Il grande Lebowski recensione [Cult]

Il grande Lebowski recensione
Il grande Lebowski di Joel Coen con Jeff Bridges, John Goodman, Steve Buscemi e Julianne Moore

Il grande Lebowski recensione del film di Joel Coen con Jeff Bridges, John Goodman, Steve Buscemi, Julianne Moore, David Huddleston, John Turturro, Philip Seymour Hoffman e Tara Reid

– Cos’è che fa di un uomo un uomo, signor Lebowski?
– Essere pronti a fare ciò che è più giusto. A qualunque costo. Non è questo che fa di un uomo un uomo?
– Sì, quello e un paio di testicoli.

Era il crepuscolo del ventesimo secolo quando, cialtrone in provetta e ancora lontano dal capire cos’è che fa di un uomo un uomo, guardai per la prima volta Il grande Lebowski. Ebbi subito l’impressione di trovarmi davanti a un’opera magnifica, a una commedia tanto spassosa quanto surreale, esilarante ma anche cinica, l’acme della fin lì prestigiosa carriera dei fratelli Coen – il precedente (e sontuoso) Fargo ricevette due statuette al Premio Oscar del ’97: miglior sceneggiatura originale ai due fratelli e miglior attrice protagonista a Frances McDormand – Eppure, la critica di allora non pronunziò d’emblée dei giudizi positivi. Erano perlopiù freddi, contrassegnati da quel pessimismo di chi pensava (male) che la carriera dei due fratelli di Minneapolis avesse toccato l’apice con Fargo e quindi, di rimando, giunta al capolinea. Sbagliavano. Eccome se sbagliavano: “lo dico solo perché a volte si incontra un uomo, non dirò un eroe, perché che cos’è un eroe? Ma a volte si incontra un uomo, e sto parlando di Drugo. A volte si incontra un uomo che è l’uomo giusto al momento giusto, nel posto giusto. Là dove deve essere. E quello è Drugo…”.

Jeff Bridges è il Drugo ne Il grande Lebowski
Jeff Bridges è il Drugo ne Il grande Lebowski

Erano stati troppo impulsivi, forse indifferenti a quello che si andava a delineare nei mesi successivi l’uscita del film: il mondo Lebowski. Già, perché di mondo si tratta, o se volete di appartenenza, influenza culturale o celebrazione del parossistico. A testimonianza di ciò i Lebowski Fest, ricorrenze che si svolgono in tante città del mondo – eccetto che in Italia: noi, giustamente, siamo troppo impegnati a chiudere lucchetti sul Ponte Milvio in stile Ho voglia di te, il che conferma che solo un asteroide caritatevole ci può salvare – ove si visiona il film collettivamente, si degusta fino allo star male del White Russian, si gioca a fare i sosia dei protagonisti e si cantano e ascoltano le canzoni facenti parte della colonna sonora del film. E’ questo che suscita Il grande Lebowski dopo averlo consumato più volte: morbosità, religione etica e soggiogante venerazione nei confronti della vita del Drugo. E affetto illimitato. Imperituro.

Walter alias John Goodman
Walter alias John Goodman

Rivisitando in chiave ironica, invasata e irresistibile Il Grande Sonno di Howard Hawks (grande pellicola, con un immenso Humphrey Bogart in cattedra), i fratelli Coen danno vita al capolavoro assoluto della loro filmografia, da parte dei fan (per fede o addirittura dulia) meglio financo dei meravigliosi Fargo e Non è un paese per vecchi. Nonostante il summenzionato battesimo di critica tutt’altro che gratificante, Il grande Lebowski è riuscito a piccoli passi, anno dopo anno, a farsi largo tra le grandi commedie della cinematografia tutta, a divenir il miglior cult degli anni ’90 al pari di Pulp Fiction, una pellicola che non accenna a sbiadirsi ma che col passare del tempo annovera sempre più fan e proseliti – le celebrazioni Lebowski Fest constano ogni anno di decina di migliaia di partecipanti, perlopiù giovani.

I due fratelli di Minneapolis sono riusciti nell’impresa di amalgamare superbamente trame e sottotrame che vanno dal nonsense al thriller, dalla commedia esilarante al giallo, dal drammatico al comico. Trame che hanno la parvenza di un action-noir (prostituzione, droga e rapimenti), intinto di una sconfinata paradossalità (White Russian, sogni, visioni e bowling sono le uniche cose che contano nella vita di un personaggio folle come il Drugo), dai contorni drammatici (le labilità nevrotiche e psicotiche dei reduci del Vietnam e le decadenze di valori culturali dei seguaci del nichilismo).

