Happy End di Michael Haneke – la recensione

Happy End
Happy End di Michael Haneke con Mathieu Kassovitz, Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant

Happy End di Michael Haneke arriva a cinque anni dal trionfo di Amour (Palma d’Oro a Cannes e Miglior Film Straniero agli Oscar), a testimonianza del fatto che anche per chi ha maggiore esperienza, dopo un grande successo può essere difficile trovare ispirazione e motivazione.

Il titolo stesso desta qualche perplessità: possibile che il regista austriaco, i cui film non sono certo sinonimo di allegria, abbia deciso di passare ad una nuova fase?

Di sicuro non c’è un happy beginning. Prima ancora che ci venga presentata la famiglia Laurent, ricca proprietaria di un’impresa edile a Calais, assistiamo a due tragedie: uno smottamento in un cantiere causa la morte di un dipendente (colpevole di aver avuto bisogno della toilette), e la tredicenne Eve deve chiamare un’ambulanza perché la madre è in overdose da anti-depressivi.

Con la mamma in ospedale, Eve (Fantine Harduin) non può restare da sola e si trasferisce nell’enorme villa di famiglia, unendosi al resto del clan: il padre Thomas (Mathieu Kassovitz, ancora pronto a sfoderare il sorriso dolce di Nino Quincampoix), medico, con nuova giovane moglie e bebè, la zia Anne (Isabelle Huppert) e suo figlio Pierre (Franz Rogowski), che mandano avanti l’impresa edile, e il senile patriarca Georges (Jean-Louis Trintignant).

Eve imparerà a conoscere i suoi familiari e capirà che forse sono meno diversi da lei di quanto creda.

Ogni membro del clan vive un’esistenza a parte, cercando sostegno contro le difficoltà quotidiane non nel legame familiare, ma nell’isolamento di uno dei tanti palliativi: ai grandi classici – sesso, antidepressivi, alcool, carriera – si aggiunge la tecnologia, oppio del ventunesimo secolo. I social network offrono un confessionale per pensieri, parole, opere ed omissioni: riversare la propria umanità su uno schermo rimuove l’esigenza di manifestarla di persona, e consente di mantenere un dignitoso distacco nella vita ‘civile’.

Lo stesso distacco permea lo stile e la narrazione del film: le prime scene sono brevi video catturati da uno smartphone, in cui la voce narrante è sostituita da messaggi/sms; diverse scene sono riprese da una distanza tale che i dialoghi sono volutamente inintelligibili; ad esclusione dei primi minuti, non siamo mai partecipi degli eventi importanti, ma solo delle loro conseguenze.

Sono scelte che da un lato ci richiedono l’impegno di riempire gli spazi vuoti, ma dall’altro ci estromettono da qualsiasi coinvolgimento con questi personaggi, e negano al film una trama vera e propria. Se non c’è uno sviluppo, se manca un arco narrativo, che cos’è un finale?

Quando la conclusione arriva, dopo una mezza dozzina di scene che avrebbero potuto essere finali anch’esse, non possiamo dire con certezza se sia lieto oppure no. Ci lascia indifferenti.