The Guilty

The Guilty recensione film di Antoine Fuqua con Jake Gyllenhaal [Netflix]

The Guilty recensione film Netflix di Antoine Fuqua con Jake Gyllenhaal, Riley Keough, Peter Sarsgaard, Christina Vidal, Ethan Hawke e Adrian Martinez

Antoine Fuqua (The Equalizer) attinge a piene mani dall’omonimo film danese del 2018 di Gustav Möller e Emil Nygaard Albertsen, The Guilty, e si cimenta in un thriller claustrofobico, giocando il jolly di Jake Gyllenhaal (Nightcrawler) che lo vede protagonista di una delle sue interpretazioni migliori.

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Tutti gli avvenimenti narrati nel film si svolgono nell’arco di circa dodici ore; un tempo che riusciamo a scandire grazie allo smartphone che il protagonista usa: nel film il tempo e lo spazio sono parte integrante della narrazione che Fuqua mette in atto perché fanno si che gli spettatori abbiano delle connotazioni – astratte e al tempo stesso concrete – man mano che la storia prosegue.

Joe Baylor, ex detective della polizia di Los Angeles, è di turno al centralino delle emergenze del 911 a causa di un provvedimento disciplinare che verrà potenzialmente risolto il giorno successivo in tribunale. La metropoli californiana è devastata dagli incendi e le chiamate inondano la stanza degli operatori senza sosta. Joe, però, non ci viene presentato come un poliziotto in grado di gestire l’emergenza, bensì come un uomo in difficoltà a causa di una crisi di ansia e asmatica che riesce a superare solo grazie a un inalatore, suo fedele alleato durante il film. Le inquadrature con focali lunghe e dunque strette sul volto ci fanno immediatamente entrare nel clima di soffocamento che, anche e soprattutto grazie a Gyllenhaal, accompagnerà noi spettatori durante tutta la visione.

Jake Gyllenhaal
Jake Gyllenhaal in The Guilty (Credits: Glen Wilson/Netflix)

Ci è subito chiaro che il protagonista è un detective disilluso e che non apprezza affatto il suo attuale impiego, specialmente quando, durante un enorme incendio, viene disturbato da una reporter che lo incalza sulla sua versione dei fatti per il provvedimento disciplinare che lo ha di fatto costretto a quella scrivania. Per lui quello in cui si trova è un luogo ameno, ostile e a cui non appartiene. Vorrebbe essere altrove e ce lo racconta lui stesso guardando la foto di sua figlia sullo smartphone. E cosa ancor più importante, è lui stesso ad aver bisogno di aiuto, forse anche più delle persone con cui parla nelle prime e più blande chiamate. Questo finché una richiesta di aiuto non attira la sua attenzione: Emily,
madre di due bambini, pare essere stata rapita da suo marito che adesso è con lei in un
furgone e ne controlla le telefonate costringendola a parlare in codice.

Joe mette in atto le sue doti di detective per capire come aiutare la donna: cerca di rintracciare la figlia, di risalire al furgone e al colore dello stesso per poter mandare una pattuglia alla ricerca ma nonostante ciò il suo primo tentativo fallisce. In tutto questo, a parte qualche brevissima inquadratura di alcuni secondi appena, noi rimaniamo sempre al fianco di Joe: Antoine Fuqua utilizza questo sapiente metodo narrativo per farci immedesimare il più possibile con il protagonista, scegliendo di non renderci spettatori onniscienti bensì in grado di ottenere le informazioni solo nello stesso momento in cui le ottiene Joe, quasi a volerci rendere parte attiva nell’indagine.

Il protagonista riesce a creare un legame sia con Emily che con sua figlia, comportandosi quasi come un padre e calmandola, nel tentativo forse di fare in parte ammenda per gli errori commessi con la propria bambina. Ed ecco che Joe comincia a prendere forma anche e soprattutto al di fuori di quel luogo fatto di distintivi e cuffie in cui è costretto: non è più solo un poliziotto punito per un presunto errore ma anche un padre, un marito e soprattutto un uomo. Un uomo che si scontra con la difficoltà di tenere a bada la situazione e di coordinare dei colleghi poco collaborativi, fino a farsi immobilizzare dall’impotenza a causa di un altro attacco di ansia.

The Guilty di Antoine Fuqua
The Guilty di Antoine Fuqua (Credits: Glen Wilson/Netflix)

Joe cerca allora di tornare nella sua zona di comfort – che adesso capiamo essere l’infrangere le regole – provando a bypassare il fitto sistema di chiamate e mettendosi direttamente in contatto con i suoi ex colleghi, per agire attivamente sul campo e provare a salvare vite: qui però è costretto a fare i conti con i suoi errori del passato, quando molti rifiutano di aiutarlo. È una parabola sempre più discendente quella che gli si delinea di fronte, una situazione sempre più soffocante per lui e per noi, che siamo costretti a rimanere in quelle stanze con il desiderio di aiutarlo, sperimentando a nostra volta l’impotenza. C’è un’incombenza enorme che grava ancora di più sulla vita presente e futura del detective, quel “domani” che spesso viene menzionato: l’udienza in tribunale nella quale dovrà rispondere del suo errore in servizio e che deciderà la sua carriera.