Maude interpretata da Julianne Moore
Maude interpretata da Julianne Moore

Un’avanguardia di risvolti comici, coerenti ma anche palesemente inutili che danzano alla perfezione con le imperizie e le oziosità dei personaggi sommamente congegnati dai Coen. Perché uno dei motivi che assoldano Il grande Lebowski come cult sono sicuramente i personaggi, su tutti il Drugo, un irresistibile fannullone pacifista interpretato magistralmente da Jeff Bridges, dedito al consumo spasmodico di White Russian, seguace di culture zen e transustanziazione moderna della cultura hipster. Un uomo consumato dalla sua pigrizia, dalle manie per droga e alcol e dall’eccentricità dei suoi abiti e che, a causa di un tappeto (che colpo di genio: il parallelismo del misero zerbino con l’uomo reietto è un qualcosa che deifica a prescindere, perché quel tappeto “dava un tono all’ambiente”, come il reietto è la cornice negletta dell’umanità), viene inghiottito in un vortice di vicende surreali quanto bizzarre insieme al suo fidato (?) amico Walter (un John Goodman in grande spolvero), riottoso veterano del Vietnam con il quale condivide la passione per il bowling e con cui scambia riflessioni sottili ma pungenti sul senso della vita. Entrambi costituiscono il filo conduttore su cui si imperniano le vicende della pellicola, edulcorate da una divinamente attraente Maude (una Julianne Moore mai cosi avvinghiante), una ninfomane col tarlo per l’arte radical chic, l’impacciato e ingenuo Donny (il balzano Steve Buscemi), l’antipatico bardassone avversario del bowling Jesus Quintana (John Turturro non sbaglia mai una parte), il secchione Brandt (un giovanissimo Philip Seymour Hoffman), la vivace Bunny (quanto è bella Tara Reid?), il vecchio furbacchione Jeffrey Lebowski (David Huddleston, l’iracondo capitano McBride in I due superpiedi quasi piatti) e il misterioso Jackie Treehorn (Ben Gazzara ovviamente a suo agio nella parte del “cattivo”).

Tara Reid piede piedi
Tara Reid è Bunny ne Il grande Lebowski

Un cast eccelso che semina scene d’antologia come la presunta sparatoria per un punto al bowling, la richiesta di una valigia di denaro a cui segue un’isterica distruzione di un’auto sportiva da parte di Walter (ma perché?), il parapiglia al dipartimento di Malibù, lo spargimento di ceneri sul viso del protagonista, le visioni di donne e bowling dello stesso mentre vola nei cieli di una subdola, quasi muta Los Angeles. Un ossimoro volutamente insolente considerato il caos e il disordine che regnano nella città degli angeli, “La chiamavano Los Angeles, la città degli angeli. A me non sembrava che il nome le si addicesse molto anche se devo ammettere che c’era parecchia gente simpatica”, una critica quindi neanche tanto velata a una città intrisa di atmosfere eticamente poco struggenti, capoluogo insano di mistificazione e violenza, ove l’aristocrazia è dedita all’autodistruzione, all’abuso di sostanze, alla ricerca sfrenata del piacere, della lussuria e del denaro, paradigmi dell’apparentamento dell’uomo con l’edonismo rimpianto e mai pianto.

John Turturro, al secolo Jesus Quintana
John Turturro, al secolo Jesus Quintana

Ma Il grande Lebowski è anche il rilancio morale e culturale degli antieroi tanto cari ai Coen, ovvero il popolo dei disadattati, degli emarginati, degli inetti, “Un perdente di cui la società benestante se ne frega”, incapaci di scegliere autonomamente il proprio percorso di vita e perennemente oggetto di critiche, scatarrate di giudizi e rimproveri vari. In questo senso l’antieroe Drugo diviene una divinità, capace, nonostante le sue eccentriche condizioni sociali, di dipanare millanta equivoci che, non fosse stato per il suo stile di vita esuberante, lo avrebbero condotto a una fine diversa. Ergo, per uscire dalle paludi delle difficoltà della vita occorre anche prendersi alla leggera. E difatti: “Sai, questo… questo è un caso molto, molto complicato, Maude. Un sacco di input e di output. Sai, fortunatamente io rispetto un regime di droghe piuttosto rigido per mantenere la mente, diciamo, flessibile”.

Tara Reid è Bunny ne Il grande Lebowski
Tara Reid è Bunny ne Il grande Lebowski

Il susseguirsi degli eventi viene sublimato ancor di più dalle musiche di Carter Burwell, da una colonna sonora che comprende magnificenze quali The Man in Me di Bob Dylan, Hotel California Remix dei Gipsy Kings e My Mood Swings di Elvis Costello e da una fotografia cangiante (da quella crepuscolare classica del thriller nella villa di Treehorn a quella lucente dei comici durante le gang esuberanti) del genio Roger Deakins (Premio Oscar per Blade Runner 2049).

Il grande Lebowski è un capitale cinematografico di cultura, stile di vita e religione (nel senso di appartenenza), è un sodalizio imperituro con i suoi (tantissimi) fan, è una pellicola che non può mancare nella videoteca degli appassionati di cinema.

Un vero e proprio immarcescibile cult che non ha conosciuto e non conoscerà senescenza… proprio come il Drugo.

Paolo S.