Heat - La sfida

Heat – La sfida recensione [Cult]

Heat – La sfida recensione del film di Michael Mann con Al Pacino, Robert De Niro, Val Kilmer, Ashley Judd, Jon Voight, Tom Sizemore, Diane Venora, Amy Brenneman, Wes Studi, William Fichtner, Danny Trejo, Ted Levine e Natalie Portman

Bentornati a Cult, l’unica rubrica egocentrica di cinema che pensa che Al Pacino e Robert De Niro siano sinonimi di magnificenza. Capita di frequente, durante le serate in cui il vino abbonda e gli argomenti vertono necessariamente su donne e cinema, di parlare tignosamente di una torma forbita di mostri cinematografici, tra i quali spuntano incontrovertibilmente Al Pacino e Robert De Niro. A me, lo pseudoesperto del gruppo, piace enumerare la loro completa, sconfinata filmografia, in cui è difficile trovare una macchietta di futilità cinematografica – o, se proprio voglio essere cinico e sprezzante, direi Nonno scatenato e Il grande match per Bob, Revolution per Al – mentre altri amici non fanno altro che ibridare le carriere dei due giganti in un film caratteristico: Heat.

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Heat - La sfida recensione
Michael Mann, Al Pacino e Robert De Niro nel leggendario confronto da storia del cinema

Sarebbe troppo complicato dar torto a siffatto pretesto, poiché Heat – La sfida viene dai più indubbiamente ricordata come la pellicola in cui si sono incontrati i due giganti della storia del cinema, anche se a dir il vero si sono sfiorati e accarezzati per la prima volta durante le riprese de Il Padrino – Parte II, anno 1974 di nostra vita, in cui però, per ruoli inconciliabili a livello storiografico, non hanno mai recitato insieme. Dopo anni di carriere stratosferiche, di film esageratamente esorbitanti (Il Cacciatore e Toro scatenato, Scarface e Scent of a Woman, giusto per citarne qualcuno), di una tenzone (cinematografica, s’intende) neanche tanto velata durante il corso degli anni tra i due discepoli dell’Actors Studio, il 1995 è l’anno dello stargate: i due, anche se per pochi secondi, recitano finalmente insieme. E non lo fanno in un film qualunque, ma in uno dei migliori film d’azione mai concepiti, Heat – La sfida, rielaborazione cinematografica fatta da Michael Mann da uno sceneggiato originariamente destinato alla tv, in cui recitano, oltre alle due divinità, attori del calibro di Val Kilmer, Jon Voight, Tom Sizemore, Amy Brenneman, Diane Venora, Ashley Judd e una giovane Natalie Portman, in cui Dante Spinotti soverchia alla fotografia e William Goldenberg (candidato a cinque premi Oscar nella sua carriera) al montaggio. Di conseguenza, parlare di Heat – La sfida come una caterva di emozioni dovute alla sola presenza di Pacino e De Niro è riduttivo, ontologicamente restrittivo per l’intensità e l’energia che il film trasmette.

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Heat - La sfida recensione
Michael Mann, Ashley Judd e Robert De Niro

D’emblée, la storia poliziesca di base, pare essere quella classica del buono contro il cattivo, del poliziotto pertinace (Al Pacino) e del manigoldo ineguagliabile (Robert De Niro), della polizia intesa come ragione e della criminalità intuita come torto. Invece, Michael Mann soverchia tutto ciò, trasmodando dal classicismo estetico dei polizieschi del passato per incunearsi nelle sinuosità psicologiche dei protagonisti, nei lati oscuri delle loro menti, nelle recondità delle pulsioni sentimentali, sviscerando così numerosi livelli narrativi: vi sono infatti le storie d’amore, edulcorate da crisi coniugali e tradimenti, tra il Tenente Vincent Hanna (Al Pacino) e la terza moglie Justine (Diane Venora), tra il rapinatore Neil McCauley (Robert De Niro) e l’amante Eady (Amy Brenneman), tra lo spostato Chris Shiherlis (Val Kilmer) e la musa lorchiana Charlene (Ashley Judd); v’è Los Angeles, la città degli angeli, finalmente dipinta con esemplarità, ovverosia assai (scusate la paronomasia) marchiata dal crimine violento e dalla prostituzione, corredata da un LAPD, Los Angeles Police Department, notevolmente corrotto – vedi le informazioni che agenti corrotti passano a un Jon Voight in versione hipster – e, infine, vi sono i problemi psicoadolescenziali della figliastra di Hanna, una (già) bravissima Natalie Portman.

Tale sceneggiatura è stata elaborata e rielaborata in maniera geniale da Mann, affinché le varie sottotrame non si adagiassero a una pia lotta tra il bene e il male, ma creassero un’altalena di appassionate ma composte scene d’amore e picchi di violenza smisurata, di un perenne conflitto tra le responsabilità lavorative e le frustrazioni familiari, tra quiete e tensione, tra studio e ostilità, tra empirico e teoretico, tra l’esasperazione di Hanna e la flemma di McCauley, tra l’estremismo del primo e la compassatezza del secondo.

Al Pacino è Vincent Hanna
Al Pacino è Vincent Hanna

“Tu non vivi con me, vivi in mezzo a spoglie di gente morta. Indaghi, passi i detriti al setaccio, ricerchi le tracce, le possibili cause del trapasso, l’odore della tua preda, poi la caccia comincia…
E questa è l’unica cosa a cui ti dai anima e corpo: il resto è solo confusione che lasci al tuo passaggio.
Quello che non riesco a capire è perché mi ostino ad amarti”.