Una caratteristica è chiara del nostro protagonista però: la resilienza e il non arrendersi, e ce lo dimostra la fede che porta ancora al dito. Prova infatti a parlare con sua figlia chiamando la sua ormai ex moglie, trovando però l’ennesima ostilità che non fa altro che affossarlo ancora di più. Joe non ha respiro, non trova parole amiche, non ha possibilità di ristoro e di conseguenza neanche noi l’abbiamo, che come lui ormai ci rifugiamo nel sollievo dell’inalatore. Il detective Baylor non ha altra soluzione che provare a prendere la situazione in mano, inviando una pattuglia a casa di Emily e affrontando direttamente il rapitore in chiamata. È lì che un’altra terribile catastrofe si abbatte su di lui e su di noi: il figlio maschio di Emily viene ritrovato morto nel suo letto in un lago di sangue. Di nuovo, otteniamo questa informazione solo tramite la chiamata di Joe, in una narrazione uditiva che non ne preclude affatto l’impatto scioccante.

Di nuovo siamo soffocati, costretti all’impotenza e intrappolati tra quelle cuffie e quella stanza. L’ansia aumenta e cominciamo a desiderare anche noi – di nuovo – l’aiuto dell’inalatore. Ormai è quasi del tutto delineato il parallelismo tra la donna intrappolata nel furgone e il detective Baylor intrappolato tra quelle mura; riusciamo quasi a trarre sollievo dall’avvicinarsi di Emily con Joe, da questa connessione che sembra crearsi.

Il regista Antoine Fuqua
Il regista Antoine Fuqua nel dietro le quinte di The Guilty (Credits: Glen Wilson/Netflix)

Attenzione: seguono spoiler!

È un sollievo effimero però, che viene spezzato da un’altra gravissima rivelazione. Emily non è in sé, delira e si delinea lentamente la dura realtà che lei stessa conferma: in un momento di poca lucidità mentale, ha ucciso il suo bambino nel tentativo di farlo stare meglio. Come Agave che infierisce sul proprio figlio Penteo in un delirio dionisiaco ne Le Baccanti di Euripide.

Scopriamo dunque chi è The Guilty, il colpevole: non il marito pregiudicato, che tutti avevamo già condannato e che stava solo portando Emily in una clinica psichiatrica, ma la madre di famiglia il cui legame sembrava darci giovamento. Joe ha sbagliato – e noi abbiamo sbagliato con lui – e questo suo agire al di fuori delle regole può aver causato danni ulteriori: abbiamo perso il controllo. A questo punto però, presa coscienza dell’errore commesso, forse c’è ancora modo di salvare la donna, che adesso pensa al suicidio. Joe gioca il tutto per tutto, nel tentativo di porre rimedio all’assurdo intreccio di fatti che si sono succeduti fino ad ora. Si mette per la prima volta alla pari di Emily, si spoglia metaforicamente della sua veste di poliziotto e si rivela per quello che è, un’omicida: anche lui ha ucciso un uomo.

Adesso sappiamo perché l’incombenza del “domani” era così presente: in tribunale, infatti, verrà giudicato per l’omicidio di un ragazzo mentre era in servizio. Il detective Baylor ammette coscientemente la sua colpa alla donna – e con lei anche a se stesso e a noi – tentando di dare una spiegazione al suo gesto che però non trova, rivelando che non sopporterebbe un’altra morte sulla coscienza. In questo punto, che è il più basso nella parabola del protagonista, egli tocca il fondo ma raggiunge un’assoluzione fittizia
per se stesso e per Emily.

Stavolta però Joe riesce nel suo intento: la donna è salva e inaspettatamente anche suo figlio. Finalmente possiamo respirare, grazie anche alle prime parole amichevoli rivolte al protagonista: “ottimo lavoro”. Ed ancora “chi soffre aiuta chi soffre”. Joe ha salvato la vita di Emily ma Emily ha salvato Joe ponendolo indirettamente davanti alla sua colpa e ricordandogli che un errore non cancella mai il bene fatto. Joe finalmente esce dalla stanza e vede che l’incendio è stato domato, come d’altronde lo è anche lui. Adesso però sia lui che Emily devono affrontare le conseguenze dei propri errori. L’ultima rivelazione che ci viene fatta esce proprio dalla bocca del protagonista, che decide di chiamare la petulante reporter per raccontare la sua verità e dichiararsi colpevole, dicendo “sono Joe”.

Joe Baylor, detective della LAPD, adesso sa chi è.
E lo sappiamo anche noi.

Il regista Antoine Fuqua con The Guilty mette in atto un sofisticato ed apprezzato gioco di sottrazione e sospensione, togliendo allo spettatore la possibilità di assistere visivamente alle scene ed affidandosi solo alla sensorialità uditiva delle chiamate e all’espressività del suo protagonista, riuscendo a donarci un thriller pregno di angoscia e di pathos che non può che tenere inevitabilmente i nostri occhi incollati allo schermo.

The Guilty: il poster
The Guilty: il poster (Credits: Netflix)

Sintesi

Antoine Fuqua mette in atto un sofisticato ed apprezzato gioco di sottrazione e sospensione che usa il tempo e lo spazio come parti integranti della narrazione, togliendo allo spettatore la possibilità di assistere visivamente agli eventi narrati ed affidandosi solo alla sensorialità uditiva delle chiamate e all’espressività del suo protagonista, riuscendo a donarci un thriller pregno di angoscia e di pathos che non può che tenere inevitabilmente i nostri occhi incollati allo schermo.

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