignito del Leone del Futuro – Premio Venezia opera prima Luigi De Laurentiis e il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria. Noi abbiamo avuto il piacere di parlare della pellicola con la regista, Alice Diop.

Alice Diop a Venezia 79
Alice Diop a Venezia 79 (Credits: ASAC ph. G. Zucchiatti/La Biennale di Venezia)

Intervista ad Alice Diop, regista di Saint Omer

Nel tuo documentario, Nous, appari nell’ultima parte del film e hai detto una cosa che ci è rimasta dentro per mesi: sei ossessionata dal raccontare le storie degli immigrati parigini e dei sobborghi francesi. Ci chiedevamo, visto che ti sei ispirata alla vera storia dell’infanticidio commesso da Laurent Coly, ti immedesimi nel personaggio di Rama che vuole raccontare questa storia?

Alice Diop: Sicuramente mi riconosco in Rama, ma mi riconosco in tutti i miei personaggi. Il piacere, in questa opera di finzione, è stato nel cogliere l’occasione per tracciare il ritratto di una donna nera che non viene definita in base al colore della sua pelle. Questo tipo di rappresentazione purtroppo non esiste spesso al cinema, l’incarnazione di un sentire assolutamente universale per le emozioni e i sentimenti che attraversa, che possono appartenere anche a uomini e donne. È una mancanza che credo di aver colmato facendo un film con personaggio raro.

Il tuo film ha una narrazione che stilisticamente è essenziale, quasi claustrofobica, tutto avviene fuori dalla scena per poi esplodere in momenti molto intimi. Come hai costruito questa storia, quanto hai tolto e aggiunto alla narrazione?

Alice Diop: Credo che in realtà avvenga il contrario. La mise en scène è caratterizzata da una fissità delle inquadrature e da lunghi piani sequenza. Ho fatto questa scelta per restituire l’intensità di chiunque abbia avuto modo di ascoltare e assistere in prima persona al processo. Volevo spostare il posto occupato dallo spettatore al cinema nel bel mezzo dell’aula, è una sorta di realtà messa in scena e interpretata. Non penso che sia una mise en scène chiusa quindi, altrimenti non ci sarebbe stata la possibilità per ascoltare per 25 minuti la testimonianza di Laurence Coly e provare le stesse emozioni dei presenti. L’obiettivo è far vacillare e ogni certezza e per far questo ci vuole il tempo giusto.

K. Kagame, A. Diop e G. Malanda
K. Kagame, A. Diop e G. Malanda (Credits: ASAC ph. G. Zucchiatti/La Biennale di Venezia)
Alice Diop intervista alla regista di Saint Omer
Alice Diop intervista alla regista di Saint Omer (Credits: ASAC ph. A. Avezzù/La Biennale di Venezia)
Secondo te, questo film può aspirare a sortire qualche cambiamento in chi lo guarda?

Alice Diop: In realtà io lo considero un film intimo, quindi spero che possa permettere alle persone di andare a scavare in se stesse e magari riparare, guarire o interagire con vicende realmente accadute. Questo però attiene ad una sfera profondamente personale ed è più un mio umile desiderio. Il film non solleva in maniera diretta delle questioni politiche ma spinge ciascuno ad interrogare la propria intimità, scardinando magari aspetti che diamo per scontati e intervenendo su passati irrisolti.

Che riferimenti culturali hai avuto nella realizzazione di Saint Omer?

Alice Diop: I riferimenti letterari vanno da A sangue freddo di Truman Capote a L’avversario di Emanuel Carrère, a un testo di André Gide, Ricordi della Corte d’Assise. Per quanto riguarda i riferimenti cinematografici sicuramente le Giovanna d’Arco di Bresson e di Dreyer per la fissità dell’inquadratura, ma anche 10e chambre, instants d’audience di Raymond Depardon e Il processo di Viviane Amsalem di Shlomi e Ronit Elkabetz, film assolutamente recente, ma che ancora una volta, per il rigore dell’inquadratura, delle sequenze, per la purezza la sobrietà dell’inquadratura processuale, rimanda nella sua teatralità, pur contenendo tutto un aspetto di tragicità e di riferimenti al passato, alla contemporaneità.

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