Al Pacino giganteggia nell’impersonare Vincent Hanna, un, anzi IL Tenente del Los Angeles Police Department, uomo irascibile, conflittuale, diretto, talvolta spostato, maleducato e incontaminato e totalizzato dal suo lavoro, talmente ligio al dovere da avere una vita privata più che vituperata, in cui la sua stessa missione di cacciatore di fuorilegge pare quasi inghiottirlo e privarlo di qualsivoglia sentimento emotivo.

“Si chiama Hanna, di nome Vincent…vi sta addosso. Ha messo microfoni ovunque: in macchina, a casa degli altri. Tu la notte non sanno dove la passi. È una brutta bestia: laureato, corpo dei marines, tenente della Rapine – Omicidi. Ha smantellato parecchie bande con i coglioni, è lui che ha ucciso Frankie Yonner a Chicago, che non era uno che scherzava. Stava alla narcotici all’epoca. Ha divorziato due volte, l’attuale moglie si chiama Justine. Devi a lui questo casino…Non c’è da stare allegri comunque. Tre matrimoni, come la vedi? Non è il tipo che sta a casa in pantofole. L’amico è uno di quei tipi zelanti, uno fissato. Mai una pausa, sempre in servizio… con quello addosso fossi in te lascerei perdere”.

Robert De Niro e Amy Brenneman
Robert De Niro e Amy Brenneman in Heat – La sfida

Robert De Niro è meno sfavillante (data anche la parte da interpretare) del collega, ma delineare un ossimoro cinematografico come Neil McCauley non era affatto semplice: criminale e uomo pacato, violento e riflessivo, spietato e flemmatico, la reincarnazione di un criminale gentiluomo difficile da inquadrare – la stessa Eady, interpretata da una sontuosa e bellissima Amy Brenneman, non si accorge della reale professione dell’amante – dalla psicologia subdola; non il classico criminale manigoldo ma quasi un rispettabilissimo bravo padre di famiglia, accomunato a Vincent Hanna per lo zelo maniacale con cui svolge il suo lavoro.

“Una volta uno mi ha detto, Non fare entrare nella tua vita niente da cui tu non possa sganciarti in trenta secondi netti se senti puzza di sbirri dietro l’angolo”.

Mann è stato molto bravo a scarmigliare le carte in tavola rispetto al genere poliziesco per eccellenza – quello de Il braccio violento della legge per intenderci – propendendo una parte iniziale di film quasi soft, adibita più a commedia tragica, un capolavoro di pazienza, flemma, psicologia familiare ed equilibrio precario, in cui poliziotto e criminale si studiano, si annusano, si rispettano, creando financo quell’attesa intemperante, quell’impazienza tipica del non vedere l’ora di arrivare il prima possibile al vis-à-vis tra i due mostri, tra Al e Robert, tra Vincent e Neil. Un confronto alla pari, apparentemente senza vinti e vincitori – anche se il più cazzuto dei due è senza dubbio Vincent:

“Eccoci seduti qui. Io e te, normali, come due vecchi amici. Ma tu fai quello che fai e io faccio quello che devo fare. E ora che ci siamo conosciuti se, quando sarà, dovrò toglierti di mezzo… potrà non piacermi. Ma ti avverto: se mi troverò a scegliere fra te e un poveraccio che per colpa tua rischia di lasciare una vedova… scelgo te, senza neppure esitare”.

Al Pacino è Vincent Hanna
Al Pacino è Vincent Hanna in Heat – La sfida

Un confronto tra due persone completamente diverse: impetuoso, irascibile, pedante Vincent; pacato, riflessivo e crudele Neil. La seconda parte è invece uno smottamento di violenza inaudita, intrisa di terrificanti conflitti a fuoco che imperversano nel centro di Los Angeles, continui colpi di scena – come la mira esemplare di Hanna su Cherrito, la violenza perpetrata da McCauley su Van Zant e Waingro, il non riconoscimento di Chris da parte di Charlene – in cui i due protagonisti danno vita a una lotta agghiacciante, una caccia all’uomo all’ultimo respiro, un rincorrersi spaventevole e un finale in cui, giocoforza, il destino dei due protagonisti converge in maniera deflagrante.

Mann, ci consegna un capolavoro del cinema d’azione, un film talmente nuovo da scompaginare e totalizzare il genere poliziesco, vaticinando da lì a poi le opere che verranno: non più un coacervo di violenza e rappresaglia ma anche un caravanserraglio di intimità, psicologia, quotidianità che, in Heat – La sfida, sono esacerbate in maniera minuziosa e zelante. Non il classico poliziesco in cui saltare dalla seggiola in ogni istante, ma un thriller psicologico, spirituale, didascalico, in cui lo studio delle personalità di poliziotti e criminali viaggia di pari passo con l’ovvio e incensante scoppio di violenza.

Perché anche la violenza è nulla senza la comprensione…

“Quello che ti ho detto quando ci siamo messi insieme è che avresti dovuto dividermi con tutti i criminali comuni e ogni reato commesso su questo merdoso pianeta”.

Paolo S.

Sintesi

Michael Mann ci consegna un capolavoro del cinema d’azione talmente nuovo da scompaginare e totalizzare il genere poliziesco, vaticinando da lì a poi le opere che verranno: non più un coacervo di violenza e rappresaglia ma anche un caravanserraglio di intimità, psicologia, quotidianità che, in Heat – La sfida, sono esacerbate in maniera minuziosa e zelante. Un thriller psicologico, spirituale, didascalico, in cui lo studio delle personalità di poliziotti e criminali viaggia di pari passo con l’ovvio e incensante scoppio di violenza.

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