EO

EO recensione film di Jerzy Skolimowski con Sandra Drzymalska e Isabelle Huppert [Cannes 75]

EO recensione film di Jerzy Skolimowski con Sandra Drzymalska, Mateusz Kosciukiewicz, Tomasz Organek, Isabelle Huppert e Lorenzo Zurzolo

L’asino visionario di Jerzy Skolimowski

EO – titolo che è contemporaneamente la resa fonetica del verso dell’asino e il nome del protagonista – è un film che racconta il girovagare di un asino per mezza Europa dopo essere stato separato dalle sua amica, una giovane umana con cui faceva il numero in un circo. Verrebbe da immaginare un lungometraggio toccante e tenerissimo su un animale che tenta di tornare dalla sua padroncina, una fiaba a lieto fine per bambini e famiglie. Stiamo però pur sempre parlando di un film del regista polacco Jerzy Skolimowski, per cui la faccenda e è molto più autoriale, più visionaria e più complessa di così.

La trama di EO nei fatti è quella, ma lo svolgimento mette alla prova tutto il talento inventivo e visionario del regista di Essential Killing e 11 minuti. Il film infatti è completamente raccontato dal punto di vista di EO, risultando in un racconto di poche parole e molti ragli, con un sforzo registico evidente dell’usare attori per cui il presente è la realtà e che sono inconsapevoli della finzione a cui prendono parte: il gruppo di asini di razza grigia sarda che si alterna nel ruolo principale.

EO di Jerzy Skolimowski in competizione al Festival di Cannes 2022
EO di Jerzy Skolimowski in competizione al Festival di Cannes 2022 (Credits: Aneta Gebska i Filip Gebski/Festival di Cannes)

Visivamente EO ha delle uscite ardite, talvolta da capogiro. Immergersi nel punto di vista dell’asino per osservare un mondo dominato dall’eterna bizzarria degli esseri umani infatti è molto più di un esercizio di stile o un pro-forma per Jerzy Skolimowski, che si fa portatore di una corrente che dentro e fuori le sale vuole cancellare la scala di valore tra uomo e animali, decentrando l’esperienza umana, nobilitando quella animale, rendendo l’umanità per lo più antagonista di una storia raccontata con occhi nuovi.

A proposito di occhi e di sguardi, è incredibile come Jerzy Skolimowski riesca a riflettere nelle pupille di EO il senso d’invidia per una mandria di cavalli liberi di galoppare mentre lui chiuso in un camioncino che lo sta portando chissà dove, occhi in cui poi vedremo riflessa paura e curiosità, ma mai odio o risentimento. Quella del regista polacco non è un’operazione nuova, anzi, sembra prendere il testimone da dove l’anno passato si era interrotto Cow di Andrea Arnold. Un piccolo film aveva gli stessi presupposti e faceva gli stessi ragionamenti, ma seguendo la vita di una vacca da latte.

Il regista Jerzy Skolimowski
Il regista Jerzy Skolimowski (Credits: Maciej Komorowski)

L’impressione è che questi autori stiano muovendo qualcosa, dando il via a un movimento che diventerà una valanga una volta che qualche successore o erede prenderà il mano il loro testimone e realizzerà un film game changer in questo specifico filone narrativo. Per il momento possiamo goderci un film visivamente ricchissimo di soluzioni brillanti, ma che non riesce a sfuggire alle perplessità che questo tipo di operazione porta con sé. A lasciarci dubbiosi è il tentativo di infondere negli animali emozioni umane, raccontate attraverso i segni e i codici con cui gli umani hanno imparato a leggerle, ma senza avere a disposizione il linguaggio. EO è diverso dagli umani perché ha una natura gentile e onesta, eppure per essere raccontato e per esaltare questa stessa natura si ricorre all’infusione di emozioni umane dentro i suoi comportamenti, riflesse nei suoi occhi. È lo stesso difetto che abbiamo trovato in Cow e che emerge anche in questo film: quello di pretendere di sintetizzare la realtà animale in parametri umani. L’agenda politica di operazioni come questa è evidente: EO si muove su posizioni molto meno oggettive e neutrali di quelle che la sua sinossi suggerisce ed è interessante vedere come questo racconto è utilizzato per smuovere sensibilità e coscienze rispetto a temi come lo sfruttamento del lavoro animale e l’allevamento intensivo.

Un approccio legittimo, ma di cui emergono tutti i limiti, soprattutto quando porta un’attrice dal talento sconfinato come Isabelle Huppert a recitare in un bizzarro cameo davvero poco ispirato. Huppert interpreta una contessa che parla metà italiano e metà francese (”in che guaio di merda ti sei cacciato stavolta?” scandisce amabilmente rivolta al figlio in italiano) che rischia proprio di finire tra i passaggi più involontariamente trash che vedremo in queste edizione.

Sintesi

Tecnicamente e visivamente l'opera di Jerzy Skolimowski è una sfida che si rivela riuscitissima. Meno convincente invece è la narrazione dell’avventura di EO, che per donare tanta umanità al suo asino protagonista finisce per appiattire i personaggi umani a mere ombre cinesi proiettate sullo sfondo di un film che pretende di sintetizzare la realtà animale in parametri umani.

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